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In Afghanistan pochi giorni fa è stata firmata una legge che legalizza lo stupro della moglie da parte del marito, vieta alle donne di uscire senza il permesso di un uomo (il padre prima, il marito poi) e affida i/le figli/e solo ed esclusivamente ai membri maschili della famiglia. Questa notizia l’abbiamo trovata scritta dovunque e i commenti sono stati più o meno tutti gli stessi: “che orrore”, “che schifo”, “che gente disumana”, “che arretrati”, che di qui, che di lì e bla bla bla… però devo anche ammettere che ho trovato persone che mi hanno risposto: “ma non è stupro dai!”.

Dei primi commenti non mi interessa niente, perché la maggior parte delle persone è capace di vedere solo ciò che le fa comodo: è facile dire “che schifo” davanti a questa legge e girare la faccia dall’altra parte quando un brav’uomo italiano picchia/stupra/segrega sua moglie. Mi fanno molto più schifo queste persone della legge afghana in sé. Ora ci tengo a precisare che ripudio questa legge, così come ripudio qualsiasi tipo di sopraffazione nei confronti delle donne, sia essa evidente, come nel caso afghano, che subdola, come per esempio, in Italia, dove le leggi esistono, ma le vittime molto spesso non vengono credute, oppure si cerca di giustificare in tutti i modi chi compie certi atti.

L’approvazione della legge è stata sbraitata ai quattro venti, soprattutto per dimostrare ancora una volta che una cultura diversa dalla nostra, in questo caso la cultura islamica, è inferiore e deve essere pertanto eliminata. Ciò che sfugge ai più è che non esiste una cultura superiore alle altre e che le violenze non possono mai essere definite “cultura”. Purtroppo c’è ancora molta ignoranza da questo punto di vista: mi capita persino di trovare persone che citano alcune frasi del Corano per dimostrare che l’islam è una religione che mortifica le donne e si dimenticano di citare frasi molto simili presenti sulla Bibbia. Il male non sta nella religione, ma negli uomini che interpretano a loro piacimento i testi scritti e prendono in considerazione solo le parti che fanno loro comodo.

Così come i musulmani integralisti opprimono le donne, anche i cattolici hanno oppresso, e continuano tuttora ad opprimere, le donne, svalutandone le capacità, obbligandole a portare a termine gravidanze che non vogliono, relegandole al ruolo di madri e mogli, costringendole a restare con uomini violenti per il “bene” della famiglia, discriminando le lesbiche e molto altro ancora: e tutto questo avviene oggi in Italia, senza scatenare l’indignazione di nessuno, o perlomeno della maggioranza della popolazione. Di sicuro, l'emancipazione femminile non deve assolutamente nulla al cattolicesimo.

Eppure la violenza sulle donne esiste anche in Italia, per chi non lo sapesse: l’ultimo commento che ho citato ne è la dimostrazione lampante. Per la nostra mente è così difficile concepire che un marito stupri sua moglie, talmente difficile che arriviamo a pensare che non sia stupro se una moglie dice di no, perché, essendo una proprietà del marito, la donna ha il dovere di concedersi, non ha una volontà propria, tanto meno libertà.

Recenti fatti di cronaca ce ne hanno dato ampia dimostrazione: a Catania, un uomo ha sgozzato la moglie, perché, a suo dire, si intratteneva in chat con altri uomini. La sua gelosia verso quell’oggetto posseduto (ovvero la moglie) l’ha portato ad ucciderla. La mentalità comune secondo cui le donne non sono persone, ma oggetti di proprietà di qualcuno (ovviamente di sesso maschile), è talmente radicata nella nostra cultura (che noi stupidamente reputiamo superiore), che ancora oggi, nel 2009, le donne muoiono per mano dei loro possessori. Non me la sento di chiamarli mariti o compagni: il sostantivo più appropriato è aguzzini, nonché assassini.

A Torino una terribile storia di violenze e abusi “tramandata” di padre in figlio. Una donna di 34 anni ha denunciato di essere stata stuprata dal padre per 25 anni: aveva denunciato, molto tempo addietro, ma è stata ritenuta inattendibile e psicolabile (strano vero?). Se qualcuno si fosse degnato di ascoltarla le avrebbe evitato altri anni di abusi e sofferenze, ma ascoltare le vittime non ci piace e ci annoia, quindi meglio lasciarle nelle mani di bestie. Il fratello della donna, che l’ha violentata, abusava anche delle figlie e delle nipotine: la 34enne ha allora deciso di non restare con le mani in mano e denunciare tutto. Per fortuna, il suo coraggio e la sua tenacia sono riusciti a sconfiggere il muro di ignoranza, omertà e indifferenza che circonda le vittime di abusi in famiglia, sempre perché per la nostra cultura la famiglia è un nido d’amore in cui è impossibile si verifichino certi fenomeni, che si tende sempre a valutare come sporadici o frutto di ambienti “degradati”. Ma per fortuna c’è anche chi ci fa capire che non è proprio così

Sempre a dimostrazione della presunta civiltà del nostro paese ecco un’altra storia di violenza: la vittima è una donna della Costa d’Avorio, che ha partorito all’ospedale Fatebenefratelli di Napoli ed è stata denunciata perché clandestina. I medici hanno pensato bene di sottrarle il bambino e non le hanno nemmeno permesso di allattarlo. Wow. Ma certo, una donna, che fugge dal suo paese in guerra e arriva in Italia disperata in cerca di aiuto, è di sicuro la peggiore delle criminali! Come si fa a commentare? Come si può separare un neonato dalla sua mamma proprio quando entrambi hanno più bisogno l’uno dell’altra? Come si può essere così incivili? È semplicemente inaccettabile...e pensare che ci sono medici che viaggiano per il mondo con l’obiettivo di aiutare persone povere bisognose di aiuto, mentre per altri medici il diritto alla salute vale solo per chi ha tutti i documenti in regola. Sembra un paradosso, eppure è così. È un insulto alla professione medica, che nasce come missione per l'aiuto del prossimo, mentre c'è chi vuole trasformarla in discriminazione e sopraffazione.

Ma proseguiamo, perché le violenze non si fermano qui: a Caserta un imprenditore è stato arrestato con l’accusa di aver stuprato due sue dipendenti che lavoravano in nero, ora si trova agli arresti domiciliari. A Catania un uomo è stato arrestato con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e violenza carnale, mentre a Brindisi un infermiere 54enne è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di tre donne ricoverate. A Caserta uno studente 17enne ha stuprato un’amica di 15 anni, mentre a Roma si torna a parlare dello stupro di Capodanno: Davide Franceschini, reo confesso, è accusato di violenza sessuale, lesioni gravi fisiche e lesioni gravissime psicologiche nei confronti di una ragazza 25enne, che è già stata largamente processata in televisione, esattamente in un programma-spazzatura chiamato Porta a Porta. Il pm, contrario alla scarcerazione del ragazzo, ha chiesto il giudizio immediato. A Milano una donna è stata avvicinata da uno sconosciuto, rapinata e violentata; stessa sorte è toccata a una donna russa di 22 anni, stuprata da un 32enne a Caserta. A Cesenatico una 25enne ha subito percosse e un tentato stupro da parte di un collega di lavoro, ora agli arresti. A Genova ritorna il mostro pedofilia: due uomini di 51 e 42 anni sono stati arrestati per aver violentato due ragazzini di 13 e 14 anni. A Matera un uomo di 61 anni è stato arrestato per aver abusato di due bambine di 6 e 7 anni; sono state arrestate anche le "madri" delle giovani vittime che preferivano tacere piuttosto che denunciare.

Davanti a tutto questo (e molto di più: bisogna sempre ricordare che le violenze riportate dai giornali rappresentano solo la punta dell’iceberg), abbiamo davvero poco da criticare all’Afghanistan, anzi, dovremmo abbassare la testa e riconoscere le nostre arretratezze e le nostre vergogne, prima di puntare il dito verso “gli altri”. Le donne in tutto il mondo sono vittime di abusi e violenze inarrestabili e drammaticamente sommerse: questa è la realtà. E sarebbe davvero bello che qualcuno cominciasse a vederla e, perché no, a mettersi d’impegno per cambiarla.

È stato difficile trovare le parole per scrivere questo post, difficile riuscire a esprimere in qualche riga dei sentimenti che vanno al di là di ciò che può restare impresso sulla pagina di un blog, sentimenti che ti pervadono l’anima e che sono impossibili da tradurre in una lingua comprensibile ai più.

Nonostante questo io ci provo e non è detto che ci riesca in fondo. Se così non sarà, vogliate perdonarmi, ma non posso fare a meno di dire quello che penso, non posso restare impassibile, non posso dimenticare, come invece farebbe la maggior parte delle persone intorno a me.

Tra poco sarà Natale, si respira l’atmosfera natalizia in ogni dove, un’atmosfera di gioia e di serenità, o almeno così dovrebbe essere. Non è così per me. Sono triste, sono arrabbiata e sono delusa da quello che vedo e che mi circonda, dal menefreghismo generale, dal fatto che si può permettere a una ragazzina vittima di stupro di morire suicida, mentre i suoi stupratori non vengono nemmeno processati perché sono stati “bravi” a confessare.

E la cosa che più mi lascia indignata e schifata è che a prendere questa decisione è stata una donna. Mi è capitato di sentire persone dire che le donne vittime di violenza non hanno giustizia, perché i giudici e gli avvocati sono tutti uomini. Ma quando mai? La verità è che le donne ci sono ma non fanno NIENTE e le poche che si danno da fare non vengono minimamente considerate. Sono molto delusa dalle donne in generale, delusissima, perché noi donne rappresentiamo metà della popolazione italiana, ma in realtà quelle che si danno da fare, quelle che sono veramente per la parità, quelle che lottano, quelle che non si arrendono, quelle che si svegliano, quelle che non si fanno mettere i piedi in testa, sono la netta minoranza.

E questo non può che farmi rabbia.

Carmela, 13 anni, drogata e violentata ripetutamente da più persone. Sceglie di denunciare, il suo diario parla per lei, racconta le violenze subite, ogni attimo di quell’incubo che giorno dopo giorno le strappa un pezzo di vita. Carmela viene poi ritenuta un soggetto disturbato,  internata in una clinica psichiatrica e “curata” con psicofarmaci. Nel fine settimana ai genitori viene concesso di portare la figlia a casa, ma il 15 aprile 2007, Carmela decide di farla finita e si getta dal settimo piano del condominio in cui abita. Forse questo era il suo volo verso la libertà, per porre fine a una vita che in realtà non esisteva più, per sfuggire alla prigione di psicofarmaci che le corrodevano il cervello. Forse questo era il suo modo per gridare “mi hanno violentata davvero, non sono pazza”, perché la sua voce non veniva ascoltata da nessuno.

Perché ci riesce molto difficile ascoltare una persona in queste condizioni, quando l’unica cosa di cui ha bisogno è parlare, sfogarsi, sentirsi capita e non colpevolizzata. E invece no, meglio gli psicofarmaci, meglio intontirla e sedarla, perché così non dà fastidio, così non dobbiamo sopportare una vittima che chiede aiuto. Così è più comodo per tutti quanti, ma non per Carmela, non per i suoi genitori. Di sicuro è più comodo per le istituzioni, è più comodo per la “giustizia”, che non deve avere a che fare con l’ennesima donna violentata che ha pure il coraggio di pretendere che i suoi stupratori finiscano in galera.

Nessuno ha tempo né voglia per ascoltare le urla disperate di chi si è vista strappare l’anima e non l’ha riavuta più. E così Carmela è morta, ha detto addio alla sua giovane vita, per sempre.

I suoi stupratori invece sono liberi, non avranno un processo, ma saranno solo tenuti a seguire un programma di rieducazione e a prestare assistenza agli anziani, mentre il loro avvocato si diletta nel definire la vittima una prostituta. Di Carmela si sono già dimenticati tutti, lei è la “prostituta”. Non l’hanno ascoltata in vita, ancora meno da morta. Il suo calvario è finito con un volo dal settimo piano di un palazzo.

È finita per Carmela. È finita così. Nel nostro paese civile una ragazza vittima di stupro è stata uccisa in questo modo. Non sto parlando dell’Afghanistan, non sto parlando del Pakistan e neanche dello Yemen o di qualsiasi altro paese in cui le donne sono considerate meno di zero: lì le donne stuprate vengono lapidate, squartate, decapitate, impiccate. In Italia invece le imbottiscono di psicofarmaci e le fanno suicidare o semplicemente le chiamano puttane e le abbandonano a se stesse. Ma dov’è la differenza? In un modo o nell’altro muoiono comunque, mentre i criminali se la ridono alle loro spalle.

Mi spiace per aver annientato l’atmosfera natalizia di cui parlavo all’inizio, ma oggi come oggi non c’è proprio niente di cui rallegrarsi. Mi risparmio dal dire Buon Natale, Buon anno e Buon pippirimerlo, perché ogni giorno è sempre lo stesso schifo. A Natale siamo tutti più buoni? Sì, a nulla, come lo siamo per tutto l’anno, del resto.


IoSòCarmela 
associazione in ricordo di Carmela, per i diritti dei minori

Messo in luce da wonderely alle 17:22 di sabato, 20 dicembre 2008


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Argomenti trattati nel post: suicidio, leggi, libertĂ , indifferenza, denuncia, stupro, notizie nazionali, persecuzione, violenza sessuale, inciviltĂ , la mia opinione, violenza psicologica, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, sentenze shock, inerzia femminile

A luglio di quest'anno era Valentina, ragazza 29enne di Torino che si è suicidata in seguito a uno stupro avvenuto sei anni prima; ora, invece, ad aver perso la sua giovane vita è una ragazzina di 13 anni, la cui unica colpa è essere stata vittima di una violenza infame, che l'ha distrutta a tal punto da portarla al suicidio.


Da La Repubblica:

Ragazzina suicida dopo lo stupro ma i violentatori evitano il processo

Lello Parise
 

Hanno confessato, e questo basta per evitare che finiscano in galera. L´atto di contrizione è un salvagente per scansare addirittura il processo. Diciotto mesi fa, a 16 anni, avevano violentato una ragazzina che di anni ne aveva 13 e che qualche mese più tardi si suicidò. La fanno franca.
Il giudice del tribunale per i minorenni di Taranto Laura Picaro, nonostante il parere contrario del pm Enrico Bruschi e dell´avvocato difensore della famiglia della giovane, decide di non ingabbiarli nelle maglie del codice penale. Sceglie invece la cosiddetta "messa in prova" per i due balordi: saranno sottoposti ad un periodo di osservazione lungo quindici mesi in cui seguiranno un programma di rieducazione e offriranno assistenza agli anziani. Se faranno i bravi, "in nome del popolo italiano" non finiranno mai più alla sbarra: dibattimento cancellato. Come il reato.
La storia era andata in scena al quartiere Paolo VI. Carmela era curata in un istituto perché aveva problemi psichici. Aveva deciso di togliersi la vita in un giorno d´aprile del 2007 lanciandosi dal balcone al settimo piano della casa dei genitori dove era ritornata per il fine settimana. Nella stanza dell´istituto che la ospitava, gli investigatori trovarono un diario della ragazza: era raccontato per filo e per segno lo stupro subìto nel 2006 dai due minorenni, ma pure un´altra violenza di qualche giorno prima ad opera di tre maggiorenni, questi sì sottoposti ai rigori della legge ancorché il gup deve ancora stabilire se mandarli a giudizio oppure no.
Protesta nel capoluogo ionico, il movimento femminista: «Carmela è stata uccisa una seconda volta. Il padre non si fermerà, e noi lo appoggeremo finché ci sarà giustizia. Vogliono trasformarla da vittima a imputata».


Questa è la giustizia del nostro Paese. Gli stupratori se la cavano con una tiratina d'orecchio, come si fa con i bambini quando fanno i monelli. "Dovete fare i bravi, capito? Ricordatevi che non si fa!" e così eccoli liberi in poco tempo come se niente fosse.

Come se non avessero strappato l'anima e la vita a una ragazzina innocente; come se la vittima di questa infamia non avesse alcun valore.

Gli stupratori hanno diritto ad avere un'altra possibilità, hanno pure diritto a non avere un processo, perché si sa, essendo minorenni non sanno quello che fanno...Il fatto è che queste sono scuse belle e buone: questi animali sanno benissimo quello che fanno, ma vengono coccolati e compatiti come se fossero loro le vittime, magari provocati o spinti alla violenza da una poco di buono che non vedeva l'ora di essere violentata.

É così che la pensa la finta donna Laura Picaro, che si è resa complice di questi criminali sfruttando la legge a suo piacimento. Spero che questa sua decisione non costi la vita ad altre ragazzine innocenti.

E mi affianco alle parole delle femministe, mi affianco al dolore e alla rabbia del padre; provate a pensare tutti se quella ragazza fosse stata vostra figlia, provate a immaginare cosa possa provare un padre che, avendo perso per sempre sua figlia, ora viene addirittura preso in giro dalla giustizia che dovrebbe (e dico dovrebbe perché da noi non è così) tutelare le vittime e non mettersi dalla parte degli aguzzini.

Invece di essere puniti come meritano, questi infami sono stati graziati.

Una ragazza innocente e indifesa è stata violata nel corpo e nell'anima e ha perso la vita.

I suoi stupratori si sono approfittati di lei, hanno avuto diritto alla difesa e continueranno la loro schifosissima e insulsa vita come se niente fosse successo.

Questa è la verità: non ci sono parole.

Modifica in data 16 Dicembre 2008, ore 18.54

Segnalo questo articolo di approfondimento, in cui potete rendervi veramente conto di come è stata (mal)trattata questa povera ragazza.

Carmela, 13 anni, uccisa due volte

Messo in luce da wonderely alle 20:32 di giovedì, 11 dicembre 2008


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Argomenti trattati nel post: suicidio, leggi, indifferenza, stupro, notizie nazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , la mia opinione, aggressione, bambine, femminicidio, violenza di genere, sentenze shock, inerzia femminile

Vi propongo questa notizia, segnalatami da Elena.

Picchiata in coda, nessuno l'aiuta

Aggredita dopo una banale lite in auto

MONICA PEROSINO

TORINO
Il semaforo di corso Tazzoli è rosso. Lui, con calma, tira il freno a mano e scende dal suo Suv scuro. Osserva la colonna di auto in coda alle sue spalle. Poi la Panda azzurra che ha affiancato. Al volante c'è una giovane impiegata, Jessica G., che intuisce la minaccia e cerca di uscire dall'auto.
Lui, senza una parola, si aggrappa alla portiera e la sbatte violentemente contro la ragazza. Vuole farle male. Lei reagisce, urla, chiede aiuto.
Lui, in silenzio, le molla un pugno in faccia, poi tra le costole, altri sulla schiena. Nessuno l'aiuta. Nessuno chiama la polizia.
Si godono lo spettacolo attraverso i parabrezza, senza intervenire. Jessica, un chilometro prima, aveva fatto un errore imperdonabile.
Aveva osato suonare il clacson, seccata perché un grosso Suv scuro le aveva tagliato la strada. Il semaforo diventa verde, poi rosso, poi ancora verde e di nuovo rosso. Lui ha tempo di sfogare la sua rabbia indisturbato, fino a quando le urla di un ragazzo eritreo, uscito dal vicino dormitorio, gli suggeriscono che è ora di andarsene. È successo ieri mattina alle 8, ora di punta, in uno dei grandi corsi della città, sotto gli occhi di passanti e automobilisti diretti al lavoro. Jessica cerca con gli occhi testimoni del pestaggio, incontra solo cenni negativi, donne che fanno «no» con la testa come quando non vogliono farsi lavare i vetri al semaforo. «Ho riconosciuto perfino delle colleghe, che vedo nei corridoi in pausa caffè - racconta -, neanche loro si sono fermate. Omertà invece che solidarietà, cosi si vive più tranquilli».

Ad aiutarla, oltre al ragazzo eritreo, si ferma solo un'altra auto, quella di Maria Paola Azzario, presidente del Centro Unesco di Torino, che chiama subito i carabinieri. Jessica, è una donna coraggiosa e indipendente. Non ha paura che la sua foto sia pubblicata, né il suo nome. Ha 31 anni e le idee chiare da un pezzo. Seduta sul divano di casa, dopo la visita al pronto soccorso, si stira la gonnellina a fiori azzurri, si tocca la treccia e spiega: «Mia mamma mi ha insegnato a non farmi mettere i piedi in testa da nessuno. Lui mi ha picchiata, ma io mi sono difesa. Troppo facile aggredire una donna, un gesto da vigliacchi». L'uomo del Suv è il prototipo della «persona per bene»: sui 65 anni, capelli bianchi, bella giacca sportiva beige, polo di marca e pantaloni in tinta. «Mentre mi picchiava pensavo: 'ora qualcuno fa qualcosa, scende dall'auto e mi aiuta'. Invece ho capito che siamo tutte donne sole e che non possiamo contare su nessuno». La delusione brucia soprattutto per il «pubblico»: «Denuncio e racconto perché altrimenti divento colpevole come loro. Erano in tanti, non rischiavano niente. Tutte quelle donne, poi, che amarezza: a parole vogliono l'emancipazione e il rispetto, ma poi di donne vere ne esistono poche».
Jessica pensa a cosa sarebbe successo se al suo posto ci fosse stato qualcun altro: «Io mi sono difesa a calci e schiaffi, se ci fosse stata una ragazza più debole o meno reattiva l'avrebbe massacrata». L'amarezza scivola anche tra le parole dell'unica donna che si è fermata: «Ero in coda - racconta Maria Paola Azzario - vedevo le teste di Jessica e del conducente del Suv, lui che la colpiva e la graffiava, lei che cercava di difendersi. La gente non partiva, nonostante il semaforo fosse diventato verde. Guardavano e non muovevano un dito, come se fosse un spettacolo, come dei voyeur». La Azzario e il ragazzo eritreo si offrono come testimoni.
Restano in mezzo alla strada per venti minuti e nessuno che neanche tira giù il finestrino per sapere se hanno bisogno di aiuto: «Una barbarie - dice -. Per me che ho educato tanti giovani alla legalità è stata una scena che mi lascia sgomenta: questi maschi impauriti scatenano la loro furia non solo tra le mura domestiche. L'unica risposta positiva è arrivata da un ragazzo eritreo e da un extracomunitario senza documenti che, nonostante tutto, si è offerto di testimoniare». Il «maschio impaurito» del Suv, intanto, è stato identificato dai carabinieri grazie al numero di targa e denunciato per percosse.

(fonte La Stampa)

Su questo articolo ci sono moltissime cose da dire.

Questa volta non mi scaglio subito contro l'animale che ha picchiato la donna, ma contro tutti quelli che hanno visto e non hanno fatto NIENTE. In particolare, mi scaglio contro le donne: sì, contro di voi! Essere femminista non significa difendere le donne a priori. Queste donne sono allo stesso livello di tutti gli uomini bestie, sono esattamente uguali a loro. Si dovrebbero vergognare. Purtroppo è verissimo che le peggiori nemiche delle donne sono le donne stesse, che rimangono indifferenti e fanno il gioco dei maschi violenti. Tacere o non agire significa ESSERE COMPLICI. La violenza non è un fatto privato, MAI. Dovete farvi entrare questo concetto in quella testa vuota! Io mi vergogno di questa inerzia femminile, mi fa arrabbiare ancor più del maschilismo. Nessuno sta chiedendo di comportarsi da "eroi", ma non si può restare inermi e indifferenti davanti a "spettacoli" raccapriccianti come questi. DATEVI UNA BELLA SVEGLIATA, DONNE! Non aspettate che arrivi sempre l'uomo a soccorrervi e salvarvi, perché nel 99,999999% dei casi quest'uomo nemmeno esiste! Noi donne abbiamo forza e coraggio, perché dobbiamo nasconderli in questo modo vigliacco? Io non riesco a capirlo. La donna in questione si è difesa e ha fatto benissimo, lei stessa ha detto: "Mia mamma mi ha insegnato a non farmi mettere i piedi in testa da nessuno". Esatto! Questo è lo spirito!AUTODIFESA PER DONNE!

Poi, di quel cretino (non è un insulto, ma la definizione dell'uomo) cosa si può dire? È solo un pezzente frustrato che arriva a mettere le mani addosso a una donna. I vigliacchi se la prendono sempre con i più deboli (fisicamente, non fraintendete). Poi vorrei anche sottolineare la sua nazionalità (visto che il razzismo di questi giorni vede solo gli immigrati come delinquenti): stranamente è italiano e anche del Nord. Poveri leghisti, che smacco! (non si è ancora capito che li odio profondamente? )

E infine, ma non meno importante, vorrei mettere in evidenza CHI ha soccorso per primo la donna. Un ragazzo eritreo: ma non erano mica tutti stupratori? Si saranno sbagliati! Io faccio del sarcasmo, ma ci sarebbe veramente da piangere. In questo clima RAZZISTA che mi fa schifo, sentiamo solo parlare dei trogloditi che ci inculcano continuamente nella testa che SOLO gli immigrati commettono stupri e SOLO gli immigrati picchiano le donne. Quando lo fa un italiano, poco importa, la situazione si capovolge: la donna diventa colpevole, l'uomo la povera vittima. Questo NON è difendere le donne, ma sfruttare la violenza sulle donne e strumentalizzarla per fare del razzismo.

LA VIOLENZA NON HA NAZIONALITÀ!

CHI RESTA INDIFFERENTE DIVENTA COMPLICE.

Messo in luce da wonderely alle 14:22 di giovedì, 22 maggio 2008


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