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Si chiamava Sitara Achikzai, era una politica afghana, eletta nel consiglio di Kandahar. Si batteva per i diritti delle donne, soprattutto dopo la proposta della legge che legalizza lo stupro della moglie da parte del marito e vieta alle donne di poter uscire di casa senza il consenso di un uomo.
È stata assassinata da due uomini, la cui identità è ancora sconosciuta, mentre tornava a casa dal lavoro: si sono avvicinati su una moto, hanno aperto il fuoco e l'hanno uccisa.

Esulteranno i gruppi islamici estremisti; è morta una donna che non voleva sottomettersi, che lottava duramente contro le violenze, i pregiudizi, per garantire un futuro migliore a tutte le donne afghane. È morta e ne saranno felici. Così come sono felici quando le scuole femminili vengono attaccate e le studentesse uccise o sfigurate con l'acido, in quanto le donne non hanno diritto a ricevere un'istruzione. Meglio tenerle nell'ignoranza, perché chi non conosce i propri diritti non può nemmeno lottare per vederli riconosciuti.

Non mi importa dell'ipocrisia dell'occidente, che si ricorda delle donne solo quando gli fa comodo, con il solo scopo di denigrare culture diverse dalla propria (e di questo ho già parlato). Non mi importa della Carfagna che minaccia (oddio che paura!) di ritirare le soldatesse dall'Afghanistan in segno di chissà cosa: forse non sa che le soldatesse subiscono stupri, discriminazioni, violenze di ogni genere da parte dei loro colleghi uomini, oppure preferisce non saperlo.

Quello che mi preme dire è che le donne non stanno lì a braccia conserte ad aspettare i salvatori occidentali (che molte volte più che salvare importano ulteriori violenze): le donne si ribellano, studiano di nascosto, consapevoli del rischio che corrono, fondano associazioni (come RAWA), protestano. Ma di loro non parla mai nessuno: le donne vengono sempre dipinte come succubi, intimorite, bisognose del macho occidentale virile che arrivi a salvarle...non avete capito niente.

Sitara Achikzai era una di queste donne coraggiose, capace di lottare per i propri diritti e per quelli di tutte le donne. Ha pagato con la vita, ma ha lasciato un segno indelebile, che nemmeno la sua morte potrà cancellare.

Non si può uccidere il coraggio delle donne. Poveri gli illusi che ci provano.
Messo in luce da wonderely alle 16:33 di lunedì, 13 aprile 2009


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Argomenti trattati nel post: istruzione, islam, libertĂ , violenza domestica, stupro, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , la mia opinione, donne in politica, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere

"Ad Haiti essere stuprate significa essere rifiutate dalla società: non devi più studiare, non devi uscire, devi solo restare in disparte. Essere stuprata fa di te una persona senza diritti, una persona emarginata dalla società"

[Dalla testimonianza di Rose, 22 anni, vittima di stupro]

 

Negli ultimi anni, il numero di stupri perpetrati contro donne e ragazze di Haiti è cresciuto esponenzialmente; prevalentemente lo stupro da parte di bande di uomini armati, ma anche la violenza domestica è molto diffusa.

Già nei tre anni successivi al colpo di stato, che mise fine al primo governo Aristide nel 1991, si ricorreva alla violenza sessuale per punire e intimidire le famiglie dei sostenitori del governo; successivamente, la pratica dello stupro è stata adottata da bande criminali. Nel 2008, nel periodo precedente al carnevale, nella capitale Port-au-Prince, in soli tre giorni, sono stati segnalati 50 casi di violenze ai danni di donne e bambine.

Molto diffusa è anche la violenza domestica, che rimane spesso nascosta. Bambine e ragazze non denunciano le violenze subite tra le mura domestiche perché dipendono economicamente da chi abusa di loro. Il problema non è mai stato affrontato col risultato di una convinzione generalizzata della violenza domestica percepita come un fenomeno normale e inevitabile.

Alle ragazze che restano incinte in seguito a uno stupro non viene garantito un adeguato supporto sanitario: solo un quarto delle nascite avviene con l'assistenza di personale qualificato e molte donne e ragazze muoiono a causa di complicazioni legate alla gravidanza.

Le conseguenze della violenza sono durature e profonde. Oltre alle immediate ripercussioni fisiche, le vittime si trovano spesso a dover affrontare gravidanze indesiderate, malattie a trasmissione sessuale e problemi psicologici quali, stress post-traumatico, ansia o depressione. In particolare, le ragazze di età inferiore ai 18 anni rischiano maggiormente di morire per cause connesse al parto di vedere il proprio diritto a ricevere un'istruzione seriamente compromesso.

Nella maggior parte dei casi, le ragazze non hanno il coraggio di denunciare gli stupri a causa della paura, della vergogna e delle convenzioni sociali che fanno sì che la violenza commessa dagli uomini sia tollerata. Anche la mancanza di fiducia nei confronti del sistema giudiziario e della polizia gioca un ruolo importante nello scoraggiare le denunce.

Negli ultimi anni, le autorità haitiane hanno tentato di affrontare il problema della violenza. Il Ministero per le politiche e i diritti delle donne, istituito nel 1994, ha preso parte a diverse iniziative di sensibilizzazione. Nel 1995, è stato adottato il Piano nazionale di contrasto alla violenza sulle donne, le cui raccomandazioni se attuate, potrebbero fare molto per prevenire e perseguire questi reati.


Amnesty International chiede alle autorità haitiane di:

  • raccogliere dati sulla natura e sull'entità delle violenze contro donne e ragazze;
  • indagare e perseguire prontamente e in maniera esaustiva tutte le denunce di violenza;
  • fare in modo che la polizia fornisca alle donne e alle ragazze vittime di violenza sessuale luoghi sicuri dove effettuare la denuncia.

 ----> FIRMA L'APPELLO


Read the article in english: Don't turn your back on girls

Messo in luce da wonderely alle 17:37 di martedì, 24 febbraio 2009


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Argomenti trattati nel post: appelli, istruzione, maltrattamenti, violenza domestica, stupro, notizie internazionali, violenza sessuale, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, donne incinte, violenza di genere, gravidanza indesiderata, hiv / aids, conseguenze dello stupro

Il Pakistan è uno stato dove le donne sono terribilmente sottomesse agli uomini. Vengono sepolte vive, uccise e addirittura usate per punire i membri della famiglia tramite stupri di gruppo, a cui assistono centinaia di persone.

Le due notizie che riporto ne sono le prove lampanti.


Pakistan: 5 donne sepolte vive

L’Asian Human Rights Commission (AHRC) ha denunciato che nella provincia del Balochistan, 5 donne sarebbero state sepolte vive, presumibilmente per non aver rispettato la volontà degli anziani della tribù degli Umrani, che si erano espressi contro la loro scelta di sposarsi con uomini scelti autonomamente.
Le cinque donne, due ragazze di 18 anni, una di sedici, la madre di una di loro e la zia di un’altra erano in procinto di partire alla volta di un tribunale civile di Usta Mohammad, dove le tre ragazze avrebbero dovuto sposarsi comunque. Sono invece state raggiunte da sei uomini che le hanno costrette a salire su un’auto e, giunti in una zona remota, le hanno prima picchiate e poi hanno aperto il fuoco contro di loro seppellendole, insieme alle due donne più anziane, ancora vive.
Anche se testimoni hanno riportato alle autorità la targa degli assassini le autorità non avrebbero dato seguito alla denuncia perché la loro auto è registrata a nome del governo del Balochistan e il loro capo sarebbe il fratello minore del Ministro Provinciale e leader di spicco del Pakistan People’s Partito, il partito attualmente al governo.
Ogni anno in Pakistan son centinaia le donne di tutte le età uccise in nome dell’onore. Molti altri casi non sono dichiarati e quasi tutti rimangono impuniti. La vita di milioni di donne è prigioniera delle tradizioni, in posizione di estremo isolamento e sottomissione agli uomini, molti dei quali impongono con la violenza il controllo totale delle donne.

Fonte: Il paese delle donne online


Lo stupro punitivo di Mukhtar Mai

Mukhtar Mai è una donna pakistana condannata nel 2002 a subire uno stupro di gruppo da parte di sei uomini. Il corpo di Mukhtar è stato usato per punire il fratello della donna, accusato di aver molestato una ragazza della tribù vicina. Lo stupro di gruppo è stato deciso dalla Jirga, il consiglio tribale, ed è avvenuto in piazza, a Meerwala, davanti a 300 spettatori.

Tutti pensavano che non avrebbero mai più sentito parlare di Mukhtar, in quanto le donne vittime di stupri punitivi scappano o si suicidano (nel 2004 ben 151 donne hanno subito la stessa sorte di Mukhtar).

Ma, grazie a un imam (la legge tribale non ha corrispondenze con la legge islamica), la donna è riuscita a portare il suo caso davanti alla Corte Suprema Islamica del Pakistan. Sei uomini accusati di aver compiuto lo stupro sono stati condannati alla pena capitale e la donna ha ricevuto un risarcimento di 8 mila dollari e una casa per trasferirsi a Islamabad.

Un'ulteriore violenza, però, ha colpito Mukhtar: in appello cinque dei suoi stupratori sono stati assolti e per il sesto la pena capitale è stata commutata in ergastolo.

Mukhtar ha rifiutato di cambiare città e con il denaro ricevuto ha fondato una scuola, dove tuttora insegna. In questa scuola ha invitato anche i figli dei suoi stupratori, perché, lei dice, "l'istruzione può compiere miracoli".

La storia di Mukhtar è diventata un libro, pubblicato in Italia da Cairo Editore, il cui titolo è Disonorata dalla legge degli uomini (Milano 2006). Scrive Mukhtar Mai : “Per gli uomini come loro una donna è soltanto un oggetto, uno strumento per affermare possesso, onore, o vendetta. La sposano o la stuprano, secondo la loro concezione dell’orgoglio tribale. E sanno bene che una donna umiliata può ricorrere solo al suicidio per riabilitarsi. Per uccidere non hanno neppure bisogno di usare le armi, lo stupro è sufficiente. È l’arma più efficace. Serve a umiliare definitivamente il clan nemico.” (pag. 22).

Fonti consultate per scrivere l'articolo: [x] [x] [x] [x] [x]


Centinaia di donne vengono sottoposte a stupri punitivi ogni anno.

Centinaia di donne vengono uccise per motivi d'onore ogni anno.

E tutto questo avviene in Pakistan ancora oggi.

Messo in luce da wonderely alle 22:56 di domenica, 31 agosto 2008


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Argomenti trattati nel post: testimonianze, istruzione, suicidio, libri consigliati, islam, delitto d onore, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro punitivo

60 MILIONI DI SPOSE BAMBINE

Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite. Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.

CLASSIFICA
L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

POVERTÀ
I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw. Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane — dice Jain —. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. "Perché nutrire una mucca che non è tua?", mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».

IL MARITO
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso — aggiunge Jain—anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».

CONSEGUENZE
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: 2 milioni di donne sono affette da fistole vescico- vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza. «Le ragazze vengono ostracizzate dai loro mariti e dalla comunità — spiega la dottoressa Nawal Nour, direttrice del Centro per la salute delle donne africane di Boston —. L’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze sono piene di vergogna. Sono scansate, abbandonate, sole». Nell’Africa sub-sahariana, inoltre, diversi studi mostrano che le ragazze sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a ragazze single e sessualmente attive: perdono la verginità con mariti malati e non hanno il potere di negarsi o chiedere loro di usare il preservativo.

LA LEGGE
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino. L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. In Yemen, dove la legge non stabilisce con chiarezza un’età minima, alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano e ricordano che anche il Profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba. In Etiopia, secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. «Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini—ha detto uno di loro al giornale —. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate». «La religione in alcuni casi può essere un fattore—spiega Kathleen Selvaggio, ricercatrice dell’Icrw —. Ma i matrimoni di bambine non sono legati a nessuna fede in modo specifico. Sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani ». Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata. La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.

Fonte: Corriere della Sera

Devo aggiungere altro o basta così?

Messo in luce da wonderely alle 12:18 di domenica, 24 agosto 2008


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Argomenti trattati nel post: istruzione, dati, leggi, molestie, libertĂ , maltrattamenti, stupro, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , bambine, discriminazione sessuale, violenza di genere, hiv / aids, spose bambine

Un grande problema , mai calcolato e sempre sottovalutato, è l'istruzione delle donne nei Paesi del mondo. L'istruzione è uno dei diritti primari della persona a cui però molte bambine non hanno il diritto e questo chiuderà loro le porte del futuro.
I testi seguenti sono t
ratti dal sito di Amnesty International ed esaminano a fondo questa incessante discriminazione sessuale:

In tutto il mondo le bambine fanno i conti con la violenza mentre si dedicano alla loro istruzione. Alcune subiscono danni a lungo termine alla loro salute fisica e mentale. Molte hanno paura di andare a lezione. Il risultato è che numerose bambine sono allontanate dalla scuola, la abbandonano o non partecipano pienamente alla vita scolastica. I loro diritti umani – il diritto di essere libere dalla violenza, il diritto all’uguaglianza e all’istruzione – sono violati.

Per fermare la violenza connessa all’ambiente scolastico è necessario combattere la discriminazione all’interno delle scuole stesse e nell’ambito più ampio della comunità. Occorre dare ascolto alle voci delle bambine e prendere in considerazione le loro esperienze quotidiane e i loro bisogni.

NO ALLA DISCRIMINAZIONE, ALLE MOLESTIE, ALLA VIOLENZA

Discriminazione

Se la violenza contro le bambine all’interno dell’ambiente scolastico rimane impunita, gli studenti imparano che la violenza contro le bambine e le donne è accettabile e che le aggressioni da parte dei maschi possono essere considerate normali.
La discriminazione contro le donne e le ragazze risulta così rafforzata.

Alcune bambine sono esposte al rischio di una violenza crescente sulla base della loro identità. Ad esempio, le ragazze lesbiche subiscono insieme gli abusi legati al sessismo e all’omofobia. Sono più spesso soggette a molestie e minacce di stupro rispetto alle loro compagne eterosessuali.

Le bambine con disabilità subiscono contemporaneamente discriminazioni sessuali e legate al loro essere diversamente abili; diventano il bersaglio di scherno, abusi sessuali e violenze. Le percentuali di casi sono più elevate per le bambine con disabilità e le forme di violenza che subiscono possono essere più gravi.

Altri aspetti dell’identità delle bambine, inclusa la circostanza che siano immigrate, orfane o rifugiate, affette da Hiv o appartenenti a una determinata casta, etnia o razza, aumentano il rischio, per loro di essere colpite da abusi e incidono sul tipo di violenza che subiscono.

Le vittime e le sopravvissute alla violenza, in particolare allo stupro, possono essere emarginate ed escluse dalle loro stesse famiglie, dagli amici e dalla comunità. Per le bambine appartenenti a gruppi marginalizzati può inoltre risultare ancora più difficile portare avanti denunce nei confronti dei responsabili o avere accesso ai servizi di sostegno.

Derisione, molestie e bullismo

Prese in giro e molestie verbali sono all’ordine del giorno nelle scuole. Le bambine che sono troppo grasse o troppo magre, appartenenti a differenti gruppi etnici, disabili, meno femminili o in qualsiasi altro modo diverse da quello che la maggioranza considera normale, possono essere particolarmente colpite da prese di giro, scherzi, nomignoli e atti di bullismo.

Le molestie verbali rappresentano già una violazione della dignità e della sicurezza delle bambine e quando non vengono debitamente prese in considerazione, possono portare ad atti di violenza fisica, sessuale e psicologica. Le molestie verbali di carattere sessuale sono considerate innocue e scherzose da molti uomini e ragazzi, ma per le giovani prese di mira risultano degradanti e intimidatorie.

Le molestie basate su insinuazioni false e gli atti di esclusione sociale sono facilitati dal cosiddetto “bullismo telematico”. Attraverso l'uso del telefono cellulare e di Internet i ragazzi possono spacciarsi per altri nella rete informatica e inserire pettegolezzi e informazioni false e diffamatorie. Nel cyberspazio i “bulli” possono agire liberamente in forma anonima con scarso timore di essere puniti e sapendo di avere un’ampia audience, non solo nei giorni di scuola ma tutti i sette giorni della settimana.


Comportamenti di maggiore gravità

Le molestie nell’ambiente scolastico vengono considerate da alcuni insegnanti e rappresentanti dello staff scolastico come sostanzialmente innocue. Tuttavia, ad un certo punto possono cessare di essere un semplice gioco e diventare pericolose. E’ necessario agire con fermezza prima che questi comportamenti diventino fisicamente e psicologicamente dannosi. Questi comportamenti devono essere fermati e gli insegnanti devono proporre delle modalità alternative.

Quando le molestie sessuali in ambiente scolastico non vengono condannate, diventano parte della normalità sociale con la conseguenza che la loro generazione penserà che la violenza contro le donne è accettabile. Comprensibilmente le bambine non denunceranno le violenze subite se hanno paura di essere ulteriormente vittimizzate, ridicolizzate e non sostenute da un'azione che condanni i responsabili. Non sarà possibile interrompere il ciclo della violenza fin tanto che i responsabili di atti di violenza penseranno di poter agire senza timore di essere puniti per i propri reati.

Dalle molestie verbali a quelle fisiche, dai palpeggiamenti alle aggressioni, ogni tipo di violenza contro le bambine nell'ambiente scolastico è sbagliata e può potenzialmente interrompere il percorso scolastico di una bambina, privandola così del diritto a ricevere un'istruzione e del diritto a essere libera da qualsiasi violenza.

INFANZIA RUBATA, OPPORTUNITÀ DI STUDIARE PERSA!

Le autorità non muovono un dito

Troppo spesso le autorità rispondono alla violenza nelle scuole scegliendo di non agire. In diversi casi, questo avviene in violazione della legislazione nazionale o delle politiche della scuola. Spesso, quando una bambina denuncia un episodio di violenza, specialmente la violenza sessuale, il suo comportamento viene giudicato molto più severamente di quello delle persone che lei ha indicato come responsabili della violenza.

Non c’è giustificazione per l’inazione delle autorità. Lo Stato e per estensione coloro i quali agiscono per suo conto – tra cui gli insegnanti e le autorità scolastiche – devono indagare prontamente sui casi di abusi, prevedere punizioni appropriate per i responsabili, aiutare le bambine che hanno subito violenza a riprendersi dalle conseguenze fisiche ed emotive e intraprendere i passi necessari perché tali abusi non si ripetano.

L’istruzione è un diritto umano e assicurare un accesso all’istruzione libero dalla violenza è una responsabilità dello Stato. Secondo la legislazione internazionale, lo Stato deve assicurare, come minimo, l’accesso universale all’istruzione primaria. Questo obbligo internazionale non può essere rispettato se le bambine non si sentono sicure a scuola.

Il mancato rispetto di tali obblighi non può essere giustificato dalla scarsità di risorse. Quando gli Stati non fanno fronte alla violenza contro le bambine nelle scuole, lo fanno per mancanza di volontà politica.

La violenza impedisce alle bambine di andare a scuola

La violenza contro le bambine non causa solo paura e dolore, ma anche una bassa autostima, scarso rendimento scolastico, infezioni sessualmente trasmissibili, gravidanze non desiderate e depressione. La violenza danneggia sia la salute mentale che quella fisica delle vittime e di coloro che sono sopravvissute.

Quando la violenza distrugge o interrompe il percorso educativo di una bambina, le implicazioni per le sue future opportunità lavorative e finanziarie sono serie. La mancanza di un’istruzione aumenta la probabilità che le bambine contraggano matrimoni precoci, portino con sé problemi di salute, siano oggetto di tratta o muoiano per complicazioni legate al parto determinate da cause prevenibili.

I governi e le scuole hanno l’obbligo di fornire alle bambine un ambiente sicuro in cui studiare

L’interruzione del percorso educativo di un gran numero di bambine determina conseguenze negative non solo per loro in quanto studentesse ma per la società in generale.

L’istruzione è la chiave per fermare il ciclo della violenza e della povertà. Ma la mancanza di sicurezza all’interno e fuori dalle scuole sta indebolendo i tentativi di rendere autonome le bambine perché possano sfuggire alle situazioni violente e possano lavorare per uscire fuori dalla povertà. La violenza contro le bambine nella scuola rafforza gli stereotipi di genere e consolida la discriminazione nelle generazioni future. Fa pensare che la violenza contro le donne e le bambine sia inevitabile e che un’istruzione sicura e di qualità per le bambine non sia una priorità.

 

Messo in luce da wonderely alle 15:50 di mercoledì, 02 gennaio 2008


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