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Argomenti trattati nel post: razzismo, molestie, libertĂ , maltrattamenti, indifferenza, violenza domestica, stupro, notizie nazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , la mia opinione, aggressione, violenza psicologica, stereotipi, femminicidio, uxoricidio, discriminazione sessuale, stalking, donne incinte, violenza di genere, sentenze shock
di Anna Maria Mori *
«Complimenti, signora: lei aspetta un bambino». Sono andata da sola allo studio medico per fare il controllo. Ed esco da sola.
Sola, sul marciapiedi che corre parallelo a una strada, sul Lungotevere, dove scorre, come sempre, un serpente ininterrotto di macchine, mi scopro a piangere. Piango silenziosamente e mi dico che non capisco perché. Perché questo bambino l’ho cercato, l’ho voluto, l’ho deciso. E piango.
Le lacrime mi offuscano la vista, cammino meccanicamente, e le lacrime mi fanno da corazza: sono chiusa dentro di loro, e non vedo, non guardo né il traffico a lato, né le persone che mi camminano di fianco o di fronte, e che vedendomi piangere penseranno a un lutto, a chi sa quale disgrazia, magari qualcuno, dio ne guardi, mi si avvicinerà dicendomi: «Posso aiutarla?», e io cosa potrò rispondergli? «No, sa, non è niente: è solo che mi hanno detto adesso che aspetto un bambino…». Già: non è niente.
Ma, come niente? È tanto, tantissimo, tutto. E però continuo a piangere. Piango e non guardo, non vedo neanche gli alberi sopra di me, che però, a loro modo, mi accarezzano: è autunno, novembre, quasi inverno, e c’è una pioggia di foglie che cade silenziosamente sul selciato, qualcuna anche mi sfiora, leggera. «Coraggio, siamo qui con te» sembra dirmi, o io ho bisogno di raccontarmi qualcosa del genere. Forse perché mi ricordo confusamente di qualcuno che mi spiegava che quando stai male devi abbracciare un albero, e l’albero ti restituirà la forza che senti di avere perduto. Piango senza volerlo, senza averlo deciso, è come se quel sale che mi esce dagli occhi e mi bagna il viso, la bocca, il collo della giacca, obbedisse a un comando che non so di avergli dato, che non è il mio.
«Complimenti, signora: lei aspetta un bambino…». E il comando che mi ero data da tempo per questo annuncio che aspettavo, magari non così presto, non così all’improvviso, era di essere felice. Invece sono qua che piango, da sola, per strada, e piango senza riuscire a fermarmi. In un barlume di lucidità, cerco una risposta al perché, perché piango. La trovo in un urlo che, per fortuna, rimane solo dentro di me, chiuso nello stomaco: «Vergognatevi».
Vergognatevi, tutti voi che non fate altro che riempirvi la bocca con le parole famiglia, maternità, protezione della famiglia e della maternità, diritti della famiglia e della maternità, voi che scendete in piazza usando la famiglia come spettacolo elettorale. Perché io so, sono perfettamente consapevole che a questo bambino, alla maternità che ho scelto e voluto, io sarò chiamata a pagare un prezzo altissimo, da sola.
Perderò quasi sicuramente, anzi senza quasi, il mio lavoro: le aziende private se ne fregano delle pari opportunità, del diritto alla maternità, del problema demografico che affligge il paese e minaccia le pensioni, i responsabili delle risorse umane magari si fanno il segno della croce la sera e la mattina, ascoltano devoti le parole del papa e votano di conseguenza, ma questo non impedisce che considerino la maternità di una loro dipendente, come io sono, una provocazione, un gesto di rivolta rispetto alla logica aziendale, che va debitamente punito.
«Aspetto un bambino, però io voglio continuare a lavorare, sono in grado di continuare a lavorare, lavorerò anche da casa, durante i mesi di assenza obbligatoria dal posto di lavoro…». Mi risponderanno come hanno risposto a un’altra mia collega che è già passata attraverso questa meravigliosa esperienza: «La maternità è come una malattia, bisogna stare e casa, e curarsi…».
Le radici cristiane dell’Europa. E dell’Italia in primis.
Vorrei che stessero zitti. E invece parlano, parlano, in televisione, sui giornali, tutti lì che difendono la famiglia e la maternità. Uno spettacolo di quart’ordine in cui tutti recitano a fare a gara su chi è più sensibile ai problemi della maternità e della famiglia: tutto finto, com’è appunto, in uno spettacolo. E invece io so che nessuno mi difenderà, se non sarò capace, chi sa come e con quali mezzi, di difendermi da sola. Di difendere me e il mio bambino. Da sola. Contro tutto e tutti.
Ce la faremo, bambino mio: io e te, insieme, due debolezze, forse, finiranno col fare una forza. Ma per adesso piango: lasciatemi piangere. E urlare. Vergognatevi.
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Argomenti trattati nel post: indifferenza, discriminazione sessuale, donne incinte, violenza sul luogo di lavoro
Negli ultimi anni, il numero di stupri perpetrati contro donne e ragazze di Haiti è cresciuto esponenzialmente; prevalentemente lo stupro da parte di bande di uomini armati, ma anche la violenza domestica è molto diffusa.
Già nei tre anni successivi al colpo di stato, che mise fine al primo governo Aristide nel 1991, si ricorreva alla violenza sessuale per punire e intimidire le famiglie dei sostenitori del governo; successivamente, la pratica dello stupro è stata adottata da bande criminali. Nel 2008, nel periodo precedente al carnevale, nella capitale Port-au-Prince, in soli tre giorni, sono stati segnalati 50 casi di violenze ai danni di donne e bambine.
Molto diffusa è anche la violenza domestica, che rimane spesso nascosta. Bambine e ragazze non denunciano le violenze subite tra le mura domestiche perché dipendono economicamente da chi abusa di loro. Il problema non è mai stato affrontato col risultato di una convinzione generalizzata della violenza domestica percepita come un fenomeno normale e inevitabile.
Alle ragazze che restano incinte in seguito a uno stupro non viene garantito un adeguato supporto sanitario: solo un quarto delle nascite avviene con l'assistenza di personale qualificato e molte donne e ragazze muoiono a causa di complicazioni legate alla gravidanza.
Le conseguenze della violenza sono durature e profonde. Oltre alle immediate ripercussioni fisiche, le vittime si trovano spesso a dover affrontare gravidanze indesiderate, malattie a trasmissione sessuale e problemi psicologici quali, stress post-traumatico, ansia o depressione. In particolare, le ragazze di età inferiore ai 18 anni rischiano maggiormente di morire per cause connesse al parto di vedere il proprio diritto a ricevere un'istruzione seriamente compromesso.
Nella maggior parte dei casi, le ragazze non hanno il coraggio di denunciare gli stupri a causa della paura, della vergogna e delle convenzioni sociali che fanno sì che la violenza commessa dagli uomini sia tollerata. Anche la mancanza di fiducia nei confronti del sistema giudiziario e della polizia gioca un ruolo importante nello scoraggiare le denunce.
Negli ultimi anni, le autorità haitiane hanno tentato di affrontare il problema della violenza. Il Ministero per le politiche e i diritti delle donne, istituito nel 1994, ha preso parte a diverse iniziative di sensibilizzazione. Nel 1995, è stato adottato il Piano nazionale di contrasto alla violenza sulle donne, le cui raccomandazioni se attuate, potrebbero fare molto per prevenire e perseguire questi reati.
Amnesty International chiede alle autorità haitiane di:
----> FIRMA L'APPELLO
Read the article in english: Don't turn your back on girls
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Argomenti trattati nel post: appelli, istruzione, maltrattamenti, violenza domestica, stupro, notizie internazionali, violenza sessuale, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, donne incinte, violenza di genere, gravidanza indesiderata, hiv / aids, conseguenze dello stupro
ENUGU (Nigeria) - La polizia ha fatto irruzione in una clinica per la maternità di Enugu, nell’est della Nigeria, per stroncare una «fabbrica di bambini». Nell'edificio, di due piani, tutto taceva durante il giorno, ma l'attività diventava febbrile durante la notte. Si trattava di una struttura dove venivano rinchiuse giovani donne (ne sono state liberate 20) e venivano dati alla luce bambini da mettere in vendita. Per le organizzazioni locali che si battono contro il traffico di essere umani, la pratica non è rara in Nigeria, il Paese che conta il più alto numero di abitanti del continente africano, pari a 140 milioni. Stando alla ricostruzione fornita dalle organizzazioni di quella che è stata definita la più vasta operazione di polizia contro una rete di trafficanti di bambini, il medico responsabile della clinica di Enugu attirava giovani donne che portavano avanti gravidanze non desiderate, proponendo loro di aiutarle ad abortire. Le adolescenti venivano invece rinchiuse fino al giorno del parto, quindi costrette a separarsi dal proprio bambino in cambio di circa 20 mila naira (135 euro). I bambini veniva poi venduti, generalmente a nigeriani, per una cifra che oscilla tra i 300 mila e i 450 mila naira (2 mila -3 mila euro).
STUPRI RIPETUTI - «Appena entrata, mi hanno fatto un’iniezione e sono svenuta - ha raccontato alla France presse una delle 20 donne liberate - quando ho ripreso conoscenza, mi sono resa conto che ero stata violentata». La ragazza, 18 anni, è stata quindi rinchiusa con altre 19 donne. Il medico l’ha violentata di nuovo il giorno dopo, una settimana prima dell’intervento della polizia. Non esistono dati precisi sulle «fabbriche dei bambini», come sono state ribattezzate dalla stampa nazionale, e sul numero di neonati destinati ogni anno alla vendita, ma secondo gli attivisti si tratta di un’attività molto diffusa, gestita da organizzazioni molto strutturate. «Pensiamo siano più grandi di quanto sappiamo», dice Ijeoma Okoronkwo, direttore regionale dell’Agenzia nazionale per il bando del traffico di esseri umani. Le strutture simili alla clinica di Enugu scoperte finora nel Paese sono almeno una decina. «Tutto questo esiste da tempo, ma noi ne siamo al corrente solo dal dicembre 2006, quando un’ong ha lanciato l’allarme e ci ha segnalato che i bambini venivano venduti e che vi erano coinvolti gli ospedali», ha aggiunto.
«VOLONTARIE» PER POVERTÀ- In alcuni casi, giovani donne molto povere ricorrono di propria volontà a questa pratica per avere denaro. Nella clinica di Enugu, «abbiamo trovato quattro donne che erano lì da tre anni, per fare figli», ha detto il responsabile locale per la sicurezza, Desmond Agu. Secondo la polizia, il medico «invitava» giovani uomini «per ingravidare le ragazze». In alcuni casi, i bambini vengono dati alla luce per avere più manodopera o farli prostituire. Nella società nigeriana la sterilità di una donna sposata è un fardello. «Nella società Igbo (etnia del sud-est), il prezzo da pagare quando non si hanno bambini è alto», evidenzia Peter Egbigbo, psicologo clinico, ma la gente «è pronta a pagare non importa quale somma per un bambino», di cui poi nascondono a tutti l’origine. «Molta gente non sa neppure che quel che fa è contro la legge - sottolinea Okoronkwo, dell’agenzia nazionale - credono si tratti di una adozione». Secondo l’Unicef, sono almeno dieci i bambini che vengono venduti ogni giorno in Nigeria.
Fonte: Corriere della Sera
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Argomenti trattati nel post: uomini, stupro, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , sequestro di persona, donne incinte, violenza di genere, gravidanza indesiderata
Dedico questo post a un'amica, una donna speciale che tutti conosciamo in splinder con il nick CHECCO1995. Questa donna si chiama Rosaria, è una persona splendida e disponibile. Le dedico questo post per ringraziarla della vicinanza e del supporto che mi ha mostrato nell'ultimo periodo.
La testimonianza che segue è una lettera scritta da Rosaria a un altro amico di splinder, conosciuto sulla piattaforma con il nick maxfrassi, che si batte contro la pedofilia e anche la violenza sulle donne. La testimonianza è stata pubblicata sia sul blog di Frassi che sul sito dell'Associazione Prometeo.
Devo confessare che ho letto questa lettera prima di conoscere l'autrice e mi ha commossa; arrivata in fondo ho pianto. Credo sia impossibile non sentirsi in qualche modo partecipi del dolore e della sofferenza che hanno toccato Rosaria in prima persona.
Su sua esplicita richiesta, comunico che l'Associazione Prometeo diventerà operativa anche nella lotta contro la violenza alle donne, oltre che ai bambini. E ora lascio che sia lei a parlare...
Rosaria è la prova vivente che nemmeno la violenza più subdola e vigliacca può uccidere la forza interiore di una donna e di una madre. Rosaria l'ha tirata fuori tutta questa forza, per il bene di suo figlio e anche per il suo.
Rosaria è una donna che merita rispetto e ammirazione, affinché diventi un esempio per tante altre. Uscire dalla violenza è possibile. Lei ce l'ha fatta ed ha anche trovato il coraggio e la forza per raccontare.
Rinnovo il mio GRAZIE speciale a Rosaria.
Grazie a nome di tutte le donne, ma soprattutto a nome MIO.

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Argomenti trattati nel post: testimonianze, uomini, libertĂ , maltrattamenti, indifferenza, violenza domestica, notizie nazionali, persecuzione, inciviltĂ , la mia opinione, stalking, donne incinte, violenza di genere, amica rosaria
Oggi, finalmente, una buona notizia: un uomo che ha ucciso l'amante incinta è stato condannato a 27 anni, 24 per l'omicidio della donna e 3 per averle procurato un aborto. Il delitto risale al 2006. Già precedentemente, l'uomo aveva costretto la donna ad abortire e ci era riuscito. Rimasta incinta una seconda volta, però, la giovane ha deciso di affrontarlo perché riconoscesse il bambino. Lui, essendo sposato, non ha voluto sentire ragioni, l'ha uccisa a sprangate e ha gettato il suo corpo in una zona industriale di Trezzano sul Naviglio, nei pressi di Milano.
Il Corriere della Sera riporta che l'uccisione del feto è stata considerata "reato autonomo" non assorbito dall'omicidio della donna, poiché «l’interruzione di gravidanza è stata il movente dell’imputato, determinatosi a terminare due vite (l’una in atto e l’altra in potenza) per conservare intatto il proprio equilibrio familiare e mantenere quella stabilità esistenziale che garantiva una tranquillizzante routine quotidiana».
Questa sentenza rappresenta uno spiraglio per i genitori di Jennifer Zacconi, la ventenne uccisa al nono mese di gravidanza dal padre di suo figlio. Lucio Niero, l'assassino, è stato condannato a 30 anni per il solo omicidio di Jennifer, ma non per aver causato la morte del bambino. La nonna, madre della ragazza, aveva anche scattato una foto straziante al piccolo Hevan (sotto in foto), ormai morto, per mettere i giudici davanti al fatto compiuto: anche la vita di un bambino era stata stroncata! Ma tutto questo, ai tempi, non era servito. Ora, i genitori possono tornare a sperare che anche il loro nipotino, figlio mai nato di Jennifer, possa avere giustizia e gli avvocati hanno già preparato il ricorso in appello.
Benissimo, dico io. Una donna non può abortire per legge dopo il terzo mese, ma un uomo può uccidere una donna incinta al nono mese e i giudici hanno pure la faccia tosta di fingere che il bambino non esista? C'è qualcosa che non va!
Era ora che qualcuno si svegliasse.
Spero con tutto il cuore che il piccolo Hevan possa finalmente avere giustizia.
Questo bellissimo e dolcissimo bimbo è morto per mancanza di ossigeno nel corpo della sua mamma, ma i giudici si sono dimenticati di Lui.
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Argomenti trattati nel post: uomini, leggi, notizie nazionali, inciviltĂ , la mia opinione, aggressione, femminicidio, donne incinte, violenza di genere, sentenze shock, aborto maschile
Pubblico qui un articolo, tratto dal blog di un'amica, una mamma, una donna straordinaria, Herta. Grazie a lei, ho potuto rendermi conto di molte verità nascoste sulla pedofilia, e oggi, facendo il mio ennesimo giro sul suo coraggioso blog, ho letto un articolo straziante riguardo le bambine e la selezione sessuale in molti paesi del mondo.
L'articolo risale al 2001, è lungo e vi occuperà del tempo. Devo anche dire, prima di pubblicare, che è molto crudo. Spero che, oltre al tempo, abbiate il coraggio di leggerlo. Quello che voi provate leggendo, non è niente in confronto a quello che bambine innocenti provano sulla propria pelle.
Mi piacerebbe veramente che, per una volta, le persone si degnassero di spegnere la tivù, di mettere giù i giornaletti di gossip, per dedicare dieci minuti del loro tempo ad informarsi davvero su quello che accade nel mondo.
L'eccidio silenzioso - Storie di infanzia violata
La stanza è come quella della tortura in un lager. Il tettuccio arrugginito è schiacciato contro il muro schizzato di sangue. Una donna legata da cinghie nere urla. Sta per avere un bambino. Ma quando la testa del neonato appare, il medico affonda una siringa nella fronte e il piccolo scompare. Dopo un attimo il boia lo tira fuori. È morto. Era una bambina.
Così racconta il video che un infiltrato di una famosa organizzazione non governativa francese travestito da infermiere ha girato in una città del Sud della Cina. Così i cinesi ammazzano le loro figlie. Lasciandole sospese e impietrite tra la vita e la morte. Solo perché sono femmine. Figlie di un dio minore. In Cina ogni anno spariscono, condannate dalla loro femminilità, almeno 2 milioni di bambine. Una di loro è stata fotografata da poco da un reporter di The Mirror (per vedere le foto cliccare QUI e QUI). Fotografia della vergogna: la piccola era per terra, buttata su un marciapiede come un gatto morto. Una bambola col naso pieno di sangue e la pelle ancora calda. La gente le camminava accanto, forse sopra, come se niente fosse. Colpa, si dice, di una legge del 1979 intitolata "Legge eugenetica e protezione salute" che proibisce ai cinesi di avere più di un figlio in famiglia e che dà la preferenza al maschio.
Ma anche della tradizione e della convinzione che una figlia femmina sia una vera maledizione, un peso. Nello scorso novembre una reporter americana, Norma Mayer, trova nell'orfanotrofio di Harbin 170 bambini. Ma 120 sono femmine. Le descrive come scheletri foderati di pelle bianca che dondolano sui letti putridi. Gambe e braccia storte come radici impazzite. Viene espulsa immediatamente dal paese.
Ma la Cina non è sola. Nascere femmina è una condanna in troppe parti del mondo. Dall'Asia meridionale al Nord Africa, dal Medio Oriente alla Cina, sono 100 milioni le bambine che mancano all'appello. «Secondo l'andamento demografico, le donne dovrebbero essere molte di più» ricorda Emma Bonino «invece troppe volte le bimbe non nascono, spariscono, muoiono. La verità è che le figlie femmine non sono volute, amate. Anzi sono trascurate perfino nel cibo e nelle cure mediche. Nella metà del mondo nascere bambine vuol dire rischiare la vita». Ma anche non vivere. L'aborto selettivo è il primo passo. Il primo killer. L'Unicef ha stimato che su 8 mila aborti dopo un'amniocentesi a Bombay almeno 7.999 riguardavano feti di sesso femminile.
Taranam aveva 15 anni quando aspettava la sua prima figlia. «Mio marito non la voleva. È una vergogna e un peso, mi diceva. Così una vecchia donna mi entrò dentro con un ferro e la uccise. Ho perso sangue per due mesi. Quando per la seconda volta l'esame disse che era femmina scappai nel mio villaggio. Ma anche la mia famiglia mi ha ripudiato. Così ho partorito nella casa di una vecchia zia zoppa. Anche lei 15 anni prima era scappata per salvare la sua bimba. Per questo le avevano devastato a bastonate un ginocchio».
Taranam oggi è leader a New Delhi di una piccola organizzazione che guarda dalla parte delle bambine, Save the girl. Il suo sari turchese le copre appena cicatrici e ferite. La sua bocca, ancora bellissima, racconta che le figlie femmine anche in Pakistan e in Bangladesh sono torturate soprattutto dalla famiglia. Ai figli maschi va il cibo migliore, alle femmine le briciole. Anche da neonate. «Avevo una cugina con due gemelli. Un giorno la trovo a casa con i due bambini in braccio: il maschio tondo, bello. La femmina un fagottino di ossa che moriva di fame. Perché?, le ho chiesto. "Perché ho poco latte e devo darlo solo a lui se no mi ammazzano" mi ha risposto». Anche se sopravvivono le bambine mangeranno dopo i bambini. Come le mogli dopo i mariti. In India la crescita è ritardata del 79 per cento nelle femmine e del 43 per cento nei maschi. I bambini studiano, le bambine faticano. E quando sono sfinite, ammalate, nessuno pensa a loro. Anzi. Alle piccole femmine non è permesso di cedere. Se lo fanno, la malattia diventa la conferma della debolezza, il marchio dell'inferiorità. La prova che possono morire.
Un pensiero consacrato dal nuovo libro The burden of Girlhood (Il fardello dell'adolescenza femminile), un'indagine spietata che rivela storie e numeri da brivido. A cominciare dal modo in cui le più piccole non vengono curate. Nel West Bengal, in India, sono ricoverati 23 ragazzini contro 8 ragazzine. Peccato che nelle visite a casa siano 48 le femmine ammalate e sfinite contro 15 maschi. «Orribile dirlo, ma per le bambine viene usata la selezione naturale come per gli animali» sintetizza Harold Huxely, medico nella città di Chunchura. «Ho visto piccole di 10 anni con il corpo invaso da piaghe e da vermi mentre la mia prima figlia adottiva aveva tutti i denti mangiati dalla denutrizione. Certo le piccole che resistono diventano buone macchine da figli. Maschi naturalmente».
Qualche volta anche queste piccole macchine si inceppano. Sharaa Pakhonen stringe la mano dei suoi due figli e mostra una fotografia ingiallita. Una piccola bambina con un ventre enorme.
Sharaa aveva sette anni quando suo padre l'ha sposata al marito ventiduenne. «Ero terrorizzata di avere rapporti con lui. Faceva tanto male. Poi a dieci anni sono rimasta incinta. Ma ero troppo piccola: il parto è durato tre giorni di agonia. La mia sorella minore non ce l'ha fatta». Come tante bambine madri. Il matrimonio forzato è infatti un altro dei crimini che le figlie femmine del mondo devono subire. In Africa centrale almeno nella metà dei casi, poi in Iraq, in Cina, nell'Honduras dell'America centrale. Il matrimonio precoce è visto come un regalo economico per la famiglia. Una figlia bella, giovanissima e vergine è la più alta merce di scambio. Ma alle bambine spose si ruba l'infanzia, l'innocenza, il gioco.
In Burkina Faso intorno alla capitale Ouagadougou organizzazioni religiose raccolgono le piccole spose che fuggono. I missionari raccontano che di notte camminano centinaia di chilometri. Durante il giorno stanno nascoste sugli alberi: «Le ho viste arrivare curve dalla fatica. Non avevano più la pianta dei piedi» racconta suor Felicia delle religiose di San Francesco, e aggiunge anche che è tale il terrore di fuggire un marito obbligato che nessuno le ferma.
«Nascita, matrimonio e morte sono i tre eventi principali della vita. Solo il matrimonio è una scelta. Ma per loro diventa un obbligo. Qualche volta mortale»: le parole tristi di Carol Bellamy, direttore generale dell'Unicef, si sposano bene alla nuova campagna contro i matrimoni precoci lanciata in questi giorni, Cancellare l'infanzia. Una condanna a vita condita con violenze atroci: maltrattamenti e stupri, malattie sessuali come l'aids che sterminano giovani mamme e figli. Il buio dell'istruzione. Chi si ribella all'amore forzato può morire o diventare un mostro. La faccia piagata di Nadina parla. Al posto degli occhi due bolle bianche, al posto del naso due fori informi.
«Voleva sposarmi a 12 anni. Ma amavo un altro e poi volevo studiare. Per me la scuola era tutto. Si sono appostati proprio fuori dalla classe. Erano in due. Mi hanno rivoltato addosso un barattolo di acido per le batterie delle macchine. Un liquido che può sciogliere anche una pietra. Sono stata moribonda per due mesi. Oggi sono cieca ma vivo per aiutare le bambine che come me non possono dire no». Per le piccole spose in India l'acido non è il solo pericolo. C'è anche il fuoco. Almeno 700 tra bambine e ragazze bruciano a New Delhi ogni anno. Ragazze e ragazzine che non obbediscono abbastanza, ma soprattutto che non riescono a mantenere le promesse di dote. «La polizia? Apre e chiude le inchieste rapidamente. Ogni poliziotto ha "una bruciata" in famiglia».
Dai fumi e dai deliri degli acidi indiani alle bambine ombra dell'Afghanistan. «Essere bambine a Kabul vuol dire non nascere» ha detto W. S. Naipaul Grande scrittore indiano.
Una bambina afghana non può studiare. Non può uscire da sola, non può guardare la vita perché è obbligata a portare una grata viola davanti agli occhi. Per questo Shaiba e altre madri, ribelli ai talebani, sono andate sottoterra dentro scantinati e grotte per insegnare a leggere alle loro figlie. Quando tre mesi fa i guerriglieri che dicono di ispirarsi ad Allah sono arrivati, tutte insieme leggevano i piccoli quaderni a lume di candela. Allora hanno bruciato tutto e le hanno portate in una prigione nel deserto «per rieducarle». A Mirna, 12 anni, non è stata data nemmeno la possibilità di essere rieducata. Era entrata a Kabul in un negozio per comprare verdura. Fra le pieghe del suo burka hanno scoperto che c'era dello smalto rosa sulle sue unghie. Le urla e la disperazione della madre non sono bastate a salvarle la mano destra. Gliel'hanno tagliata con un coltellaccio a venti passi da un gruppo di giornalisti guidati da Emma Bonino che non potranno mai dimenticare.
Del resto imparare e studiare è impedito a milioni di piccole donne nel mondo. Fino a toccare il 30 per cento nei paesi dell'Asia meridionale. Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, ha scoperto dopo lunghi studi che l'alfabetizzazione al femminile è il più potente antidoto contro la morte dei bambini. Maschi e femmine. «In India il passaggio dell'alfabetizzazione primaria delle donne dal 22 al 75 per cento ha ridotto il tasso previsto di mortalità infantile dal 156 al 110 per mille». Dunque soffocare la creatività e la vita delle donne colpisce la vita di tutti. Un pensiero che è il cuore del più nuovo e amato film iraniano, The day I became a woman (Il giorno in cui sono diventata una donna).
È la storia di una bambina che sta per compiere 9 anni quella che racconta il regista Marziyeh Meshkini. «Allo scadere di quella ora Hava finirà di essere libera e innocente e diventerà una schiava del chador. "Una donna monca", che, come tutte le bambine iraniane, oggi non può scappare al suo fato e alla sua religione». Schiave del chador e schiave dei padri. In Nepal nei molti villaggi intorno a Katmandu gli stessi genitori vendono a mercanti di schiave figlie e figliolette. «Partono a gruppi di 15 o di 20 disperate. Ma sono troppo povere per salvarsi. Promettono lavori puliti ma invece le portano direttamente nei bordelli di Bombay. Lì sono contagiate dall'aids. Lì diventano pazze di solitudine. Poi quando sono stracci consumati non le vogliono più nemmeno i loro villaggi»: Barbara Calamai, militante dell'Aidos, che come nessuna associazione pensa alle donne del mondo, racconta commossa.
«Erano un grande gruppo. Le hanno lasciate giorni e giorni alla frontiera tra l'India e il Nepal. Nessuno le voleva. Non erano più bambine, non erano più niente». Ma una sorte più atroce aspetta le schiave bambine dell'Amazzonia. Tutti parlano delle prostitute minorenni di Rio de Janeiro, di San Paolo, di Belem. Nessuno sa di loro. Sono piccolissime: 9, massimo 12 anni. Vengono reclutate nelle zone più misere del paese e poi finiscono nel putridume dei "garimpos", le miniere d'oro della foresta amazzonica. Non possono più scappare né vivere. Per un garimpeiro una prostituta di 12 anni vale 20 grammi d'oro.
Se è vergine, il prezzo triplica. Ma si è vergini una volta sola. E una volta sola si scappa. Come Miriam Dos Santos Lima: «Ce l'ho fatta praticamente solo io. Le altre le riprendono tutte. Le torturano. Le riempiono di botte. I cercatori d'oro sono feroci come le fiere. A Laranjal do Jari ho sentito una bambina di 10 anni chiedere pietà a uno di loro. L'ha finita a calci».
E che dire ancora delle migliaia, dei milioni di bambine maltrattate, sfruttate, violentate? Di quelle che muoiono sole (a Salvador de Bahia muore di fatica e di fame un bambino ogni nove ore), delle figlie violentate e stuprate (in Thailandia i bordelli ospitano più di 1 milione di minorenni)? Delle bambine talpe della Valle della Clarita in Colombia che per vivere devono attraversare gallerie di fango nelle miniere di carbone, delle piccole e innocenti vittime di pedofili e criminali del sesso? Delle bambine della guerra e di quelle della miseria?
Una lettera sola risponde a tutte loro. L'ha scritta Tichiin, bambina salvata dall'orrore di un bordello thailandese. La pubblicherà Gallimard in un libro intitolato Lettere da una bambina invecchiata.
«Non avete visto il cielo perché un uomo cattivo ce lo ha strappato tutte le notti e tutti i giorni insieme alla nostra pelle. Non abbiamo incontrato più il sorriso perché potevamo vedere solo le nostre lacrime. Sentire le nostre urla di paura. Non abbiamo giocato perché per noi il gioco era l'inferno. Ma oggi so che siete al caldo. Che ridete forte! Perché appena arrivate in Paradiso siete potute tornare bambine».
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Argomenti trattati nel post: testimonianze, islam, libertĂ , maltrattamenti, prostituzione, stupro, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , incesto, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, donne incinte, violenza di genere, aborto selettivo, hiv / aids, spose bambine
Ieri è stata una giornata stressante. Ho scoperto che ci sono persone che mettono sullo stesso piano scherzare sui Tokio Hotel e scherzare sulla violenza sulle donne o sulla pedofilia. È gente che specula sul dolore di altre persone, perché a quanto pare durante il giorno non ha nulla di meglio da fare.
Ora il tutto è nelle mani del "Tribunale": vedremo come andranno le votazioni (che si chiuderanno l'11 agosto). Insomma si deciderà se è giusto ridere sulla sofferenza degli altri oppure no (poi si sente alla tivù che c'è gente che stupra "per gioco"). A me sembra una cosa da barbari incivili, però, ripeto, c'è gente senza cuore e senza cervello che non perde tempo di dimostrarlo giorno dopo giorno. Mi fa ridere da matti il fatto che tirino in ballo il giudice Santi Licheri: io penso che quell'uomo li prenderebbe tutti a calci in culo, perché ha molto più cervello e umanità di tutti loro messi insieme. Comunque, vi farò sapere...
Intanto pubblico qui una notizia, presa dall'ANSA. Chiedo gentilmente ai signorini figli di papà di evitare di scherzare sull'articolo che io pubblicherò qui. Abbiate la decenza di azionare il cervello, almeno una volta nella vostra vita.
LAMPEDUSA - Subiscono violenze sessuali le donne che affrontano i viaggi "della speranza" che dai paesi del Corno d'Africa di cui sono originarie, fuggono per approdare in Italia. E' un tragitto costellato di abusi da parte degli uomini che gestiscono la tratta di esseri umani e organizzano le traversate, prima via terra, nel deserto del Sudan, poi nel Canale di Sicilia a bordo di imbarcazioni di fortuna. A Lampedusa, secondo quanto è stato confermato all'ANSA, negli ultimi due anni l'80% delle donne sbarcate sono state vittime di violenze sessuali e alcune volte sono anche rimaste incinta. "Una notte sono arrivati due uomini nella casa abbandonata al confine fra la Libia e la Tunisia in cui ci avevano fatto sistemare in attesa di partire per il mare. Eravamo una quarantina e queste persone che indossavano una divisa mi hanno preso e portata via con la forza. Sono stata condotta in una casa disabitata dove hanno iniziato a violentarmi". E' il racconto che Blessing, una ragazza di 18 anni, eritrea, fa nel Centro di prima accoglienza di Lampedusa. "Quando mi hanno liberata e sono tornata nel gruppo - spiega Blessing - sono stata accolta da altre due donne che mi hanno stretta fra le loro braccia e con l'espressione del volto mi hanno fatto capire che anche loro avevano subito la mia stessa sorte". Ed è per questo motivo che gran parte delle donne che arrivano sull'isola sono costrette a ricorrere alle visite mediche al poliambulatorio di Lampedusa, dove vengono riscontrate, anche su ragazze di 15 e 16 anni, violenze sessuali con lacerazioni evidenti. Il lungo e faticoso viaggio per raggiungere la costa libica lo racconta Fatia, una diciassettenne somala, anche lei vittima di abusi. "Siamo partiti dal mio paese a piedi - ricorda la ragazza - eravamo un gruppo di cinquanta persone. Abbiamo attraversato il deserto del Sudan. E proprio qui, gli uomini che guidavano la spedizione, ci hanno chiesto di avere altre somme di denaro per proseguire il viaggio, che già avevamo pagato anticipatamente, altrimenti dicevano che ci avrebbero lasciato morire nel deserto. Alcuni di noi avevano da parte qualcosa e abbiamo pagato, altri non hanno potuto, e qualche donna che non aveva somme di denaro è stata violentata, pur di poter proseguire il viaggio". Le vittime di queste atrocità parlano di violenze di gruppo subite anche per giorni e giorni durante i tragitti o in attesa di essere imbarcate sulla prima "carretta" del mare. Nessuna di queste ragazze vuole però denunciare per paura di ritorsioni che possono subire i familiari rimasti nel paese d'origine. Ma a volte le lacerazioni sono evidenti, com'é accaduto pochi mesi fa, a un'altra ragazzina somala violentata utilizzando una bottiglia di vetro che si era rotta provocandole tagli. Dunque, non tutte le donne violentate parlano. Qualcuna vuole annullare dalla propria mente quei brutti ricordi, ma non può farlo perché porta in grembo il frutto di quella violenza e allora sceglie di sfogarsi confidandosi con medici e volontari del centro. Un modo per tentare di dimenticare. E quando queste donne non lo fanno, a volte sono i mariti che si rivolgono alle volontarie per chiedere aiuto. E in questi casi sono loro, gli uomini, che raccontano quelle drammatiche scene che "persone in divisa", in Libia, hanno fatto sotto i loro occhi.
Modifica del post in data 5 agosto 2008 ore 13.29
Qualcuno, dopo le nostre lamentele, si è degnato di modificare la pagina riguardante la violenza sulle donne. Ora si presenta così. Attendiamo comunque la fine delle votazioni.
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Picchiare, stuprare e uccidere una donna è un gesto orribile, disumano e ingiustificabile, ma chi riesce ad essere così violento persino con una donna incinta non meriterebbe nemmeno di vivere. Eccoli gli "uomini per bene" della nostra società: quelli evoluti, quelli superiori. Quelli che pensano di essere padroni della vita delle donne e dei loro bambini perché loro sono "uomini" e devono fare gli uomini, devono comandare. Queste sono idee maschiliste che devono essere sradicate una volta per tutte, strappate come erbacce, dalla testa della gente. Gli uomini, quelli veri, sono tutt'altro.
In questo post voglio ricordare due donne incinte che hanno trovato la morte insieme ai loro bambini mai nati, per mano di qualcuno che non conosce nemmeno lontanamente il significato della parola “padre”.

Inizio dalla più lontana nel tempo: Jennifer Zacconi, la ragazza ventenne di Olmo Martellago (Venezia), uccisa al nono mese di gravidanza nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2006. L’assassino, il padre del bambino, è Lucio Niero, un trentenne già padre di famiglia, che aveva abbandonato la ragazza appena saputo della gravidanza. Jennifer ha deciso di tenere comunque il bambino, ma l’uomo ha preferito ucciderla per paura che la sua famiglia potesse venirne a conoscenza. Ha attirato la ragazza fuori di casa con la scusa di parlare del futuro del bambino, in realtà l'ha picchiata, con calci all'addome e al pube, strangolata e sepolta ancora viva in una fossa poco profonda. Jennifer è morta soffocata dal fango e il bambino è deceduto poco dopo per mancanza di ossigeno. È stato proprio Lucio Niero, messo sotto torchio dai Carabinieri, a confessare l’omicidio e ad indicare il luogo dove Jennifer era stata sepolta. Il corpo è stato quindi ritrovato il 7 maggio 2006, tra le lacrime dei famigliari della giovane, che aveva già preparato la cameretta e i giochi per il bambino che sarebbe nato di lì a poco. Martedì 8 aprile 2008, l’omicida è stato condannato a 30 anni di carcere, nonostante l’Accusa avesse proposto l’ergastolo per duplice omicidio. Niero è stato quindi condotto nel carcere di Montorio Veronese, ma successivamente trasferito, in seguito alle pesanti minacce ed intimidazioni ricevute dagli altri detenuti. (Nella foto Jennifer e il suo bambino. La foto del piccolo è stata scattata dalla madre della ragazza per avvalorare la tesi del duplice omicidio).
Un’altra donna incinta, un’altra vittima innocente: Barbara Cicioni (in foto), una donna di 33 anni all’ottavo mese di gravidanza, già madre di due bambini di 4 e 8 anni, sposata con Roberto Spaccino, un uomo violento che per anni ha maltrattato sia lei che i due figli. Il tragico epilogo della vicenda avviene il 25 maggio 2007, nella villetta dei coniugi a Marsciano (Perugia). La donna è morta per insufficienza cardio-respiratoria, dovuta a numerosi eventi traumatici: dall’autopsia è inoltre emerso che la vittima è stata colpita con calci e pugni e infine soffocata con un cuscino. Il marito ha ammesso di aver colpito la donna ed essere poi uscito di casa, quando questa era ancora viva. Secondo Spaccino dei ladri si sono poi infiltrati nell'abitazione colpendo la donna a morte. Per ora il presunto assassino resta in carcere in isolamento: la prima udienza del processo è fissata per il 19 giugno. L'uomo è inoltre stato imputato per simulazione di reato, in quanto il furto nell'abitazione sembra essere stato inscenato a dovere. I Giuristi Democratici si sono inoltre costituiti parte civile in un documento che potete leggere tutti QUI (ringrazio tantissimo l’avvocatessa Barbara Spinelli per avermelo segnalato).
Mi mancano la forza e le parole per commentare. Ho solo uno strettissimo nodo alla gola, un macigno sullo stomaco e un'incapacità di fondo a comprendere determinati gesti. È una sofferenza inaudita farsi portavoce di simili atrocità. È un'aberrazione dover riconoscere che la violenza è la seconda causa di morte in gravidanza, subito dopo le emorragie.
Sono amareggiata nel rendermi conto che gli avvocati si aggrappano sempre all'infermità mentale per i loro assistiti (non so con quale coraggio possano difendere chi si macchia di reati del genere), oppure arrivano a giustificare omicidi efferati e maltrattamenti in famiglia, o addirittura sono pronti a negare l'evidenza. Chi difende questi assassini di donne e bambini, chi nasconde la verità, chi scredita le vittime dovrebbe vergognarsi. Per queste donne chiediamo e pretendiamo GIUSTIZIA. Io mi auguro con tutto il cuore che questi infami possano patire le pene dell'inferno.

Questo post è dedicato a tutte le donne incinte che ogni giorno nel mondo vengono massacrate insieme ai loro bambini. Per non dimenticarle mai, per non archiviare la violenza aspettando impotenti la prossima: bisogna essere uniti per combatterla. Mai più donne uccise barbaramente, mai più bambini che non vengono al mondo per la violenza inarrestabile di bestie assetate di sangue innocente.
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Il post seguente è la TESTIMONIANZA AUTENTICA di una donna sfuggita alla morte, che ha trovato il coraggio di scrivere un libro per raccontare la sua triste storia (la bibliografia del libro è in fondo). Non voglio anticpare nulla perché credo che le sue parole bastino a descrivere l'indescrivibile.
BUONA LETTURA!
BRUCIATA VIVA
”al mio paese nascere donna è una maledizione”
Suad, giovane cisgiordana, sta facendo il bucato nel cortile di casa quando sente sbattere una porta alle sue spalle. È il cognato, che le rivolge una frase scherzosa. Suad si volta per replicare ma all’improvviso il suo corpo è intriso di liquido freddo che in meno di un secondo diventa fuoco. Bruciare viva, è questa la punizione inflittale dalla famiglia per avere commesso il peggiore dei peccati, essere rimasta incinta prima del matrimonio: il padre di suo figlio, che le aveva promesso di sposarla, è in realtà fuggito. Nel piccolo villaggio dove Suad è nata le donne non possono andare a scuola, non possono vestirsi come vogliono, non possono uscire senza essere accompagnate. E non possono innamorarsi. Il loro destino è occuparsi delle incombenze più umili, al servizio di padri e mariti che quotidianamente le picchiano. Nonostante le ustioni di terzo grado che la ricoprono, Suad riesce a salvarsi. Con l’aiuto di un’organizzazione umanitaria, fugge in Europa. Da qui, con indosso una maschera che protegge e nasconde il suo viso deturpato dal fuoco, racconta al mondo la sua storia, sfidando la legge degli uomini e la loro sete di vendetta. Vive in Europa in una località segreta, per ragioni di sicurezza. È sposata e ha tre figli, tra cui Maruan, “il figlio della colpa”. Suad è uno pseudonimo.
ESTRATTI DAL LIBRO DI SUAD “BRUCIATA VIVA”
Laggiù una donna non ha vita. Molte ragazze vengono picchiate, maltrattate, strangolate, bruciate, uccise. E per noi è tutto all’ordine del giorno. Mia madre ha cercato di avvelenarmi per finire il lavoro di mio cognato, e per lei era normale, faceva parte del suo mondo. È così che cresciamo noi donne. Ti riempiono di botte, è normale. Ti danno fuoco, è normale; ti strangolano, è normale. La mucca e le pecore, diceva mio padre, valgono più delle donne. Se non si vuol morire, bisogna tacere, obbedire, strisciare, sposarsi vergini e fare dei figli maschi. Se fossi rimasta al mio paese, è questa la vita che avrei avuto. Le mie figlie sarebbero diventate come me e le mie nipoti pure. Se fossi vissuta là, sarei stata come mia madre, che ha soffocato le sue bambine appena nate. Forse anch’io l’avrei fatto. Forse anch’io avrei fatto bruciare mia figlia. Adesso mi sembra mostruoso, ma se fossi rimasta al mio paese, no! Quando ero all’ospedale, laggiù, e stavo per morire, pensavo anche che tutto quello che mi stava succedendo fosse normale. Ma quando sono venuta in Europa ho capito che ci sono dei paesi dove non bruciano le donne e dove si è felici quando nasce una bambina. Per me il mondo si fermava entro i confini del mio villaggio. Era bello il mio villaggio, arrivava fino al mercato. Oltre il mercato, niente era più normale. Le ragazze si truccavano, portavano vestiti corti e scollati. Loro non erano normali, la mia famiglia sì. Noi eravamo puri, come la lana delle pecore, e gli altri, al di là del mercato, erano impuri.
Le ragazze non avevano il diritto di andare a scuola. Perché? Perché non dovevano conoscere il mondo. Per noi contavano solo i genitori. Bisognava fare quello che dicevano. Le nozioni, le regole, l’educazione venivano solo da loro. Ecco perché non andavamo a scuola. Per non farci prendere la corriera, per non farci vestire in un altro modo, perché non va bene che una ragazza sappia leggere e scrivere. Mio fratello era l’unico figlio maschio, era vestito come ci si veste qui, come in città, usciva quando voleva. Perché? Perché aveva un pisello tra le gambe. È stato fortunato, ha avuto due figli maschi, ma a conti fatti le più fortunate sono state le sue figlie femmine, quelle che non sono nate! La fondazione Surgir, con l’aiuto di Jacqueline, cerca di salvare queste ragazze. Ma non è facile. Noi siamo là, con le braccia legate. Io vi sto parlando e voi mi ascoltate, ma laggiù loro soffrono! Per questo voglio sostenere Surgir e portare la mia testimonianza sui delitti d’onore, perché continuano tuttora.
Ho conosciuto delle ragazze arrivate da lontano, come me, anni fa. Le tengono nascoste. Una non ha più le gambe, è stata aggredita da due vicini di casa che l’hanno incatenata alle rotaie perché fosse investita da un treno. Un’altra è stata massacrata a coltellate da suo padre e suo fratello e gettata nella spazzatura. Un’altra ancora è rimasta paralizzata perché sua madre e due fratelli l’avevano gettata dalla finestra. Poi ci sono quelle di cui non si parla, perché sono state trovate troppo tardi, morte. Quelle fuggite e rintracciate all’estero, morte. Quelle che sono scappate in tempo e si nascondono, con o senza figli, vergini o madri. Non ho conosciuto nessuna donna che fosse stata bruciata come me, non sono sopravvissute. Io mi nascondo sempre, non posso dire il mio nome, mostrare il mio viso. Posso solo parlare, è l’unica arma che mi resta.
Bibliografia
Autore: Suad
Titolo: Bruciata viva
Titolo Originale: Brulée vive
Editore: EDIZIONI PIEMME Spa
Luogo: Casale Monferrato (AL)
Anno: 2004
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