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Nel post di oggi ho deciso di dare spazio ad un articolo molto interessante, proveniente da Femminismo a Sud.

Se qualcuno ha voglia di leggere qualcosa di diverso dai soliti giornali, questo è il momento giusto per informarsi sul serio e non essere vittime della strumentalizzazione.


Stupro di Stato

Mentre il premier, uomo autoritario, per nulla autorevole, dall'alto della sua mega villa e dei viaggi vacanze offerti su voli di stato ai suoi amici (fonte: El Pais), ancora prima di avere modificato la legge (agosto 2008) per legittimare il trasporto comitiva a spese dei contribuenti, dispensa lieto ottimismo sulla crisi che di certo non tocca lui ne tutti i pezzi grossi che gli fanno da corte dei miracoli: il suo sessismo fa scuola e legittima sempre più, anzi dona rinnovato "splendore" alla cultura dello stupro che condiziona le nostre vite.

La tivu' delle veline che offre corpi offesi tra una pubblicità e l'altra è la prima stupratrice del nostro paese. Così fanno le pubblicità sessiste, gli uomini che reiterano misoginia e odio verso le donne, i marchi aziendali che consumano le nostre vite per ridurci allo stato di semplici consumatrici.

Predatori sessuali si può esserlo in molti modi. La stessa definizione di "predatori" però è sbagliata perchè riconosce allo stupratore il ruolo di "cacciatore" mentre relega la donna al ruolo di "preda".

Lo stupro non è neppure un "furto" perchè il corpo di una donna non è definibile in una "proprietà". Resterebbe altrimenti da decidere "di chi" e la risposta la trovate sulle pagine dei giornali di destra. Il corpo delle donne viene inteso di proprietà dello stato che ci obbliga a fare figli per risolvere problemi demografici, di welfare, di assetto socio-economico, di continuità delle politiche capitaliste. E' di proprietà delle corporation che ci vogliono "utili" a realizzare il loro "profitto". E' di proprietà degli uomini che dei nostri corpi si servono come luogo di scarico di sesso fisiologico.

Lo stupro non offende la morale perchè non è un problema di scarso decoro giacchè se si stupra una donna in casa, tra quattro mura al chiuso, non va tutto bene purchè non si disturbi la vista e l'udito di nessuno.

Lo stupro non ruba l'anima perchè quest'ultima, sebbene ci sia stata attribuita solo di recente nel momento in cui siamo state promosse dal grado di animali da soma a quello di esseri umani, è creazione di una teologia che si occupa di spirito, metafisica, interiorità riflessa nel dogma dominante. Lo stupratore non è un "diavolo" che ruba anime lasciando che le sue vittime siano condannate all'inferno. Lo stupratore non agisce per soddisfare una ritualità di stampo massonico e non ha nulla di mistico, non ha un titolo così "autorevole" come quello che può essere riconosciuto dalla cultura religiosa al nemico numero uno di dio. Lo stupratore è semplicemente un uomo, spesso supportato da altri uomini e anche dalle donne. Lo stupratore è un uomo che considera le donne oggetti per il suo piacere. Esattamente come le televisioni, le pubblicità e tanta cultura sessista. 

Lo stupro non è "etnico", non appartiene ad un ceto "degradato" e non fa capo ad una precisa religione. Soprattutto: non si combatte con le ronde (che a Firenze, provocatoriamente, si chiameranno rondìni) che agiscono per conto della stessa cultura razzista che punisce le donne se non dichiarano "obbedienza" all'uomo *bianco*.

Lo stupro è violenza, dominio, potere esercitato su una persona senza che sia contrattato un consenso.

Lo stupro è "sii donna, non ti lagnare anche se fa male la prima volta, perchè tanto poi ti passa tutto", come fosse una puntura, ed è "sei tu che mi hai provocato e quindi me lo devi lasciare fare".

Stupro è quello avvenuto ieri sera a Roma, la capitale più in-sicura del mondo, in un parcheggio, alle due di notte, ad una donna - una giornalista - che ha spiegato come il suo stupratore parlasse italiano corretto.

Chi l'ha stuprata aveva un passamontagna nero, l'ha immobilizzata, minacciata, violentata e poi se n'e' andato.

Lo stupratore a volto coperto è una novità tutta romana o comunque di una nazione che ha usato la questione degli stupri per motivi razzisti, xenofobi e poco attinenti alla lotta contro la violenza sulle donne.

Uno stupratore che parla italiano e che si presenta con il passamontagna è come se fosse uno stupratore di Stato. Nascosto dietro l'alibi degli "stupri etnici", protetto dal disinteresse verso tutte le violenze che riguardano gli italiani, per nulla preoccupato delle conseguenze giacchè tanto si dirà che era uno straniero - che aveva frequentato un corso intensivo di italiano per sviare le indagini - e anche se qualcuno risale a lui in ogni caso varranno le solite attenuanti: aveva bevuto, era depresso, colto da raptus, soprattutto: lei che cazzo faceva in giro da sola a quell'ora?

Abbiamo visto come finiscono i processi per stupro che coinvolgono italiani. Quello della cirenaica è finito con una assoluzione in secondo grado sulla base di un pregiudizio: una donna che concede qualche effusione poi non può dire di essere stata stuprata anche se ci ha ripensato e ha detto di no difendendosi con tutte le sue forze. Quello romano di capodanno finisce a tarallucci e vino. Prima aveva confessato, poi la mamma fece lo show in televisione dicendo che è un bravo ragazzo e si sa che i bravi ragazzi fanno brutte cose solo se incontrano ragazze cattive, così i giornali sono andati alla ricerca di dettagli per denigrare la ragazza e hanno trovato una donna che ogni tanto esce, si diverte con gli amici e se ne fotte. E questo, come sappiamo, in italia è proibito. Poi c'e' stato lo stupro di gruppo di tre rampolli bresciani su una ragazzina e anche su di lei si sono scagliati i lampi e i tuoni e l'hanno sezionata come se fosse già morta, una autopsia per ricavare notizie sull'anatomia tipica della ragazza "poco seria" (che è una che non sa ridere - disse una signora siciliana). I ragazzi sono stati prosciolti e lei accusata di calunnia, per la felicità delle organizzazioni che giustificano lo stupro dietro più nobili e ufficiali propositi.

Sicchè questo ultimo stupro è proprio uno stupro di stato. Viene dopo le pompose affermazioni di ministri, carfagna compresa, che giustificavano il rifinanziamento della militarizzazione delle città perchè secondo il loro parere i soldatini impedirebbero gli stupri. Viene dopo i protocolli che offrono l'alibi per reprimere le manifestazioni di dissenso e vengono usati per fare ostruzionismo persino a iniziative come il pride. Viene dopo i regolamenti per il decoro (e quel ddl carfagna contro il modello di prostituzione che non passa dalla mercificazione ad uso di soggetti terzi) che ricattano e perseguitano le sex workers perchè colpevoli di essere lavoratrici indipendenti senza arrendersi a tutti i magnacci, di qualunque genere, vallettopolai compresi, che vogliono essere gli unici a speculare e realizzare profitto sui corpi delle donne. Viene dopo quei regolamenti che salvano puttanieri, ipocriti, bacchettoni e pedofili, protetti dalla conventicola tutta dio-patria-famiglia, mentre si censura il consumo di cornetto caldo dopo l'una di notte. Viene dopo lo svuotamento delle piazze e delle strade per togliere di torno un po' di vita sana e lasciare spazio agli stupratori. Viene dopo tanto dichiarare che la sicurezza, anzi la SicureZZa, faceva parte della tante cose "risolte" (quante balle!) dal governo della nazione e di Roma Capitale, con tutto il carico di finanziamento extra mal-speso che la leggina di nomina a città stato ha riservato al sindaco con la celtica al collo. Peccato che nelle periferie romane, come al Quartaccio, dove gli abitanti del quartiere hanno di recente manifestato, non sia stata messa neppure una lampadina per illuminare i percorsi al buio. Peccato che sia tutta una gran balla con spreco di risorse pubbliche e nessun effetto reale.

Questo ultimo stupro arriva dopo che la ministra alle pari opportunità ha portato la regina di svezia a passeggio per un centro antiviolenza senza che mai - nella pratica - abbia riconosciuto il loro effettivo valore. Ad oggi la regina di svezia ha donato ai nostri centri antiviolenza 3 milioni di euro. Il ministero ne ha prima tagliati 20 per coprire le strategie di Tremonti e poi si è allargata e ne ha promessi (da svariato tempo) 29. Non ci risulta che sia arrivato un soldo a nessuno. Anzi è assodato che vi siano centri in grossa difficoltà, alcuni dei quali - per mancato rinnovo convenzione da parte di sindaci di destra (il sindaco di palermo, per esempio) - hanno persino dovuto sospendere alcuni essenziali servizi (come il centro antiviolenza le Onde di Palermo).

Lo stupro arriva dopo che la capo dipartimento delle pari opportunità isabella rauti ha "narrato" in una conferenza internazionale a praga quanto le donne italiane siano felici: "da noi le donne che guadagnano meno degli uomini sono percentualmente meno degli altri paesi europei" - ha detto - e semmai questa non si rivelasse la gran balla che è viene da chiedersi se il dato c'entra qualcosa con il fatto che le donne italiane soffrono di disoccupazione e precarietà più che in ogni altro paese d'europa. Tra le altre cose ha anche detto che il ministero avrebbe finanziato corsi che affontano la questione di genere nelle università e nelle scuole secondarie (di quale stato parlava, di grazia?). Ci piacerebbe sapere dove, quando, chi, cosa, rispetto a questa notizia che ci sembra un'altra balla buona da smerciare all'estero o ci piacerebbe sapere se per momenti formativi che hanno a che fare con il genere non si intendano gli incontri a cura di azione giovani che parlano di contraccezione e interruzione di gravidanza con lo stesso tono degli inquisitori al tempo di giordano bruno. Proprio quello che poi fu bruciato. In ogni caso, se avete voglia di leggerlo, l'intero intervento sta qui.

Tutto ciò è stupro di stato. E' complicità, assenza, speculazione politica che si imbarazza negli incontri in luoghi di confronto con realtà più civili e coltiva arretratezza culturale in italia (come sarà stato difficile per la rauti comporre un intervento basato sulla filosofia che i sessismi sporchi bisogna gestirseli in quella grande famiglia a gestione patriarcale che è il nostro paese), è vigliaccheria, miseria, pochezza, mediocrità di stato. 

Gli uomini ci stuprano e ammazzano già abbastanza e davvero non ci meritiamo una ministra alle pari opportunità servile e senza alcuna autorevolezza che usa i momenti pubblici per allisciare i maschi potenti (vedi insulsa lettera inviata al corriere per difendere berlusconi).

Tutto ciò per dire che lo stupro di ieri, così come tante altre violenze si potrebbero evitare, se solo non fossimo le sole a volerlo. 

Tutta la nostra solidarietà alla donna che è stata stuprata ieri a Roma, da sola, in un garage, da un uomo con passamontagna che parlava italiano.

Riassumiamo dati e considerazioni sulla violenza maschile sulle donne. Buona lettura.

[La donna che vedete nelle immagini viene dal Tumblr di Hardcore Judas ed è una come tante: crede a ciò che dicono i giornali finendo per diventare cieca, muta e sorda. Tra questi: Il Giornale, Libero, Padania, sono giornali sessisti che giustificano lo stupro quando esso viene compiuto da italiani]

>>>^^^<<<

Dati sulla violenza maschile sulle donne

Alcune sintesi: qui, qui, qui.

Gli ultimi dati ufficiali risalgono al 2007 (fatti nel 2006 e presentati/rielaborati nel febbraio 2007).

Potete trovare tutto sul sito che descrive le indagini Istat.

Con particolare riferimento a:

Le violenze e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia visti in un quadro complessivo, con relativo documento in pdf completo dei dati.

Una indagine che parla di molestie e violenze sessuali (risalente al 2002 e diffusa nel dicembre 2004). Anche qui è riportato il documento integrale in pdf.

La ricerca del 2002 porta ad un intero volume su molestie violenze sessuali. Ecco: sintesi e documento integrale in pdf.

Quella del 2006 porta al capitolo su: "la sicurezza delle donne", con relative tavole di analisi. Ecco: Indice e pagina dalla quale poter scaricare le tavole in zip.

Esistono dati più recenti ma sono stati elaborati a carico dei comuni, delle province o delle regioni. Non tutti sono reperibili in rete. Non tutti sono dati che analizzano il fenomeno reale anzi gli ultimi sono stati resi noti dalle questure di varie città d'italia fondamentalmente per ricercare il dato che giustificava la repressione contro gli stranieri.

Interessanti invece i dati del 2009 della regione piemonte.

Altri dati ufficiali a parte quelli dell'Istat, che parlano sempre di violenze in Italia:

Rapporto Urban del 2006 a carico del dipartimento pari opportunità.

Rapporto Eures sugli omicidi in ambiente domestico (italia - 2006).

I dati dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) su una indagine fatta nel 2005.

Vari centri antiviolenza e organizzazioni che si occupano del problema hanno reso noti (difficilissimi da trovare online) i dati del fenomeno dal punto di vista dei casi trattati. Una sintesi della ricerca di Telefono Rosa conferma il dato sulla preponderanza di delitti e violenze sulle donne realizzate da persone di famiglia o comunque conosciute. 

La percentuale di violenze al di fuori dei contesti familiari o del giro di amicizie è bassissima. Lo dice l'Istat. Non lo diciamo noi.

La coincidenza di questi reati con la presenza degli stranieri in italia è stata elaborata di recente a cura del viminale (con la complicità del ministero per le pari opportunità) che ha messo a confronto i dati istat sulle violenze alle donne e i dati del ministero sui reati commessi in italia. L'incrocio tendeva ad analizzare esattamente l'aspetto razziale. Il dettaglio fotografato riguardava soprattutto le violenze sessuali. Eravamo nella fase della famosa emergenza stupri che doveva essere terreno giustificativo per pacchetto sicurezza ronde etc etc.

Cio' nonostante è emerso che "6 volte su 10 lo stupratore è italiano. Il 70% di violentatori è italiano mentre - continua il comunicato stampa -  i cittadini stranieri (comunitari ed extracomunitari) responsabili di circa il 40% dei reati di violenza sessuale commessi in Italia nel 2008 rappresentano meno del 6% della popolazione residente'' (in dettaglio, il 7,8% dei violentatori è di nazionalità romena, mentre il 6,3% risulta essere di origine marocchina, egiziana, infine, per un 3%). Le vittime sono donne nella gran parte dei casi (85,3%) e di nazionalità italiana (68,9%), 7 casi su 10." Potete leggervi l'intera comunicazione su Delta News.

Il ministero dell'interno - valutando dati che noi plebe della lotta contro la violenza sulle donne non abbiamo mai visto - ha perciò fatto vari sforzi per dimostrare che ogni straniero sarebbe anche un predatore sessuale. Nella campagna razzista fatta per promuovere il pacchetto sicurezza è stata usata la denominazione di "stupro etnico" quando invece sarebbe stato il caso di ribattezzarli "stupri utili".

Quello che salta agli occhi dai dati è un altra cosa abbastanza sconcertante: le donne straniere vittime di stupro (senza contare le vittime di violenza domestica, di stalking, maltrattamenti di varia natura) sarebbero solo 3 su 10.

Le pari opportunità, come sapete, sono rette dalla carfagna. Direttora del dipartimento è isabella rauti, moglie del sindaco alemanno.

Sul sito delle pari opportunità potete trovare una sintesi del quadro normativo (nulla sulla legge del 1996 - solo gli ultimi inutili provvedimenti antimmigrati). In nessuna pagina trovate una voce riferita alle donne straniere, comprese quelle senza permesso di soggiorno, vittime di violenza.

Dai dati in nostro possesso si evince che in italia si impongono molti stupri al giorno, compresi quelli non denunciati. Tante donne muoiono per mano di un uomo più che per malattie gravi o incidenti di varia natura.

La violenza contro le donne non ha passaporto, è maschile. Le modalità attraverso le quali si esercita sono tante ed è un fenomeno che attraversa tutte le culture, tutti gli strati sociali, tutte le etnie.

Le donne straniere, tra tutte, vivono un doppio problema. Se non hanno il permesso di soggiorno non possono difendersi e denunciare. Se l'uomo che fa loro del male è anche padre dei loro figli e non ha il permesso di soggiorno non lo denunciano perchè la caccia al clandestino ha avallato fondamentalismi, integralismi e quella ragionevole maniera di ritrovare un senso di familiarità tra la propria gente.

Tutto quello che accade in alcune comunità resta confinato al loro interno e può capitare di trovare donne straniere massacrate in casa che però non hanno altra scelta se non quella di restare con i mariti violenti confinate nelle case coniugali.

Per tutte manca la certezza del reddito. La certezza di una casa. Persino la certezza dell'assistenza sanitaria se il marito le picchia e avrebbero bisogno di andare al pronto soccorso.

Con il nuovo pacchetto sicurezza non si capisce neppure se i centri antiviolenza - che normalmente sono organizzazioni riconosciute e collegate alle istituzioni - potranno accogliere per via legale le straniere senza permesso di soggiorno.

Se in queste vicende si poteva essere vittime due volte le donne straniere sono vittime almeno dieci volte di più.

Noi sappiamo che la violenza maschile, lo stupro, derivano da una certa cultura sessista e misogina, di radice patriarcale, ampiamente legittimata anzi ribadita, coltivata dal governo attuale, premier in testa. Di cultura sessista si nutre il mondo della "cultura", della pubblicità, della televisione.

Prima di ogni violenza c'e' una cultura che giustifica quella violenza. Come per il razzismo. E' necessario rendere inumani gli stranieri per esercitare autoritarismo su di loro. Lo stesso avviene con le donne da millenni.

La cultura sessista ci tratta come cose. Siamo begli oggetti per il piacere degli uomini. O siamo descritte come cattive streghe che infastidiscono gli uomini.

Ecco tutto. E anche ripeterlo non basta mai, perchè se non c'e' chi ascolta, condivide e fa circolare le notizie, diventa tutto molto ma molto triste e quasi inutile.

Perciò ci siamo. Fastidiose, rumorose, indecorose e libere. Perciò è necessario farsi sentire.

Datevi e dateci una mano. Il nostro mondo è anche il vostro. Se fa schifo per noi, per voi non andrà molto meglio. Un mondo dove le donne sono trattate male non è mai un mondo buono per nessuno. La violenza contro le donne e i modi attraverso i quali viene affrontata, negata, glissata, rimossa, è uno dei segnali fondamentali per comprendere il livello di civiltà di un paese.


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Messo in luce da wonderely alle 11:22 di venerdì, 05 giugno 2009


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Una recente statistica dimostra che in Italia il 55% degli uomini, il 33% delle donne e il 74% dei giovani pensa che una donna vestita e truccata in un certo modo si cerca lo stupro. Ecco dimostrato come, ancora oggi, non è chiaro che la libertà di una persona è inviolabile: questa semplice nozione non è ancora stata acquisita dalla metà degli uomini, da un terzo delle donne e dalla stragrande maggioranza dei giovani. Tutto questo è a dir poco preoccupante. Non è ancora chiaro che il genere umano è dotato di una corteccia cerebrale davvero molto sviluppata (e naturalmente il testosterone, finta "scusa" per le violenze sessuali, non è in grado di corrodere i neuroni!), perché, a quanto pare, molte persone non hanno ancora imparato ad usarla. E faccio presente che queste risposte non sono state date da immigrati clandestini, a cui ci piace attribuire la colpa tutti gli stupri possibili e immaginabili, bensì da “civili” italiani, che forse poi tanto civili non sono. Da questo punto di vista, quindi, gli italiani non sono ancora usciti dalle caverne.

Ma godetevi l'intero articolo:


Donna te la sei cercata

Monica Lanfranco

Ma sì, facciamola finita con queste lagne. Ora è finalmente certificato da una indagine accurata: in Italia il 55% degli uomini, il 33% delle donne e ben il 74% dei giovani sotto i trent'anni lo dice apertamente, e si tratta di una persona su tre. Sono le donne che si cercano la violenza, se sono troppo disinibite, libere, scollate e ambigue. Insomma, alle volte le vittime "possono dare la colpa a loro stesse per l'aggressione subita". Tanto che, "se fossero meno provocanti, le violenze sessuali si ridurrebbero in modo drastico".

Questo, nero su bianco, emerge dalla ricerca durata tre anni, resa nota dall'Airs (Associazione italiana per la ricerca in sessuologia) dal titolo "Dalle molestie sessuali allo stupro", un lavoro che ha coinvolto con un questionario ad hoc tremila persone, per individuare le principali variabili all'origine della violenza sessuale. Gli stessi vertici dell'associazione sono allarmati. «Fra le risposte che ci hanno sorpreso e sconcertato maggiormente, - ha detto il presidente dell'Airs Avenia, c'è questa sorta di colpevolizzazione della vittima. Alla domanda 24 (Secondo lei, le donne sono spesso libere e ambigue sessualmente e ciò le rende alle volte responsabili della violenza sessuale che possono subire?) il 55,8% degli uomini ha risposto affermativamente, come pure il 43% delle donne e il 75% dei giovani. Dunque non stupisce troppo che poi - prosegue il sessuologo - il 56% dei maschi pensi che, se le donne fossero meno provocanti, la violenza sessuale diminuirebbe. La pensa così il 33% delle donne e il 74% dei giovani. Ci aspettavamo una piccola percentuale di giudizi di questo tipo, ma non certo dati simili».

Dal sondaggio emerge, inoltre, che per il 15,7% degli uomini e il 10% delle donne l'imposizione di un rapporto alla moglie o fidanzata non sia violenza. Per questa percentuale di uomini non c'è nulla di sbagliato, e per le donne non esiste motivo di ribellarsi. Ancora: sguardi, fischi e atteggiamenti che mettono a disagio la vittima per il 50% degli uomini non sono molestie, un'idea condivisa dal 43% delle donne.

Che serve aggiungere ancora, per avere la certezza che nella nostra cultura ormai è maggioritaria l'opinione che l'aggressività, la misoginia e il sessismo di parole, sguardi e allusioni esplicite sono da considerarsi normali e accettabili nelle relazioni tra i generi e che un molestatore, anche solo a parole, è a livello psicologico già un violentatore? A che serve sottolineare che, conclude la ricerca «in una società violenta le aggressioni sessuali aumentano; allusioni pesanti e un linguaggio irrispettoso devono far risuonare un campanello d'allarme nelle potenziali vittime».


Fonte: Liberazione, grazie a Gemisto per la segnalazione



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Messo in luce da wonderely alle 19:39 di martedì, 26 maggio 2009


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Oggi il decreto "anti-stupri" ha avuto il suo via libera: il Governo è sempre più convinto che le ronde siano necessarie per porre fine alle violenze sessuali (così come suggerisce il nome del decreto). Insomma, gli stupri avvengono SOLO per strada, SOLO per mano di sconosciuti, meglio se stranieri...Questo è quello che hanno deciso.

Ma la verità è proprio questa?

Chiediamolo a chi ha a che fare tutti i giorni con le donne stuprate, a chi le aiuta, chi le accoglie, chi presta loro assistenza sanitaria e psicologica. Chiediamolo ad Alessandra Kustermann, ginecologa responsabile del Centro Soccorso Violenza Sessuale dell'ospedale Mangiagalli di Milano.

Credo fermamente che le sue parole valgano molto di più rispetto a quelle di un berlusconi o maroni qualunque: il primo ritiene che ogni "bella donna italiana" debba girare con un soldato-guardia del corpo, mentre il vocabolario del secondo è limitato ai termini "clandestini", "espulsione", "ronde"...



Ma, dimentichiamoci un attimo di questi fasulli difensori delle donne e torniamo alla Kustermann. Ecco la sua intervista su Milano Blogosfere.

Recentemente ci sono stati alcuni fatti di cronaca che hanno rispolverato il tema degli stupri in città. Ma le strade di Milano sono davvero più pericolose?

Le dico una cosa, i mezzi pubblici sono sicuri. E gli stupri sui mezzi sono davvero pochissimi casi. In realtà gli stupri che avvengono per strada non sono la casistica più frequente, anzi, sono addirittura in diminuzione. Ci sono dati del ministero dell'Interno che lo dimostrano.

Come mai allora secondo lei si torna a parlare di stupri solo in questi casi?

Perchè fa semplicemente più clamore. Vede, l'immaginario collettivo lega lo stupro a uno sconosciuto o più sconosciuti, preferibilmente stranieri, che aggrediscono le donne sole in mezzo alla strada. Nella pratica non è così e continuiamo a ribadirlo: la maggior parte delle violenze vengono commesse da persone conosciute che possono essere partner o ex partner, colleghi, amici, o anche il datore di lavoro. Il rapporto sessuale inflitto con la forza è un modo per ribadire il proprio potere nei confronti della vittima.

Allora lo stupro viene utilizzato come strumento di potere?

Sì, specialmente nei casi in cui ci sono dinamiche preesistenti come datore di lavoro-sottoposta. L'uomo che commette lo stupro è sicuro perchè è consapevole che il suo atto resterà impunito. Anche perchè spesso la donna non lo denuncia. Da noi arriva un caso di stupro al giorno e un caso ogni due giorni di violenza domestica. E la violenza domestica è la violenza più difficile da denunciare. Ed è per quello che i dati sugli stupri in strada sembrano maggiori: chi viene stuprata da uno sconosciuto lo denuncia in modo da farlo arrestare dalle forze dell'ordine, ma chi è stuprata dal compagno o altro tende a non denunciarlo.

Come mai le donne continuano a non denunciare le violenze domestiche nonostante il massiccio uso di campagne pubblicitarie?

Secondo i dati Istat una donna su tre che riceve una violenza in casa non ne parla con nessuno, nemmeno con una migliore amica. Mentre due su tre ne parlano, ma non denunciano. Tenga presente che il fatto di non denunciare le violenze in casa è tipico dei Paesi occidentali. Nei Paesi del Nord Europa il massimo tasso di denunce è del 50%. E' difficile denunciare anche perchè difficilmente si percepisce come reato l'aggressione di un partner. E nel caso di un datore di lavoro, un amico o un conoscente subentra anche la paura del ricatto.

Una donna che si rivolge a voi cosa può ricevere?

Innanzitutto chi si rivolge a noi riceve immediata assistenza sanitaria, e dalle 9 alle 17 ci sono anche assistenti sociali e psicologi a disposizione. Noi aiutiamo sia dal punto di vista pratico, raccogliendo ad esempio le prove che possono essere utili per incriminare l'aggressore, sia dal punto di vista legale. Noi offriamo consulenza e assistenza legale a cura dell'associazione di volontariato a cui ci appoggiamo. E' giusto che le donne denuncino le violenze, ma devono essere assistite con attenzione perchè i processi sono lunghi e difficili. Noi facevamo già quello che l'emendamento appena passato prevede.

Parliamo del ddl sullo stalking appena approvato dal Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna (ne ha parlato Blogosfere Politica e Società qui). Cosa è cambiato rispetto a prima e cosa ancora si può fare?

Fortunatamente adesso è stato riconosciuto come un vero e proprio reato il comportamento persecutorio, lo stalking. La legge dà finalmente gli strumenti alla magistratura per incriminare queste persone. Servirebbe anche preparare meglio il personale, curare di più l'accoglienza della donna che ha subito violenza. Gli operatori sanitari devono imparare a riconoscere i segnali non espliciti: tanto per farle un esempio molte donne raccontano ancora di "aver sbattuto contro la porta". Quindi più formazione in generale. Ma soprattutto bisogna cambiare la cultura maschile fin da subito, tramite percorsi di educazione al rispetto per le donne già nelle scuole, in modo da prevenire future violenze domestiche. La sicurezza per strada certo è necessaria (ad esempio rendendo le strade più illuminate), ma non è quella che farà diminuire gli stupri.



Credo che la parola "antistupri" sia assolutamente inadeguata per questo decreto...meglio chiamarlo "nascondi-stupri" o "nascondi-realtà" a seconda delle preferenze...

Leggi anche:

----> Ci risiamo...

----> Il decreto anti-stupro

Foto presa da QUI.

Messo in luce da wonderely alle 15:03 di venerdì, 20 febbraio 2009


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Argomenti trattati nel post: interviste, dati, leggi, razzismo, maltrattamenti, violenza domestica, stupro, notizie nazionali, violenza sessuale, la mia opinione, stereotipi, femminicidio, violenza di genere, alessandra kustermann

60 MILIONI DI SPOSE BAMBINE

Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite. Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.

CLASSIFICA
L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

POVERTÀ
I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw. Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane — dice Jain —. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. "Perché nutrire una mucca che non è tua?", mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».

IL MARITO
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso — aggiunge Jain—anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».

CONSEGUENZE
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: 2 milioni di donne sono affette da fistole vescico- vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza. «Le ragazze vengono ostracizzate dai loro mariti e dalla comunità — spiega la dottoressa Nawal Nour, direttrice del Centro per la salute delle donne africane di Boston —. L’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze sono piene di vergogna. Sono scansate, abbandonate, sole». Nell’Africa sub-sahariana, inoltre, diversi studi mostrano che le ragazze sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a ragazze single e sessualmente attive: perdono la verginità con mariti malati e non hanno il potere di negarsi o chiedere loro di usare il preservativo.

LA LEGGE
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino. L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. In Yemen, dove la legge non stabilisce con chiarezza un’età minima, alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano e ricordano che anche il Profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba. In Etiopia, secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. «Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini—ha detto uno di loro al giornale —. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate». «La religione in alcuni casi può essere un fattore—spiega Kathleen Selvaggio, ricercatrice dell’Icrw —. Ma i matrimoni di bambine non sono legati a nessuna fede in modo specifico. Sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani ». Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata. La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.

Fonte: Corriere della Sera

Devo aggiungere altro o basta così?

Messo in luce da wonderely alle 12:18 di domenica, 24 agosto 2008


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In questo post ho deciso di dare spazio ad un bellissimo libro che ho letto, su cui ho preparato una breve presentazione. Non vi anticipo nulla: spero che vi possa essere utile il mio elaborato .


Femminicidio è un libro a carattere informativo, scritto da Barbara Spinelli, praticante avvocato, che collabora con i Giuristi Democratici a livello nazionale ed internazionale e con la Rete Femminista. L’autrice vuole raccontare le origini e la storia del termine, che in Italia troppo spesso è bistrattato o ignorato nel suo vero significato.  Femminicidio infatti non è come si potrebbe pensare un semplice omicidio di donna, ma un concetto che include  tutte le forme di  violenza e  discriminazione basate sul genere.  

Il libro si apre con una breve Premessa in cui la scrittrice definisce il femminicidio come la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale e normativa che le donne subiscono in quanto donne, perché non rispettano il ruolo sociale imposto loro da una società patriarcale.

L’opera si presenta divisa in cinque capitoli che analizzano pagina dopo pagina diversi aspetti, tutti inerenti all’argomento trattato, ovvero il femminicidio.

Nel primo capitolo ci si sofferma sulle origini dei  due termini “femmicidio” e “femminicidio”. L’autrice, documentando le prime volte in cui il termine è stato utilizzato, ricostruisce i due concetti così come ideati da Diana Russell e da Marcela Lagarde, spiegandone le diversità e riportando i vari dibattiti che studiose femministe in tutto il mondo hanno fomentato.

Nel secondo capitolo si inizia a parlare del riconoscimento sociale del femminicidio, di come le donne hanno fatto proprio questo termine per esprimere la propria soggettività in una società patriarcale, citando nello specifico come siano stati proprio i movimenti di donne nati in America Latina, che si battevano duramente contro la violazione dei propri diritti umani, ad adottare per primi questo termine per denunciare le violenze e le discriminazioni che subivano in quanto donne. Si racconta anche del ruolo importante svolto dalle organizzazioni a sostegno delle vittime, e del loro rapporto con gli organismi internazionali a tutela dei diritti umani, che ha reso possibile la raccolta dei dati, e dunque ha consentito di far conoscere le reali caratteristiche del fenomeno, e quindi di combatterlo.

Nel terzo capitolo si analizzano il femmicidio e il femminicidio come categorie criminologiche di indagine, soffermandosi sulle indagini dei femminicidi in America Latina, sull’impunità di molti crimini contro le donne e sulla diffamazione delle vittime.

Il quarto capitolo descrive, invece, il riconoscimento giuridico del femminicidio con l’introduzione del reato di femminicidio e l’emanazione di leggi per combattere il fenomeno in America Latina: l’autrice ci fa capire come il dibattito sia stato arduo e la lotta delle donne sempre più dura e tenace.

L’ultimo capitolo ci riguarda più da vicino, perché si occupa del dibattito italiano ed europeo in merito al riconoscimento politico e giuridico del femminicidio. Si rimarca come spesso il termine venga sminuito, canzonato o definito “invenzione delle femministe” e si ignori completamente la storia che questo neologismo si porta appresso e tutta la sua portata rivoluzionaria.

Il libro si conclude con delle bellissime riflessioni sulla differenza di genere e sul riconoscimento di questa differenza, non come discriminazione di un genere verso l’altro, ma come esaltazione di peculiarità che possono portare ad una nuova società in cui entrambi i generi si riconoscano a vicenda e abbiano l’uno il rispetto per l’altro.

Consiglio a tutti la lettura di questo libro in cui i concetti vengono spiegati chiaramente e senza la possibilità di fraintendimenti. La storia dei dibattiti, delle lotte delle donne e del conio del termine “femminicidio” viene ripercorsa con grande scrupolosità e l’ausilio di opere scritte da diverse studiose femministe. Si può avere una panoramica mondiale di questa lotta per l’emancipazione e la libertà che è partita dall’America Latina e si è in seguito estesa a tutto il mondo.

È un libro che offre diversi spunti di riflessione per rendersi davvero conto di cosa sia la violenza sulle donne, per uscire dall’ignoranza, dal pregiudizio e dalla disinformazione che riguarda purtroppo il riconoscimento di questo crimine a livello europeo.

È un libro coraggioso, ben scritto e suddiviso che merita di essere letto perché soltanto la conoscenza può rendere davvero liberi.


Vi lascio infine un link dove potrete trovare ulteriori informazioni e la bibliografia, con la speranza che possa raggiungere ed informare più persone possibili.

Autore: Barbara Spinelli
Titolo: Femminicidio - Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale
Editore: Franco Angeli
Anno: 2008
Luogo: Milano

Messo in luce da wonderely alle 10:24 di sabato, 26 luglio 2008


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A settembre, la rivista medica britannica “The Lancet” pubblica un rapporto sconvolgente in cui si dice che durante il colpo di stato ad Haiti, guidato dagli USA dopo la destituzione nel 2004 del presidente democraticamente eletto Jean Bertrand Aristide, 8.000 persone sono state uccise e 35.000 donne e ragazze violentate. Tra i responsabili di queste azioni compaiono la polizia haitiana, bande, e “peacekeeper” ONU.

A fine novembre, la BBC manda in onda dei reportage di denuncia su nuovi episodi di violenza sessuale e abusi in Liberia e ad Haiti da parte di forze ONU. Le accuse chiamano in causa alcuni militari della MINUSTAH (United Nations Stabilization Mission in Haiti), impiegati in missione di “peace-keeping” nel piccolo stato caraibico. L'inchiesta della BBC è partita all'interno di un programma che si occupa di giovani sotto i 18 anni, “Generation Next”, in cui il conduttore, Mike Williams, ha intervistato alcune ragazzine ad Haiti: una ragazza di sedici anni ha riferito di essere stata rapita e violentata, all'interno di una base navale delle Nazioni Unite, da un militare brasiliano, quando aveva quattordici anni. I genitori della giovane hanno denunciato il fatto alle autorità dell'ONU presenti sul territorio, ma, nonostante le evidenti prove mediche, il soldato in questione è stato rimpatriato senza alcun provvedimento. Un'altra bambina ha affermato di essere stata stuprata da un peacekeeper a soli undici anni, e altri militari sono stati accusati di usufruire della prostituzione locale (anche minorile).

Nel Burundi, dove l'ONU è presente con 5.188 caschi blu, diversi soldati sono stati coinvolti in crimini legati alla prostituzione. Secondo Charles Mukasi, da sempre contrario all'arrivo del convoglio ONU in Burundi, «il fatto più grave non è tanto che questi soldati siano implicati in scandali sessuali, ma che siano venuti qui per proteggere la popolazione dal genocidio e da altri crimini contro l'umanità». Dal 2004 ad oggi, l'ONU ha messo sotto inchiesta, ben 319 “operatori di pace” delle Nazioni Unite, accusati di abusi sessuali verso le popolazioni che avrebbero dovuto proteggere: nel complesso, sono stati presi provvedimenti disciplinari (tra cui licenziamenti e rimpatri forzati) contro 179 soldati, poliziotti e civili.

Un rapporto ONU dello scorso ottobre, dedicato alla violenza contro le donne, stima che durante il genocidio del Ruanda del 1994 siano state violentate tra le 250.000 e le 500.000 donne, mentre in Bosnia tra le 20.000 e le 50.000. Per le milizie è un modo di umiliare il nemico, impedire che si riproduca - nel caso le donne vengano anche ammazzate - o (in Africa) diffondere il virus dell'AIDS. “Le violenze sessuali sono sempre meno una conseguenza della guerra e sempre più un'arma utilizzata a fini di terrore politico, di sradicamento di un gruppo, di un disegno di genocidio e di una volontà di epurazione etnica” (dall'introduzione a “Stupri di Guerra” di Karima Guenivet).

Karima Guenivet, una giornalista algerina esperta di diritto umanitario, ha ricostruito in maniera approfondita la storia di quel che è accaduto in tre regioni devastate dalla brutalità della violenza: l'Algeria, il Rwanda, la Bosnia. In particolare, Karima documenta la violenza contro le donne da parte dei militari, definendo lo stupro di guerra come un vero e proprio crimine contro l'umanità.

Articolo: dicembre 2006



Potete continuare a leggere l'articolo QUI: ci sono storie di ogni genere, stupri di massa, stupri etnici, stupri ai danni di bambine che poi sono state brutalmente uccise...di tutto e di più. La cosa che mi disgusta maggiormente è che di questi stupri non sentiamo MAI parlare. Sfido chiunque a prendere in mano un libro di storia e trovare un paragrafo dal titolo "gli stupri di guerra" (o qualcosa che più o meno si avvicini). In tutta la mia esperienza scolastica NON ho MAI trovato un libro di storia che parlasse anche delle donne e delle violenze che sono costrette a subire nei periodi di guerra. Mai un accenno, NIENTE DI NIENTE. Sfido chiunque ad accendere la tivù e sentire parlare al telegiornale di queste violenze: i giornalisti saranno troppo impegnati a parlare di questa e quell'altra partita di calcio, o di questo e quell'altro film...

Insomma, lo stupro di guerra è solo un danno collaterale, le gravidanze derivate dagli stupri pure, le donne ammazzate dopo essere state violentate ripetutamente da più uomini anche. Tanto sono donne e non valgono niente. La perdita di una donna o la violenza su una donna sono accettabili. Basta che gli uomini combattano le loro guerre: chi se ne importa se ci vanno di mezzo le donne e i bambini. Sono danni collaterali e niente di più. Gli stupri sono utilizzati dalla fazione vincente per annientare del tutto il nemico: le donne vengono stuprate e molte volte uccise, gli stessi uomini sono obbligati a osservare lo stupro della propria moglie o delle proprie figlie; gli stupri sono anche utilizzati per mettere incinte le donne e obbligarle poi a portare avanti le gravidanze per dimostrare la superiorità biologica del gruppo vincitore. Molte altre volte, invece, le donne vengono ripudiate dalle loro stesse famiglie, in seguito allo stupro subito. Le stesse donne soldato vengono stuprate dai loro colleghi uomini...è una violenza senza limiti e confini.

Io - sarò diversa dalla massa di cialtroni petulanti che dominano l'informazione - non voglio far parte di tutta quella schiera di gentaglia perbenista che reputa un disonore lo stupro, che si vergogna a pronunciare anche solo la parola o che, ancora peggio, scarica la colpa sulla vittima. Ben venga la risoluzione dell'ONU che reputa lo stupro un'arma di guerra: finalmente qualcuno che si accorge e tira fuori la testa dalla sabbia...meglio tardi che mai! Ovviamente, anche l'ONU dovrà fare i conti con i caschi blu stupratori, che dovrebbero "portare la pace" e "tutelare le popolazioni" e invece si prestano a stupri di gruppo e frequentano bordelli in cui le donne vengono obbligate a prostituirsi. Tutto questo deve farci capire come la violenza sulle donne sia UNIVERSALE, senza razza, età e classe sociale. La violenza sulle donne ha un solo sesso, quello maschile.

Da quando ho iniziato ad occuparmi di violenza sulle donne mi sono resa conto di una cosa: le donne vittime di violenza sono talmente tante che è IMPOSSIBILE contarle. È un pozzo senza fondo, una sofferenza che non ha fine, una violenza smodata e crudele che colpisce le donne in ragione del loro sesso. Provate a leggere tutto l'articolo, se riuscite, perché descrive molto bene le violenze e le sopraffazioni a cui le donne sono state sottoposte nel corso di diverse guerre: i numeri sono da capogiro! Dalle 20mila alle 500mila donne per guerra! Non nego che è un articolo che colpisce, perché racconta una realtà troppo spesso nascosta, che si preferisce non vedere, come se negando un problema questo possa magicamente scomparire. Possiamo anche ignorare i fatti, ma nonostante questo gli stupri ci sono e continuano ancora oggi in tutti i paesi colpiti dalle guerre. Scegliamo il sapere una volta tanto. È proprio questa indifferenza di fondo che permette il proliferare di queste violenze ai danni delle persone più indifese.
Messo in luce da wonderely alle 22:25 di venerdì, 04 luglio 2008


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La violenza sulle donne, come già detto e sottolineato in precedenza, non è solo violenza fisica. Esistono altri tipi di violenze che non lasciano segni evidenti sul corpo, ma che sono lesivi della persona tanto quanto i maltrattamenti fisici. In questo post mi soffermo sulla violenza psicologica e sulla violenza economica (che viene spesso inserita nella violenza psicologica): le informazioni sono state reperite dal sito del Centro Antiviolenza Artemisia. I dati invece sono tratti dal documento ufficiale ISTAT 2006.

 

LA VIOLENZA PSICOLOGICA

La violenza psicologica accompagna sempre la violenza fisica e la prepara anche quando non degenera verso questo tipo di maltrattamento. Il messaggio che passa attraverso il maltrattamento psicologico è che chi ne è oggetto è una persona priva di valore. Ciò induce in qualche modo chi lo subisce ad accettare in seguito anche comportamenti violenti. Si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella relazione e finiscono così con l’essere accolti dalla donna, al punto che spesso essa non riesce nemmeno a vedere quanto le siano dannosi e insidino la sua identità.

Allo stesso tempo il maltrattamento psicologico procura una grande sofferenza, e parte del dolore provato dipende dal non riuscire a dare un nome a questo stato di grave disagio: la donna continua a sentirsi confusa e sofferente, ma senza capirne il perché. Per questa ragione è sempre importante con le donne parlare e indurle a esplicitare quello che sta succedendo, perché possono non rendersi conto che quello che stanno subendo è un vero e proprio maltrattamento. Le tipologie e le modalità di maltrattamento sono molteplici, di seguito ne abbiamo identificate sei delle più comuni. 

  • svalorizzazione (ad es. convincere la donna che non vale niente, dirle che è sessualmente inadeguata, sminuirla nella sua femminilità, offenderla, dirle che è stupida, che non capisce niente, critiche continue, distruzione delle amicizie ecc..)
  • trattare come un oggetto (ad es. richiesta di cambiare il proprio aspetto fisico, manipolare lo stato psichico della donna, maniacale ossessività, controllo di dove va la donna e cosa fa, gelosia eccessiva, costringere ad avere rapporti sessuali)
  • eccessiva attribuzione di responsabilità (ad es. nell’organizzazione del menage familiare, accusarla delle difficoltà dei figli, costringerla a farsi carico di tutte le spese familiari ecc..)
  • indurre senso di privazione (ad es. privazione di contatti sociali, indurre ansia e insicurezza sul futuro, privazione dei rapporti con la famiglia d’origine ecc..)
  • distorsione della realtà oggettiva (ad es. critica continua alla visione del mondo della donna, negazione dei sentimenti delle donne, far sentire in colpa la donna perché rifiuta i rapporti sessuali, cercare di far sembrare normali gravi maltrattamenti e abusi ecc…)
  • paura (ad es. minacce di percosse, rompere oggetti, sbattere porte, minacce di togliere i figli, minacce di morte, imprevedibilità ecc…)

La violenza psicologica può portare alla morte tanto quanto la violenza fisica, perché distrugge l'autostima della persona che ne è vittima.

Le donne che hanno sperimentato comportamenti di violenza psicologica da parte del partner attuale sono spesso vittime di violenza fisica o sessuale. Fatte 100 le donne che hanno subito violenza fisica e sessuale dal partner, il 90,5% ha subito anche violenza psicologica. Nel 50,4% dei casi si verifica violenza fisica associata a quella psicolgica, nel 26,8% (ma soprattutto nel caso degli ex mariti) si verificano contemporaneamente i tre tipi di violenza.

Ora vediamo in che modo la violenza psicologica viene perpetrata:

Isolamento 46,7%
Controllo 40,7%
Violenza Economica 30,7%
Svalorizzazione 23,8%
Intimidazione 7,8%


LA VIOLENZA ECONOMICA

Per violenza economica si intende ogni forma di privazione o controllo che limiti l’accesso all’indipendenza economica di una persona. Vi sono inclusi comportamenti quali:

- privare delle informazioni relative al conto corrente e alla situazione patrimoniale e reddituale del partner

- non condividere le decisioni relative al bilancio familiare 

- costringere la donna a spendere il proprio stipendio nelle spese domestiche

- non dare informazioni sullo stipendio

- non dare soldi o garanzie senza fornire le informazioni rispetto ai rischi e alle procedure di rivalsa,

- costringere a fare debiti

- tenerla in una situazione di privazione economica continua

- intestare tutti i beni a nome proprio o a nome dei propri familiari per impedire ogni accesso legale ai beni comuni.

- rifiutarsi di pagare un congruo assegno di mantenimento o costringere la donna a umilianti trattative per averlo

- licenziarsi per non pagare gli alimenti

- costringere a firmare contratti

Inoltre, molte donne vengono costrette a rinunciare al proprio lavoro per seguire la famiglia: in questo modo, non avendo uno stipendio, diventano del tutto dipendenti dal loro compagno, ed è quindi molto più facile che si verifichi questo tipo di violenza. Cliccando QUI potete leggere la testimonianza di una donna che ne è stata vittima.

 

Entrambi i tipi di violenza non sono ancora oggi riconosciuti come reati e quindi restano impuniti, soprattutto perché è più difficile individuare la violenza. Molte donne vittime di violenza psicologica, per esempio, non si rendono nemmeno conto di esserlo.

Un consiglio però si può comunque dare: se il vostro compagno/marito vi fa sentire male, vi svalorizza, vi impedisce di vedere vostri amici e/o parenti (o tutto quello che viene elencato nel post), non pensate che sia giusto, non pensate che "è normale". Nessuno ha il diritto di dirvi quello che dovete o non dovete fare. Voi siete padrone della vostra vita, nessun altro vi può comandare o farvi sentire delle nullità. Nei centri antiviolenza il personale specializzato può aiutarvi anche in questo senso. Come ho sempre detto: l'aiuto è a portata di mano, non abbiate timore.

Messo in luce da wonderely alle 10:03 di venerdì, 13 giugno 2008


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Interrompo momentaneamente l’argomento della violenza sulle donne in Italia e del taglio dei fondi ai centri antiviolenza, per parlare di un argomento molto delicato: la tratta delle donne, vendute come prostitute e vittime di terribili violenze.

Vi propongo la storia di una ragazza che giovanissima è stata fatta schiava e portata in Italia, successivamente c’è un breve sunto con alcuni dati e un po’ di storia. Mi sono basata su una fonte segnalatami da Lorenza, che ringrazio, e che potete visitare tutti QUI (unico avvertimento: è scritta in francese, io l’ho tradotta per voi, riassumendola un po').

 

Il solo ricordo che Nita custodisce del giorno in cui i militari serbi l’hanno strappata dalla sua casa, a Pristina, per condurla in un campo dove l’hanno violentata è che faceva freddo e il suolo era ricoperto di neve. Non si ricorda se è stato prima o dopo il Natale 1996, l’anno in cui i combattimenti sono scoppiati tra le forze serbe e l’Armata di liberazione del Kosovo. Ha vissuto tali orrori negli ultimi dieci anni che il suo spirito, lei dice, è del tutto scombussolato. Nel 1996, Nita aveva 18 anni, era sposata e madre di una bambina di 8 mesi, e viveva vicino a suo padre, vedovo, e a sua sorella di 7 anni. I miliziani che sono andati a cercarla hanno preso anche la bambina e condotto suo marito, Milau, e suo padre in un altro campo. Per quattro giorni Nita è stata violentata ripetutamente insieme ad altre sette donne, prima di essere messa in una macchina e abbandonata vicino alla frontiera albanese. Nita ha cercato la sua famiglia con la collaborazione di un uomo che diceva di volerla aiutare: in realtà, l’ha trascinata su una barca, dove c’erano molte altre donne, l’ha tramortita e portata in Italia. Si è ritrovata infine a Torino, in un appartamento della periferia. Le altre donne che erano rinchiuse lì hanno appreso di essere state schiavizzate, vendute come prostitute a una rete di sfruttatori italiani e albanesi. Per sei anni, prima in un appartamento dove era tenuta prigioniera, poi per strada, Nita ha subito dei rapporti sessuali ogni notte, sette giorni su sette, con almeno una decina di uomini. Quando non riusciva ad attirare abbastanza clienti, uno degli uomini che dirigevano la tratta la picchiava. Non parlava l’italiano, non sapeva bene dove si trovava e viveva nella paura e nell’ignoranza. Una volta ha persino provato a fuggire, ma questo le è servito solo ad essere riempita di botte. Poi, un giorno la fortuna ha girato: per puro caso è salita in macchina di un uomo che affermava di avere conosciuto Milau e di aver sentito dire che era partito per la Gran Bretagna. Le ci è voluto un mese per potersi fidare di lui e alla fine ha accettato di viaggiare da clandestina attraverso l’Europa in un camion di sigarette. In Inghilterra ha finalmente ritrovato il marito, ma quando questi è venuto a conoscenza della sua vita trascorsa sulle strade, non l’ha potuto sopportare e l’ha buttata fuori di casa: era incinta di tre mesi. I servizi sociali l’hanno mandata in una casa di periferia dove ha potuto attendere la nascita del suo bambino.

Per l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (IOM), il traffico di esseri umani è “la forma più minacciosa dell’immigrazione irregolare in ragione della sua ampiezza e complessità crescenti, poiché ingloba le armi, la droga e la prostituzione”. Per l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), si tratta della forma di crimine organizzato che conosce l’espansione più rapida del mondo. È impossibile procurarsi delle cifre affidabili. I responsabili dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (BIT) stimano che ogni anno vengono venduti dai 700 mila ai 2 milioni di donne e bambini e che questo traffico alimenta un’industria i cui profitti oscillano tra i 12 e i 17 miliardi di dollari per anno. Secondo le Nazioni Unite, si contano oggi 127 paesi fonte – principalmente in Asia e nell’Europa dell’Est – che forniscono un grande numero di prostitute, e 137 paesi destinatari.

Una cosa è certa, il traffico di donne e di bambini avviene secondo le classiche modalità della schiavitù: rapimento, false promesse, trasporto in un luogo sconosciuto, perdita della libertà, sevizie sessuali, violenze e privazioni. Le vittime vengono isolate, sottomesse a pressioni fisiche o psicologiche, rese dipendenti dalla droga e dall’alcool. Le vittime del traffico, anche se sono consenzienti alla partenza, continuano ad essere sfruttate dai trafficanti al loro arrivo. Successivamente vendute a diversi acquirenti in un lungo ciclo di violenze, queste donne fanno eccellenti guadagni: i profitti che generano sono enormi, i rischi di farsi arrestare sono limitati e le sanzioni insignificanti. Secondo un rapporto della CIA, i trafficanti guadagnano in media 250 mila dollari a donna.

La globalizzazione e l’economia del mercato si sono tradotte in un accrescimento dei movimenti di capitali e di manodopera. Le frontiere si sono aperte alle merci, agli investitori e ai cittadini dei paesi ricchi residenti all’estero, ma quelli dei paesi poveri non circolano altrettanto liberamente. Le leggi severe che limitano l’immigrazione impediscono ai richiedenti asilo e agli immigrati di passare le frontiere. È in questo sotto-mondo di economie in fallimento, di povertà, di discriminazione, di governi corrotti e di nuove tecnologie che il traffico di esseri umani prospera.

Sui trafficanti si è meno informati perché le loro vittime, non protette dalla legge, sono spesso troppo spaventate per testimoniare, ma anche perché non esiste un solo tipo di trafficanti. All’apice della piramide, si trovano delle grandi reti criminali estremamente sofisticate, che operano abitualmente a fianco dei trafficanti di droga e di armi, ma formano delle cellule distinte. Operano spesso in molti paesi, fanno oltrepassare le frontiere alle loro vittime e le fanno passare di gruppo in gruppo come delle volgari merci, approfittando della corruzione che regna nella polizia. Queste reti fanno spesso ricorso a dei procacciatori per indurre le donne ad accettare dei lavori all’estero, presentandoli come proficui e rispettabili.

Un buon numero di trafficanti sono dei gestori di case chiuse, e la maggior parte delle ragazze vengono ingannate, reclutate e preparate da donne, a volte prostitute veterane, che le accompagnano durante la prima tappa del viaggio per rassicurarle. La cosa più sconvolgente è che alcuni procacciatori sono degli amici d’infanzia, degli zii o addirittura dei parenti che, per una commissione o a causa di una situazione finanziaria disperata, sono pronti a tradire chi sostengono di amare.

Nell’Europa del Sud-Est, la transizione dall’economia pianificata all’economia di mercato, e anche i conflitti del Kosovo e della Bosnia-Erzegovina, hanno permesso ai trafficanti di reclutare delle vittime tra i nuovi poveri e le nuove categorie di persone vulnerabili: giovani disoccupati, membri della comunità rom, donne che hanno perso il loro lavoro. Quando il conflitto nei Balcani si è placato, abbiamo cominciato a vedere sulle strade dei trafficanti che se ne andavano dalla Serbia al Kosovo e in Bosnia per organizzare delle vendite all’asta di donne. Le vittime venivano poi ripartite in case chiuse dove i primi clienti erano spesso dei caschi blu, protetti dall’immunità diplomatica in quanto personale delle Nazioni Unite.

Nel 1949, la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione e l’abolizione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione altrui ha stabilito un legame tra il traffico e la prostituzione. In seguito, un numero considerabile di convenzioni e accordi internazionali sono stati firmati per lottare, direttamente o indirettamente, contro il traffico delle donne e dei bambini, e anche contro il matrimonio e il lavoro forzati. Nel 2000, la quasi totalità dei paesi hanno firmato la Convenzione dell’ONU contro la criminalità transnazionale organizzata, di cui uno dei protocolli, quello di Palermo, dà la prima definizione completa del traffico di esseri umani. I paesi firmatari sono tenuti ad adottare nuove leggi, a criminalizzare il traffico, a indagare sui trafficanti e perseguirli nei termini di legge, e a proteggere l’identità delle vittime del traffico. Ma il protocollo non prevede grandi cose per quanto riguarda la protezione delle prostitute, perché non richiede che si dia un aiuto o una protezione alle vittime del traffico.

In questi ultimi anni, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) ha elaborato un proprio piano per lottare contro il traffico. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani (entrata in vigore il 1° febbraio 2008) prevede tutta una serie di misure con questo scopo. L’iniziativa del Consiglio d’Europa è stata accolta con entusiasmo dai centri associativi, perché non si tratta soltanto di uno strumento di lotta contro la criminalità organizzata, ma anche l’unico strumento che costringe giuridicamente a delle misure per fornire una protezione alle donne e ai bambini vittime di questo traffico. Ma sussiste un baratro tra i discorsi antitrafficanti e le misure realmente adottate per dare protezione e assistenza alle vittime, o per arrestare e perseguire i trafficanti, che, persino quando vengono fermati, raramente sono condannati.

 

Questo è un sunto molto breve, ma esaustivo, riguardo al grandissimo problema della tratta delle donne. Mi aspetto da chi verrà qui a commentare il massimo rispetto per la sofferenza di queste donne; purtroppo ho sentito parecchie giustificazioni a riguardo, tra cui “gli uomini hanno più testosterone delle donne”, oppure “gli uomini vivono la sessualità in modo diverso”. A me non interessa un bel niente del testosterone e della sessualità, altrimenti ci mettiamo a giustificare tutto perché gli uomini sono fatti così: chi obbliga le donne a prostituirsi, chi le violenta, chi le sfrutta è SEMPRE da condannare senza alcuna remora. Se dovete venire qui a scrivere cazzate e a prendere in giro la sofferenza delle donne sfruttate girate i tacchi e andatevene, perché questo è un blog serio e io le mancanze di rispetto non le tollero.

Le prostitute non sono “puttane”, non sono “zoccole”, non sono “battone”: le prostitute sono donne che hanno perso la loro libertà per colpa di infami bastardi che non ragionano con il cervello, ma con un’altra parte del corpo. Ci sono pure uomini che hanno il coraggio di andare con una prostituta e dire che la tratta non esiste: almeno non fate i vigliacchi e ammettete che anche voi siete responsabili di questo traffico, perché lo siete tanto quanto gli sfruttatori. Mi sono stancata di sentire sempre giustificazioni. La vita di una donna ha valore, gli uomini non sono nessuno per strappare la libertà alle donne. Gli uomini non hanno il controllo sulle donne, perché le donne sono PERSONE tanto quanto gli uomini e nascono LIBERE tanto quanto gli uomini. Mettetevelo in testa una volta per tutte!

Segnalo infine che cliccando QUI è possibile firmare la petizione contro la tratta delle donne.

Messo in luce da wonderely alle 22:55 di martedì, 03 giugno 2008


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Argomenti trattati nel post: testimonianze, uomini, dati, libertĂ , prostituzione, notizie nazionali, persecuzione, violenza sessuale, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di guerra

Non è mai finita quando si tratta di manifesti obbrobriosi. Poco tempo fa vi avevo mostrato come a Roma pensano di difendere le donne scrivendo a caratteri cubitali “Non desiderare la donna d’altri” e ora, purtroppo, mi tocca segnalare un’altra indecenza prodotta da menti deliranti. Da notare in primis come il manifesto sia stato realizzato da uomini (idioti) per altri uomini (altrettanto idioti): lo capiamo subito leggendo la frase “se fosse tua madre, tua moglie, tua figlia?”. Donne è inutile, noi apparteniamo agli uomini: pure se veniamo stuprate a perderci sono solo loro. Di noi, chi se ne frega. Chissà a cosa servono queste scritte all’80% delle donne che subiscono violenza, visto che avviene in famiglia. Possono solo pensare “Be grazie, tanto è mio marito che pensa a picchiarmi”, oppure “Tanto è mio padre che pensa a violentarmi”.

Nella vita ho imparato che ci sono tre tipi di persone. Quelle che capiscono subito, quelle che capiscono dopo che gli spieghi le cose e quelle che non capiscono mai. Chi ha prodotto questo schifo sta nella terza categoria; forse non riesce a capire o forse gli fa comodo non capire. Non sono bastati i dati ISTAT, non è bastato dire che ogni due giorni in famiglia muore una donna, non è bastato sottolineare che più è stretta la relazione tra carnefice e vittima, più è alta la possibilità che si consumi la violenza: sembra di parlare con dei muri.

La violenza sulle donne non è solo stupri, la violenza sulle donne è violenza fisica, violenza psicologica, violenza economica. La violenza sulle donne è anche la mercificazione dei nostri corpi, la violenza sulle donne sono gli insulti nascosti dietro a battutine sarcastiche, la violenza sulle donne è tutto il maschilismo. La violenza sulle donne è l’indifferenza delle istituzioni. Ma visto che qui ci siamo fissati con gli stupri, allora parliamo di questi. Ecco la realtà: i partner sono responsabili  della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica e sessuale. Il 69,7% degli stupri è infatti opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è ad opera di estranei (e qui rientrano quindi gli immigrati). Questi sono i dati ISTAT, non mi sto inventando niente.

Parliamoci chiaro, prima che insorgano polemiche inutili e stupide. Io non difendo gli immigrati criminali e non mi sognerei mai di farlo. Però è una presa in giro trasformare il problema della violenza sulle donne in un problema di immigrazione. Io non faccio differenza tra uno stupratore italiano e uno straniero: per me sono entrambi fecce dell’umanità. Non giustifico nessuno stupro da parte di immigrati dicendo che è commesso da persone povere che hanno bisogno d’aiuto: poveri o no sono dei criminali bastardi, che meritano di essere rispediti al loro paese. Ma non mi sognerei mai di far passare il messaggio sbagliatissimo che solo gli immigrati (non conosciuti dalla vittima) commettono questo genere di reati. Mi sembra che i dati sopra citati parlino chiaro.

Ci tengo anche a dedicare due righette a Forza Nuova, che si prodiga così tanto nella difesa delle donne. Hanno un rispetto innato per le donne che li porta ad insultarle se provano a contraddirli. Parlo per esperienza, perché non ho potuto azzardare la frase “in italia le donne non vengono tutelate in niente” che mi hanno riempita di insulti, non solo per me, ma anche sulla mia famiglia. Non scherziamo per favore, non prendiamoci in giro. Io sinceramente me ne frego degli insulti di un gruppo di fascistelli balordi e maleducati che sono talmente cocciuti da arrivare a negare l’evidenza. Appena gli poni la domanda: “Ma la legge contro la violenza domestica dov’è? E la legge contro lo stalking?”, non rispondono più. Ecco bravi state zitti che mi fate un favore.

I razzisti ignoranti non si smentiscono mai. I razzisti ignoranti sono quelli che se una donna viene stuprata da un romeno fanno saltare fuori un putiferio e poi stanno zitti se una ragazza di 14 anni viene massacrata da tre suoi amici italiani; stanno zitti se una donna viene uccisa dall’ex marito che continua a perseguitarla, stanno zitti se una ragazza indifesa subisce stupri di gruppo per dieci mesi, stanno zitti davanti a una donna incinta ammazzata dal marito. I razzisti ignoranti sono quelli che trattano le donne come puttane e sono contenti di vedere Mara Carfagna alle pari opportunità (perché almeno il governo è sexy) e poi fanno finta di difendere le donne organizzando pestaggi ai danni dei rom. I razzisti ignoranti sono quelli che pretendono che le donne dicano sempre sì agli uomini senza mai ribattere, altrimenti le insultano (o gli fanno di peggio). I razzisti ignoranti sono quelli che vedono una donna solo se è bella e sexy, altrimenti nemmeno la considerano: può morire quella, tanto non vale niente. Questi sono i razzisti ignoranti. I razzisti ignoranti sono feccia.

I razzisti ignoranti hanno prodotto questo schifo. Io non mi faccio zittire da un gruppo di razzisti ignoranti che fingono di interessarsi a un argomento così delicato e sofferto come la violenza sulle donne, per fare propaganda xenofoba. Non sanno niente di niente e parlano a vanvera, giusto per parlare, giusto per dare aria alla bocca. Leggete, informatevi, conoscete le vittime e i loro carnefici, conoscete la sofferenza, conoscete le lacrime, conoscete la paura, conoscete l'angoscia e dopo (solo dopo) parlate.

Messo in luce da wonderely alle 13:11 di sabato, 24 maggio 2008


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Argomenti trattati nel post: uomini, dati, antifascismo, leggi, razzismo, violenza domestica, stupro, notizie nazionali, violenza sessuale, la mia opinione, stereotipi, discriminazione sessuale, stalking, violenza di genere, manifesto antiviolenza

In seguito ai continui attacchi alla 194 e al diritto d’aborto, ho deciso di mettermi in gioco, esponendo la mia sensibilità e riferendomi anche a mie esperienze personali, per parlare io stessa in prima persona di questo argomento. Ho redatto un breve testo, in cui spiego il mio punto di vista e voglio pubblicarlo su questo blog.  Eccolo:

 

Sulla questione “aborto” hanno (stra)parlato in tanti: abbiamo sentito mille frasi fatte sulla tutela della vita, pesanti insinuazioni (fino ad arrivare alla calunnia) sulle donne, è nato (ed è già morto) addirittura un partito contro l’aborto, insomma, di cotte e di crude . Quindi, vorrei provare anch’io a dire la mia su un argomento così delicato, con la consapevolezza di essere solo  una ragazza di 19 anni, che però si reputa abbastanza matura per poter proferire parola su un tema che da donna la riguarda molto da vicino.

Mi piacerebbe chiarire fin dal principio chi ha diritto di decidere senza condizionamenti e in totale libertà, cioè la donna. Il motivo è semplicissimo: è la donna che porta dentro di sé un figlio per nove mesi, è sempre lei che sopporta il grande cambiamento psicofisico che la gravidanza comporta, è ancora lei che dovrà poi convivere con suo figlio. Con la parola “convivere” intendo sia l’eventualità in cui la donna decida di tenere il bambino con sé, sia quella di darlo in adozione (nel caso in cui non abbia la possibilità di occuparsi del piccolo): in entrambi i casi la donna è madre, sa di aver messo al mondo un bambino, sa di avere una parte di lei su questa terra e, nel caso dell’adozione, è consapevole di abbandonare suo figlio sperando che una buona famiglia lo possa crescere al posto suo.

Solo una donna può capire cosa significhi essere madri, perché è in lei che si genera la vita: la natura non ha dato questa possibilità agli uomini, che quindi dovrebbero accettare questa loro carenza rispetto al genere femminile, mettendosi da parte (per una volta) e lasciando decidere chi ha davvero i requisiti per farlo. Gli uomini possono consigliare, mostrare la loro disponibilità, far sentire il loro appoggio, ma non hanno per natura la capacità di poter decidere in questo campo.

Io non mi sento di dire che l’aborto sia giusto: possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma sta di fatto che abortire significa interrompere una possibile vita. La realtà è questa e ogni donna lo sa. Ecco perché la decisione di abortire diventa così difficile e traumatica per molte donne. È per questo che io mi ostino a dire che l’aborto deve essere una vera decisione, non un dubbio: una donna deve abortire solo se è veramente decisa a farlo, non perché non sa cosa fare. Altrimenti si rischia l’effetto contrario: quella che doveva essere una scelta libera, diventa una prigione di dolore e pentimento per tutte quelle donne che vorrebbero tanto “poter tornare indietro”. Io reputo l’aborto l’ultima spiaggia, sempre e comunque, e penso che sia immorale sfruttarlo come anticoncezionale.

È doveroso ricordare che ci sono donne che abortiscono perché portano in grembo figli gravemente malati: il loro non è egoismo; semplicemente non se la sentono di crescere bambini con gravi malattie e passare la loro vita a chiedersi chi si occuperà di loro quando anche l’affetto e l’amore della madre verranno a mancare. Ci sono donne che abortiscono perché la loro vita o la loro salute sono in pericolo e magari hanno già altri bambini di cui prendersi cura che non vogliono lasciare; altre donne invece, in quel momento, non si sentono pronte o non desiderano un figlio. Inoltre, non dimentichiamo gli stupri: è tremenda la scoperta di aspettare un bambino dall’uomo che ti ha rovinato la vita, perché distrugge completamente l’anima della donna. Infine, è importante sottolineare i casi in cui si arriva all’aborto perché c’è stata una mancanza nella contraccezione. La vera libertà per le donne non è l’aborto, ma la possibilità di evitarlo. Oggi ci sono davvero tanti metodi ed è opportuno che tutti (uomini compresi) li conoscano e li utilizzino. “Aborto libero per non morire, contraccezione per non abortire”, ecco una frase delle femministe anni ’70 che mi sembra giusto citare, in quanto calza perfettamente con la mia tesi.

“Aborto libero” perché deve essere garantito sempre e comunque in ospedale, in condizioni igieniche adeguate. L’obiezione di coscienza è una grande vergogna, perché significa che un medico antepone le proprie convinzioni personali al benessere psicofisico della sua paziente. Nessun medico (che meriti di essere chiamato così) può letteralmente abbandonare una donna al proprio destino, lasciandola nelle pericolose grinfie degli aborti clandestini, che spesso sono praticati al di fuori degli ospedali dagli stessi “medici obiettori” a prezzi salatissimi. Non so come possa sentirsi un vero medico, sapendo che la sua paziente ha messo a rischio la propria vita, perché lui stesso si è rifiutato di aiutarla.

È inaccettabile che un ospedale pubblico possa assumere personale obiettore (ginecologi , anestesisti o infermieri) perché la salute è un diritto di tutti, poveri e ricchi, e non è giusto che alle donne meno abbienti venga negata la possibilità di abortire al sicuro in un ospedale, perché non hanno abbastanza denaro per pagarsi l’intervento in una clinica privata (purtroppo i dati sugli obiettori sono davvero preoccupanti). Ritengo inoltre vergognoso che ci siano “movimenti per la vita” composti da persone che si recano appositamente nei reparti di ginecologia e ostetricia a cercare di convincere le donne a non abortire, arrivando persino ad insultarle. L’ospedale è un luogo serio, dove non possono essere ammessi teatrini di chi non ha altro di meglio da fare durante la giornata; ma soprattutto va tutelata la privacy delle pazienti, che non devono rendere conto a estranei dei motivi della loro (sofferta) decisione.

Deve essere chiaro, anche a chi è di mentalità più stretta, che una donna non è né un contenitore, né un’incubatrice, ma una persona con un cervello per pensare e decidere. È necessario che le donne non vengano lasciate sole e sono utilissime le associazioni che aiutano le ragazze madri, perché devono essere fornite tutte le informazioni per una maternità consapevole: non si deve lasciare nulla di intentato, prima di ricorrere all’aborto. Ma quando la donna ha davvero deciso, nessuno deve più metterci becco.

 

Questa è la mia opinione sull’aborto; ovviamente, non pretendo che venga condivisa da tutti, però esigo che chiunque venga qui a commentare inserisca solo ed esclusivamente la propria opinione, lasciando da parte qualsiasi tipo di insulto o immagine di feti. Un conto è esprimere il proprio parere, un altro è insultare una persona bollandola con diversi nomignoli, che non mi va di ripetere qui, perché mi nauseano (inoltre ricordo che sono calunnie punibili dal codice penale). Nessuno ha il diritto di insultare la sensibilità altrui con foto di feti abortiti: a tutte queste persone chiederei, invece, di andarsi a guardare le foto di tutte quelle ragazze o donne, che hanno perso la vita perché non hanno avuto la sacrosanta possibilità di abortire in ospedale.

Lo dico fin da subito: in questo blog esiste la libertà di parola, ma non la libertà di insultare. Quindi, qualsiasi commento con le caratteristiche sopra descritte, verrà immediatamente cancellato.

Grazie a tutti per l'attenzione.

Messo in luce da wonderely alle 14:26 di martedì, 20 maggio 2008


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Argomenti trattati nel post: dati, aborto, contraccezione, notizie nazionali, obiezione di coscienza, la mia opinione, legge 194, libertĂ  di scelta