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Pubblico qui un articolo, tratto dal blog di un'amica, una mamma, una donna straordinaria, Herta. Grazie a lei, ho potuto rendermi conto di molte verità nascoste sulla pedofilia, e oggi, facendo il mio ennesimo giro sul suo coraggioso blog, ho letto un articolo straziante riguardo le bambine e la selezione sessuale in molti paesi del mondo.

L'articolo risale al 2001, è lungo e vi occuperà del tempo. Devo anche dire, prima di pubblicare, che è molto crudo. Spero che, oltre al tempo, abbiate il coraggio di leggerlo. Quello che voi provate leggendo, non è niente in confronto a quello che bambine innocenti provano sulla propria pelle.

Mi piacerebbe veramente che, per una volta, le persone si degnassero di spegnere la tivù, di mettere giù i giornaletti di gossip, per dedicare dieci minuti del loro tempo ad informarsi davvero su quello che accade nel mondo.


L'eccidio silenzioso - Storie di infanzia violata

La stanza è come quella della tortura in un lager. Il tettuccio arrugginito è schiacciato contro il muro schizzato di sangue. Una donna legata da cinghie nere urla. Sta per avere un bambino. Ma quando la testa del neonato appare, il medico affonda una siringa nella fronte e il piccolo scompare. Dopo un attimo il boia lo tira fuori. È morto. Era una bambina.

Così racconta il video che un infiltrato di una famosa organizzazione non governativa francese travestito da infermiere ha girato in una città del Sud della Cina. Così i cinesi ammazzano le loro figlie. Lasciandole sospese e impietrite tra la vita e la morte. Solo perché sono femmine. Figlie di un dio minore. In Cina ogni anno spariscono, condannate dalla loro femminilità, almeno 2 milioni di bambine. Una di loro è stata fotografata da poco da un reporter di The Mirror (per vedere le foto cliccare QUI e QUI). Fotografia della vergogna: la piccola era per terra, buttata su un marciapiede come un gatto morto. Una bambola col naso pieno di sangue e la pelle ancora calda. La gente le camminava accanto, forse sopra, come se niente fosse. Colpa, si dice, di una legge del 1979 intitolata "Legge eugenetica e protezione salute" che proibisce ai cinesi di avere più di un figlio in famiglia e che dà la preferenza al maschio.

Ma anche della tradizione e della convinzione che una figlia femmina sia una vera maledizione, un peso. Nello scorso novembre una reporter americana, Norma Mayer, trova nell'orfanotrofio di Harbin 170 bambini. Ma 120 sono femmine. Le descrive come scheletri foderati di pelle bianca che dondolano sui letti putridi. Gambe e braccia storte come radici impazzite. Viene espulsa immediatamente dal paese.

Ma la Cina non è sola. Nascere femmina è una condanna in troppe parti del mondo. Dall'Asia meridionale al Nord Africa, dal Medio Oriente alla Cina, sono 100 milioni le bambine che mancano all'appello. «Secondo l'andamento demografico, le donne dovrebbero essere molte di più» ricorda Emma Bonino «invece troppe volte le bimbe non nascono, spariscono, muoiono. La verità è che le figlie femmine non sono volute, amate. Anzi sono trascurate perfino nel cibo e nelle cure mediche. Nella metà del mondo nascere bambine vuol dire rischiare la vita». Ma anche non vivere. L'aborto selettivo è il primo passo. Il primo killer. L'Unicef ha stimato che su 8 mila aborti dopo un'amniocentesi a Bombay almeno 7.999 riguardavano feti di sesso femminile.

Taranam aveva 15 anni quando aspettava la sua prima figlia. «Mio marito non la voleva. È una vergogna e un peso, mi diceva. Così una vecchia donna mi entrò dentro con un ferro e la uccise. Ho perso sangue per due mesi. Quando per la seconda volta l'esame disse che era femmina scappai nel mio villaggio. Ma anche la mia famiglia mi ha ripudiato. Così ho partorito nella casa di una vecchia zia zoppa. Anche lei 15 anni prima era scappata per salvare la sua bimba. Per questo le avevano devastato a bastonate un ginocchio».

Taranam oggi è leader a New Delhi di una piccola organizzazione che guarda dalla parte delle bambine, Save the girl. Il suo sari turchese le copre appena cicatrici e ferite. La sua bocca, ancora bellissima, racconta che le figlie femmine anche in Pakistan e in Bangladesh sono torturate soprattutto dalla famiglia. Ai figli maschi va il cibo migliore, alle femmine le briciole. Anche da neonate. «Avevo una cugina con due gemelli. Un giorno la trovo a casa con i due bambini in braccio: il maschio tondo, bello. La femmina un fagottino di ossa che moriva di fame. Perché?, le ho chiesto. "Perché ho poco latte e devo darlo solo a lui se no mi ammazzano" mi ha risposto». Anche se sopravvivono le bambine mangeranno dopo i bambini. Come le mogli dopo i mariti. In India la crescita è ritardata del 79 per cento nelle femmine e del 43 per cento nei maschi. I bambini studiano, le bambine faticano. E quando sono sfinite, ammalate, nessuno pensa a loro. Anzi. Alle piccole femmine non è permesso di cedere. Se lo fanno, la malattia diventa la conferma della debolezza, il marchio dell'inferiorità. La prova che possono morire.

Un pensiero consacrato dal nuovo libro The burden of Girlhood (Il fardello dell'adolescenza femminile), un'indagine spietata che rivela storie e numeri da brivido. A cominciare dal modo in cui le più piccole non vengono curate. Nel West Bengal, in India, sono ricoverati 23 ragazzini contro 8 ragazzine. Peccato che nelle visite a casa siano 48 le femmine ammalate e sfinite contro 15 maschi. «Orribile dirlo, ma per le bambine viene usata la selezione naturale come per gli animali» sintetizza Harold Huxely, medico nella città di Chunchura. «Ho visto piccole di 10 anni con il corpo invaso da piaghe e da vermi mentre la mia prima figlia adottiva aveva tutti i denti mangiati dalla denutrizione. Certo le piccole che resistono diventano buone macchine da figli. Maschi naturalmente».

Qualche volta anche queste piccole macchine si inceppano. Sharaa Pakhonen stringe la mano dei suoi due figli e mostra una fotografia ingiallita. Una piccola bambina con un ventre enorme.

Sharaa aveva sette anni quando suo padre l'ha sposata al marito ventiduenne. «Ero terrorizzata di avere rapporti con lui. Faceva tanto male. Poi a dieci anni sono rimasta incinta. Ma ero troppo piccola: il parto è durato tre giorni di agonia. La mia sorella minore non ce l'ha fatta». Come tante bambine madri. Il matrimonio forzato è infatti un altro dei crimini che le figlie femmine del mondo devono subire. In Africa centrale almeno nella metà dei casi, poi in Iraq, in Cina, nell'Honduras dell'America centrale. Il matrimonio precoce è visto come un regalo economico per la famiglia. Una figlia bella, giovanissima e vergine è la più alta merce di scambio. Ma alle bambine spose si ruba l'infanzia, l'innocenza, il gioco.

In Burkina Faso intorno alla capitale Ouagadougou organizzazioni religiose raccolgono le piccole spose che fuggono. I missionari raccontano che di notte camminano centinaia di chilometri. Durante il giorno stanno nascoste sugli alberi: «Le ho viste arrivare curve dalla fatica. Non avevano più la pianta dei piedi» racconta suor Felicia delle religiose di San Francesco, e aggiunge anche che è tale il terrore di fuggire un marito obbligato che nessuno le ferma.

«Nascita, matrimonio e morte sono i tre eventi principali della vita. Solo il matrimonio è una scelta. Ma per loro diventa un obbligo. Qualche volta mortale»: le parole tristi di Carol Bellamy, direttore generale dell'Unicef, si sposano bene alla nuova campagna contro i matrimoni precoci lanciata in questi giorni, Cancellare l'infanzia. Una condanna a vita condita con violenze atroci: maltrattamenti e stupri, malattie sessuali come l'aids che sterminano giovani mamme e figli. Il buio dell'istruzione. Chi si ribella all'amore forzato può morire o diventare un mostro. La faccia piagata di Nadina parla. Al posto degli occhi due bolle bianche, al posto del naso due fori informi.

«Voleva sposarmi a 12 anni. Ma amavo un altro e poi volevo studiare. Per me la scuola era tutto. Si sono appostati proprio fuori dalla classe. Erano in due. Mi hanno rivoltato addosso un barattolo di acido per le batterie delle macchine. Un liquido che può sciogliere anche una pietra. Sono stata moribonda per due mesi. Oggi sono cieca ma vivo per aiutare le bambine che come me non possono dire no». Per le piccole spose in India l'acido non è il solo pericolo. C'è anche il fuoco. Almeno 700 tra bambine e ragazze bruciano a New Delhi ogni anno. Ragazze e ragazzine che non obbediscono abbastanza, ma soprattutto che non riescono a mantenere le promesse di dote. «La polizia? Apre e chiude le inchieste rapidamente. Ogni poliziotto ha "una bruciata" in famiglia».

Dai fumi e dai deliri degli acidi indiani alle bambine ombra dell'Afghanistan. «Essere bambine a Kabul vuol dire non nascere» ha detto W. S. Naipaul Grande scrittore indiano.

Una bambina afghana non può studiare. Non può uscire da sola, non può guardare la vita perché è obbligata a portare una grata viola davanti agli occhi. Per questo Shaiba e altre madri, ribelli ai talebani, sono andate sottoterra dentro scantinati e grotte per insegnare a leggere alle loro figlie. Quando tre mesi fa i guerriglieri che dicono di ispirarsi ad Allah sono arrivati, tutte insieme leggevano i piccoli quaderni a lume di candela. Allora hanno bruciato tutto e le hanno portate in una prigione nel deserto «per rieducarle». A Mirna, 12 anni, non è stata data nemmeno la possibilità di essere rieducata. Era entrata a Kabul in un negozio per comprare verdura. Fra le pieghe del suo burka hanno scoperto che c'era dello smalto rosa sulle sue unghie. Le urla e la disperazione della madre non sono bastate a salvarle la mano destra. Gliel'hanno tagliata con un coltellaccio a venti passi da un gruppo di giornalisti guidati da Emma Bonino che non potranno mai dimenticare.

Del resto imparare e studiare è impedito a milioni di piccole donne nel mondo. Fino a toccare il 30 per cento nei paesi dell'Asia meridionale. Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, ha scoperto dopo lunghi studi che l'alfabetizzazione al femminile è il più potente antidoto contro la morte dei bambini. Maschi e femmine. «In India il passaggio dell'alfabetizzazione primaria delle donne dal 22 al 75 per cento ha ridotto il tasso previsto di mortalità infantile dal 156 al 110 per mille». Dunque soffocare la creatività e la vita delle donne colpisce la vita di tutti. Un pensiero che è il cuore del più nuovo e amato film iraniano, The day I became a woman (Il giorno in cui sono diventata una donna).

È la storia di una bambina che sta per compiere 9 anni quella che racconta il regista Marziyeh Meshkini. «Allo scadere di quella ora Hava finirà di essere libera e innocente e diventerà una schiava del chador. "Una donna monca", che, come tutte le bambine iraniane, oggi non può scappare al suo fato e alla sua religione». Schiave del chador e schiave dei padri. In Nepal nei molti villaggi intorno a Katmandu gli stessi genitori vendono a mercanti di schiave figlie e figliolette. «Partono a gruppi di 15 o di 20 disperate. Ma sono troppo povere per salvarsi. Promettono lavori puliti ma invece le portano direttamente nei bordelli di Bombay. Lì sono contagiate dall'aids. Lì diventano pazze di solitudine. Poi quando sono stracci consumati non le vogliono più nemmeno i loro villaggi»: Barbara Calamai, militante dell'Aidos, che come nessuna associazione pensa alle donne del mondo, racconta commossa.

«Erano un grande gruppo. Le hanno lasciate giorni e giorni alla frontiera tra l'India e il Nepal. Nessuno le voleva. Non erano più bambine, non erano più niente». Ma una sorte più atroce aspetta le schiave bambine dell'Amazzonia. Tutti parlano delle prostitute minorenni di Rio de Janeiro, di San Paolo, di Belem. Nessuno sa di loro. Sono piccolissime: 9, massimo 12 anni. Vengono reclutate nelle zone più misere del paese e poi finiscono nel putridume dei "garimpos", le miniere d'oro della foresta amazzonica. Non possono più scappare né vivere. Per un garimpeiro una prostituta di 12 anni vale 20 grammi d'oro.

Se è vergine, il prezzo triplica. Ma si è vergini una volta sola. E una volta sola si scappa. Come Miriam Dos Santos Lima: «Ce l'ho fatta praticamente solo io. Le altre le riprendono tutte. Le torturano. Le riempiono di botte. I cercatori d'oro sono feroci come le fiere. A Laranjal do Jari ho sentito una bambina di 10 anni chiedere pietà a uno di loro. L'ha finita a calci».

E che dire ancora delle migliaia, dei milioni di bambine maltrattate, sfruttate, violentate? Di quelle che muoiono sole (a Salvador de Bahia muore di fatica e di fame un bambino ogni nove ore), delle figlie violentate e stuprate (in Thailandia i bordelli ospitano più di 1 milione di minorenni)? Delle bambine talpe della Valle della Clarita in Colombia che per vivere devono attraversare gallerie di fango nelle miniere di carbone, delle piccole e innocenti vittime di pedofili e criminali del sesso? Delle bambine della guerra e di quelle della miseria?

Una lettera sola risponde a tutte loro. L'ha scritta Tichiin, bambina salvata dall'orrore di un bordello thailandese. La pubblicherà Gallimard in un libro intitolato Lettere da una bambina invecchiata.

«Non avete visto il cielo perché un uomo cattivo ce lo ha strappato tutte le notti e tutti i giorni insieme alla nostra pelle. Non abbiamo incontrato più il sorriso perché potevamo vedere solo le nostre lacrime. Sentire le nostre urla di paura. Non abbiamo giocato perché per noi il gioco era l'inferno. Ma oggi so che siete al caldo. Che ridete forte! Perché appena arrivate in Paradiso siete potute tornare bambine».

Messo in luce da wonderely alle 19:48 di giovedì, 28 agosto 2008


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Argomenti trattati nel post: testimonianze, islam, libertĂ , maltrattamenti, prostituzione, stupro, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , incesto, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, donne incinte, violenza di genere, aborto selettivo, hiv / aids, spose bambine

Per cominciare, saluto tutti/e e vi ringrazio per i commenti che mi avete lasciato. Ora inizia la parte più importante: spero che sarete disponibili alla lettura dei documenti che fornirò. Cercherò di fare del mio meglio per scegliere quelli più significativi e interessanti, senza cadere nel banale.

 

Il primo documento che voglio proporvi è un articolo tratto dal famosissimo quotidiano francese "Le Monde". Questo articolo risale al Maggio del 2006. L'ho tradotto dal francese per poterlo pubblicare qui. E' un sunto delle principali violenze (e soprattutto delle ingiustizie) a cui le donne sono sottoposte.

Buona lettura!

 

Una Violenza Universale

 

Le brutalità coniugali e domestiche costituiscono di gran lunga la forma più universale di violenza commessa contro le donne. Queste sono anche le principali cause delle loro ferite e dei loro decessi. Nonostante questo, la maggior parte degli Stati chiude gli occhi davanti a questa realtà, con il pretesto che questo riguardi la sfera privata. Così solo 44 paesi hanno adottato una legislazione sulla violenza familiare e 17 paesi hanno reso punibile penalmente la violenza sessuale del coniuge nei confronti della moglie.

 

Ovunque nel mondo, le violenze hanno inizio in famiglia: è così per il 70% delle violenze sessuali in Francia. In Vietnam, il 70% dei divorzi emessi sono imputabili alla violenza del coniuge. Il 49% delle donne in Guatemala denuncia di essere il bersaglio di violenze domestiche. Sono il 54% in Costa Rica, il 59% in Giappone, il 60% in Tanzania e fino all'80% in Pakistan. Negli Stati Uniti, ogni dodici secondi una donna viene picchiata e ogni minuto e mezzo un'altra viene violentata. In India, più di 5000 donne sono uccise ogni anno perchè la famiglia del coniuge valuta la loro dote insufficiente. Progettate per restare ai fornelli indossando il sari, muoiono spesso bruciate vive. Dei drammi mascherati come incidenti.

 

Anche la violenza sul luogo di lavoro è diffusa da un capo all'altro del mondo. Viene denunciata da poco dalle donne dei paesi industrializzati. Esistono ancora molte poche statistiche sull'assillo sessuale, ma le similitudini sono evidenti anche tra paesi molto differenti come la Francia e il Giappone, per esempio. L'atto di violenza e il ricatto sessuale sono più spesso commessi da superiori nei confronti di un'impiegata che alleva da sola i figli e fragile economicamente. Diretti in gran parte da uomini, i sindacati non vogliono ancora prendere in considerazione questa realtà, che non è vista come un male primario da combattere nemmeno dalle donne stesse, soprattutto se disoccupate.

 

A questi mali comuni si aggiungono le violenze specifiche che seguono le religioni o le credenze. E' il caso delle mutilazioni sessuali in Africa. La pratica dell'asportazione chirurgica e dell'infibulazione tocca quasi 130 milioni di donne in una trentina di paesi africani. Ogni giorno, circa 2000 giovani donne sono sottoposte a queste pratiche con gravi conseguenze per la loro salute fisica, psicologica, così come per la loro vita sessuale. Sempre più stati cercano di opporsi a questi costumi emanando delle leggi, ma l'educazione delle donne stesse, unita al lavoro delle associazioni in quelle zone, è il mezzo più efficace per combattere l'asportazione chirurgica e convincere i genitori. Resta il fatto che con l'immigrazione, alcuni paesi del Nord e d'Europa, così come il Canada e gli Stati Uniti, ora si confrontano con questo problema.

 

Se i ragazzi restano preferiti alle ragazze in molte culture, la discriminazione sessuale alla nascita è specifica dell'Asia del Sud e dell'Est. Ufficialmente vietato, il mercato dell'ecografia - che permette una selezione del feto in funzione dei desideri dei genitori - è un commercio fiorente in Cina, nella Repubblica di Corea, in India, nel Bangladesh e in Pakistan. E' almeno di 100 milioni il numero di donne "mancanti" nel mondo a causa del loro sesso. Dopo la nascita, le bambine ricevono in media meno attenzioni rispetto ai bambini, sono meno nutrite e meno curate, al punto che il loro tasso di mortalità è superiore alla metà in 28 paesi principalmente dell'Asia, ma anche dell'Africa e dell'America centrale e latina.

 
Messo in luce da wonderely alle 10:33 di martedì, 14 agosto 2007


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Argomenti trattati nel post: violenza domestica, stupro, notizie internazionali, mutilazioni genitali femminili, discriminazione sessuale, violenza di genere, aborto selettivo, violenza sul luogo di lavoro