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È già passato quasi un anno da quando, per la prima volta, ho parlato dello sterminio di donne a Ciudad Juàrez in Messico. Bambine, ragazze, donne con un'età compresa tra i 10 e i 25 anni vengono rapite, stuprate, torturate e barbaramente uccise in questa città al confine con gli Stati Uniti in cui dominano il narcotraffico e la corruzione.
Si tratta in genere di donne povere che lavorano per guadagnarsi da vivere e mantenere la propria famiglia, si tratta di bambine o ragazze che escono di casa per andare a scuola e non vi fanno più ritorno. Finiscono nelle mani di bestie che fanno di loro ciò che vogliono, le tengono prigioniere e, quando sono stanche, le uccidono. I loro corpi vengono abbandonati nel deserto, molti non vengono mai più trovati, tanti sono irriconoscibili. L'unica cosa certa è che la giustizia non esiste e i colpevoli non sono ancora stati trovati, tant'è che gli omicidi continuano ancora oggi: nel 2008 sono state uccise almeno 24 donne, tra cui la comandante del reparto di polizia "Delitti sessuali" (leggi la notizia QUI).
Esiste però un'organizzazione che si chiama Nuestras Hijas De Regreso A Casa (Le nostre figlie di ritorno a casa) fondata dai famigliari delle vittime che chiedono giustizia per le figlie, le mogli, le sorelle, le madri, che hanno perso per sempre. Molto spesso i membri dell'associazione vengono minacciati di morte. Cliccando QUI potete entrare nel sito dell'organizzazione (tradotto in diverse lingue, anche in italiano) e informarvi voi stessi sulla tragedia quotidiana che le donne vivono ormai da anni.
Chi volesse leggere l'intero reportage pubblicato su questo blog l'anno scorso clicchi QUI: ricordo che si tratta di quattro post molto crudi che possono urtare la sensibilità dei lettori. Ho trattato diversi casi di violenze sulle donne in diverse aree del mondo, ma posso garantire che la carneficina di Ciudad Juàrez è una tra le peggiori di cui io mi sia mai occupata.
L'anno scorso avevo riportato stralci di un libro (L'inferno di Ciudad Juàrez di Victor Ronquillo) in cui si raccontano storie di bambine, ragazze e donne uccise; ho anche riportato alcuni tremendi dati, diversi numeri, che, nella loro freddezza, rappresentano il martirio di migliaia di donne (si stima che i corpi ritrovati siano più di 200, ma le scomparse sono più di 400: ci sono fonti che riportano numeri differenti; la verità è che nessuno sa quante siano le donne uccise o scomparse) che, fino ad oggi, non hanno ottenuto giustizia.
Non voglio che queste donne restino numeri, dietro ad ogni numero c'è una vita spezzata, una violenza inaudita, una ferocia bestiale. Per questo motivo traggo dal sito dell'associazione l'elenco delle vittime di Ciudad Juàrez: nome e cognome delle donne i cui corpi martoriati sono stati ritrovati e degnamente sepolti. Di tutte le altre, ahimé, nulla si sa, nulla si dice.
TODAS SON NUESTRAS HIJAS - TODAS SON NUESTRAS MUERTAS
1993 - 2004

L'elenco si ferma al 2004, ma altri nomi possono essere aggiunti a questa terribile lista di morte.
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Gloria Rivas Martinez
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Juana Sandoval Reyna e Esmeralda Juarez Alarcon
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(partendo dall'alto a sinistra) Claudia Gonzalez, Guadalupe Luna, Mayra Reyes Solis e Laura Ramos Monnarez
Queste giovani donne, e molte altre, hanno patito le pene dell'inferno prima di essere trucidate.
Amnesty International ha redatto un appello che è possibile firmare QUI e sul sito di Nuestras Hijas potrete informarvi su tutti i modi per attivarsi e non restare indifferenti. Ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa, basta volerlo.
Grazie dell'attenzione a tutti.
Fonti:
Lista delle vittime da Nuestras Hijas de Regreso a Casa
Foto da TruTv
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Argomenti trattati nel post: appelli, tortura, libertĂ , indifferenza, denuncia, stupro, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , aggressione, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, sequestro di persona, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juĂ rez, iniziative femministe
Siamo giunti alla fine di questo “inventario della morte”, come è stato definito il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte (cliccando QUI potete leggere la seconda parte e QUI la terza). In questo post finale è giusto sottolineare la lotta delle donne a Ciudad Juàrez, che sono stanche dei continui omicidi e vogliono giustizia: i famigliari delle vittime si sentono presi in giro dalle autorità, che, invece di cercare e punire gli assassini, li coprono. Per questo l’8 marzo 1999 è stata organizzata una manifestazione nella città, per dire basta alle atrocità contro le donne.
Ni una màs (nessuna più):
Questi tipi spaventerebbero anche Dio:
Per finire:
DAL 1993 AD OGGI A CIUDAD JUAREZ, PIÙ DI 400 DONNE SONO STATE STUPRATE, TORTURATE E BARBARAMENTE UCCISE, ALTRE 500 SONO SCOMPARSE. QUESTI SONO I DATI UFFICIALI: CIÒ SIGNIFICA CHE LA REALTÀ È BEN PIÙ MACABRA. LE VITTIME HANNO PER LA MAGGIOR PARTE UN'ETÀ COMPRESA TRA GLI 11 E I 25 ANNI: BAMBINE, RAGAZZE, STUDENTESSE, LAVORATRICI, MADRI...DI LORO RESTA SOLO IL RICORDO.
NON RESTIAMO INDIFFERENTI!
Questo è davvero il finale (almeno sul mio blog) delle macabre vicende di Ciudad Juàrez, ma tutto questo continua in Messico: donne giovani, anche bambine, subiscono torture e stupri, prima di essere barbaramente uccise. La loro vita viene stroncata, tutti i loro sogni e le loro aspettative: essere donne e vivere a Juàrez è una condanna a morte. Ci tenevo molto a pubblicare questi post, ci tengo perché so che purtroppo di questi omicidi poco si parla e poco si conosce: spero che dalla crudezza dei testi che ho proposto sia nata la consapevolezza delle ingiustizie che queste donne sono state costrette a subire.
Ringrazio chi mi ha seguita fino a quest’ultimo post, ringrazio chi nonostante gli orrori è riuscito a leggere tutto, anche se è crudo, anche se fa male: queste donne l’hanno subito sulla propria pelle. Consiglio a tutti la lettura del libro: al suo interno ci sono molte altre storie tragiche, che io non ho pubblicato, le interviste ai parenti delle vittime e dei principali sospettati, che negano il loro coinvolgimento, sostenendo che il governo protegga i veri colpevoli. Uno di loro pronuncia queste parole: “Nessuno dice la verità, perché la verità è brutta…” La verità, quale sarà? L’unica cosa vera e certa è la morte ingiusta e abominevole di centinaia di donne, che ancora oggi chiedono giustizia per le loro giovani vite spezzate.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
Grazie di cuore a tutti.
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Argomenti trattati nel post: libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juĂ rez
Siamo giunti al terzo post su Ciudad Juàrez; in questa parte ho deciso di pubblicare il racconto dello stupro-omicidio di una donna da parte di uno degli uomini arrestati: la mia fonte è sempre il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte. Mi scuso in precedenza, perché questo passo è molto crudo, così come gli altri, ma penso che nelle donne in particolare solleverà grande disgusto. Mentre lo leggevo mi si è chiuso lo stomaco, lo giuro, però pubblicare è importante, il silenzio non dà giustizia alle vittime. Nel testo leggerete dei nomi particolari: sono i soprannomi degli uomini coinvolti. Grazie a chi ha deciso di seguirmi ancora e ha il coraggio di leggere anche questo post (cliccando QUI potrete leggere la seconda parte). Anche in questo caso il testo sarà privo di colore.
L'orrore continua:
La stampa ha avuto accesso a un frammento della dichiarazione resa davanti al pubblico ministero da José Gaspar Cevallos Chàvez, il Gaspy, conducente di autobus sulla statale 7, chiamata “Il Mirador” (la Panoramica) di Ciudad Juàrez.
«Doveva essere all’inizio di ottobre dell’anno scorso, non mi ricordo di preciso il giorno, sarà stato mezzogiorno, o l’una, sono venuti a casa mia degli autisti, colleghi di lavoro, che conosco, come il Tolteca, il Kiani e il Samber. Sono arrivati con una Nova vecchio modello, sarà stata del ’69, a due portiere. Mi ricordo che non aveva i vetri scuri e che la carrozzeria era scrostata, un po’ arrugginita. Mi hanno invitato a salire sull’auto per farci un giretto e spassarcela un po’; sono salito e siamo andati a fare un giro in avenida Los Aztecas e di lì a casa del Tolteca. Non so l’indirizzo, ma è un edificio di mattoni dove ci siamo scolati delle birre e abbiamo sniffato della coca.
Siamo rimasti a casa del Tolteca fin verso le due e mezza del pomeriggio, poi siamo andati sull’avenida Los Aztecas finché siamo arrivati a un negozio di alimentari dove abbiamo comprato altre birre. Siamo andati in giro per Juàrez facendo baldoria tutta la notte. Quando era già spuntato il sole verso le sei di mattina, ci siamo diretti sulla Ponciano Arriaga y Aztecas, lì il Tolteca si è fermato e senza spegnere il motore ha parcheggiato l’auto. Ha detto di aver visto una donna che gli piaceva, e voleva scendere per farsela.
Mentre eravamo a quell’incrocio, ho visto la donna ferma in piedi, me la ricordo alta, con i capelli lunghi fin sulle spalle, un fisico sottile, poteva avere dai ventuno ai venitré anni, indossava una camicetta nera e aveva i seni un po’ grossi; siccome a me non piaceva, non le ho fatto molto caso.
…Quando il Tolteca è sceso dall’auto, il Samber è passato alla guida e poi il Tolteca si è messo a parlare con la ragazza. Le ha chiesto se voleva fare un raid. Lei gli ha detto di no, di andarsene, e gli ha urlato: vattene via, porco. A quel punto il Tolteca ha afferrato la ragazza, l’ha costretta a salire sull’auto e l’ha ficcata sul sedile dietro, il Samber è rimasto alla guida e il Tolteca è salito di fianco a lui. Io e il Kiani eravamo sul sedile dietro.
Il Tolteca ha detto al Samber di prendere per la discarica, verso le montagne. Una volta arrivati lì, ci ha detto: “Toglietevi dai coglioni, il primo sono io”, così siamo scesi tutti. Il Tolteca ha cominciato a palpare la ragazza, e quando ha visto che non ci stava ha cominciato a darle dei cazzotti in faccia e a dirle: stai buonina, stronza, sta ferma. Poi ha cominciato a spogliarla, tutto questo succedeva dentro l’auto. A un certo punto il Tolteca ha cominciato a baciarla dappertutto, si è sbottonato i pantaloni e se li è abbassati insieme alle mutande per violentarla. La ragazza gridava: “Aiuto, lasciatemi stare”.
Quando ha finito, il Tolteca ha urlato: “Sotto a chi tocca, stronzi”. Allora il Samber si è gettato sulla ragazza, anche lui si è tolto i pantaloni, le mutande, e l’ha violentata. Il Samber è molto pesante, e così la ragazza non riusciva più a muoversi e ha smesso di gridare. Muoveva appena la testa e le uscivano le lacrime.
Una volta finito di violentarla, il Samber ha urlato: “Sotto a chi tocca”, e così si è fatto avanti il Kiani, anche lui si è abbassato i pantaloni e le mutande per violentarla e quando ha finito mi ha gridato: “Adesso manchi solo tu”.
Quando le sono andato vicino era quasi svenuta per le botte del Tolteca e si muoveva appena. Mi sono abbassato i calzoni e le mutande e l’ho violentata, ma quando ho finito il Tolteca si è messo a strattonarla per farla scendere dall’auto. Le urlava: “Vieni giù, stronza” e ha cominciato a darle altri cazzotti in faccia. Siccome era svenuta, l’ha gettata per terra, a cinque metri dall’auto.
Dopo che il Tolteca l’ha tirata giù, io e il Kiani siamo saliti sull’auto, sul sedile posteriore, mentre il Samber metteva in moto. Mi sono girato e ho visto che il Tolteca colpiva la ragazza sulla faccia con una grossa pietra, e perdeva sangue. Siccome era rimasta a faccia in giù ed era nuda, dopo che l’ha colpita con la pietra, il Tolteca ha preso un tubo, glielo ha infilato nell’ano e l’ha lasciato lì.
Io allora mi sono disteso sul sedile, e dato che mi ero portato un berretto nero, me lo sono sistemato per addormentarmi, perché mi aveva preso un po’ di sonnolenza, ma in quel momento ho visto che dalla discarica più in alto arrivava una Montecarlo o una Oldsmobile, non ricordo di che colore perché mi ero fatto molta droga. Il Samber ha accelerato, ha fatto una curva a U ed è partito a tutto gas per lasciare quel posto.
In quel lavoretto, a gettarsi sulla ragazza è stato il Tolteca, vale a dire Jesus Manuel Guardado, perché noi lo abbiamo soltanto accompagnato e abbiamo violentato la tipa, ma non c’entriamo niente con la sua morte. Non l’avevo mai vista prima in vita mia.»
Il cadavere di Marìa Eugenia Mendoza Arias è stato ritrovato il 4 ottobre 1998 nell’ex discarica municipale.
Chiunque tu sia che sei arrivato fino in fondo a leggere questo orrore, ti ringrazio: non ci sono parole per commentare un fatto simile. Sembra che la donna morta sia solo un oggetto, come se la sua vita non avesse alcun valore: credo che questo post mostri chiaramente la differenza tra esseri umani e mostri. Nel prossimo post, quello conclusivo del 14 Febbraio, si parlerà della manifestazione a Ciudad Juàrez contro questi stupri-omicidi efferati, anche se, nonostante gli sforzi di molti, continuano ancora.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
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Termina qui questo secondo post sulle vicende orrende di Ciudad Juàrez: come potete capire, nemmeno le bambine sfuggono a questi animali. Non ci sono parole per commentare simili oscenità; ringrazio chi è riuscito a leggere tutto fino in fondo: so che è dura, ma è la cruda verità. Il prossimo post (del 7 Febbraio) purtroppo sarà nauseante: pubblicherò le dichiarazioni di un uomo che ammette di aver violentato una donna insieme ad altri tre uomini e ne descrive la morte. Sono dettagli indecenti, io stessa ho avuto una sensazione di vomito, ma sono convinta che facciano capire molto bene cosa stanno patendo le donne in quella città: le loro uniche colpe sono di essere nate donne e vivere a Juàrez, se di colpe si può parlare.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
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La maglietta era rosa, un rosa slavato, e spuntava dal terriccio che la copriva quasi interamente. L’indumento era la traccia di un delitto. Infatti, a una ventina di metri di distanza dal punto del ritrovamento sono comparsi i resti di una colonna vertebrale, un rosario di ossa disarticolate. Il cranio affiorava dal terreno, dietro alcuni alberi di huisache. Una dose ulteriore di orrore: il dettaglio di un dente di platino con incisa una lettera R.
L’inventario della tragedia è proseguito con il ritrovamento di una scarpetta da tennis nera con dentro i resti delle ossa di un piede. A venticinque metri di distanza sono venuti alla luce il bacino e le ossa degli arti inferiori, infilati nelle mutandine celesti e in un paio di jeans. Erano animali rapaci quelli che hanno spogliato quel cadavere dell’ultima dignità di riposare integro.
Nelle vicinanze, di fianco a un crepaccio che sembrava smarrirsi in mezzo al deserto di Lomas de Poelo, sono state scoperte altre ossa e un reggiseno bianco in un sacchetto di plastica. C’era anche un altro cranio, e in un raggio di meno cinquanta metri sono affiorati i resti di una mandibola, un certo numero di vertebre, il coccige e il bacino di un secondo cadavere. Non lontano c’erano un paio di stivali da lavoro femminili numero 37 e un grembiule blu con il logo della ditta, Pedsa, stampato in lettere gialle.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
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Il testo che segue è tratto da un opuscolo, elaborato da Barbara Spinelli (per la bibliografia completa vedere in basso), diviso in 6 capitoli. Ho deciso di pubblicare il capitolo 3.2 dal titolo FEMMINICIDIO, GUERRA CIVILE, OCCUPAZIONE BELLICA.
CHIUNQUE E' INTERESSATO A LEGGERE L'INTERO OPUSCOLO PUO' CONTATTARMI E GLIELO FORNIRO' VOLENTIERI!
Ringrazio Federico Bastiani di Donne Senza Confini per avermi fornito il materiale.
Vi invito davvero a leggerlo perché è molto interessante e veritiero.
BUONA LETTURA!
Da sempre nella storia le donne durante le guerre hanno visto calpestati i diritti più elementari e sono state vittime silenziose di stupri e feroci violenze fisiche e psicologiche.
Spesso, soprattutto in contesti di occupazione o guerra civile, la violenza sulle donne è stata considerata uno strumento psicologicamente efficace contro il nemico.
Il corpo della donna diventa oggetto sul quale si manifestano relazioni di potere: attraverso lo stupro il rivale viene umiliato, la donna ripudiata o privata della sua funzione riproduttiva, se poi dallo stupro deriva una gravidanza, viene affermata la superiorità biologica del gruppo rivale (c.d. stupri etnici), destinando la donna e il feto alla morte o, nel migliore dei casi all’abbandono.
In tal modo la violazione del corpo della donna diventa un’arma tattica, una strategia pianificata per conquistare la vittoria morale sul nemico.
Lo stupro sistematico viene così utilizzato in larga scala per colpire l’identità di intere popolazioni, per infamare, disonorare e terrorizzare l’etnia nemica.
E’ questo il caso del Ruanda, dove l’ICCR in una sentenza ha dichiarato lo stupro sistematico una forma di genocidio, perché è efficace nella sua azione sterminatrice “allo stesso modo di ogni altro atto commesso con l’intento di distruggere in tutto o in parte un particolare gruppo”, nello specifico “ La violenza sessuale costituisce parte integrante del processo di distruzione rivolto specificamente alle donne di etnia tutsi e che mira alla distruzione dell’intero gruppo di etnia tutsi”.
Ma lo stupro sistematico è un fenomeno che riguarda anche il Darfur, dove i janjawid (vedi nota 51) stuprano sistematicamente donne e bambine per umiliare, punire, terrorizzare e controllare i gruppi rivali di appartenenza delle stesse, nonché per disperderle, poiché ripudiate dalla comunità, e per eliminare insieme ad esse la possibilità della comunità rivale di sopravvivere nel tempo.
Anche l’assenza di uomini in casa certo favorisce aggressioni sessuali da parte dei soldati nei confronti delle donne, come documentato da Human Right Watch in Cecenia, dove molte donne hanno denunciato abusi sessuali da parte di soldati russi che, nonostante l’identificazione, le denuncie e le sollecitazioni internazionali, non sono stati giudizialmente perseguiti.
Il Tribunale dell’Aja sta anche vagliando i riscontri degli stupri commessi durante l’ultima guerra in Kosovo da militari e paramilitari serbi, per i quali, “violentare le donne, possederle e sfruttare totalmente il loro corpo equivale a una violenza nei confronti di tutti quegli uomini kosovari che erano irraggiungibili e nascosti sulle montagne” .
Inutile nascondere che stupri sono stati perpetrati anche da coloro che semmai avrebbero dovuto impedirli, i c.d. “peacekeepers”.
Già nel 1993 il Centro per i crimini di guerra di Zenica documentò in Bosnia almeno 40 mila casi di stupro, e per parte delle aggressioni vennero segnalati come responsabili alcuni soldati ONU.
Più recentemente basti ricordare le inchieste aperte sugli stupri perpetrati dal contingente italiano in Somalia, o dal contingente americano in Iraq.
Proprio qui, gli incaricati di esportare la democrazia, secondo Eman Jamas, direttrice del centro dell’Osservatorio sull’Occupazione (anglo – italo – statunitense ecc.) che ha raccolto le testimonianze delle donne irachene, gli statunitensi utilizzerebbero la detenzione delle donne in ostaggio come strumento per pressare gli uomini. Inoltre molte donne ad Abu Ghraib hanno dato alla luce in carcere i propri bambini in situazioni inenarrabili e prive di assistenza.
Essendo per queste donne il valore dell’onore più sacro della stessa vita, esse non denunceranno mai pubblicamente quanto subito nelle prigioni americane, così anche questi crimini resteranno impuniti.
E’ necessario anche ricordare in questa sede che l’80% dei rifugiati e sfollati presenti nel mondo è rappresentato da donne sole o con i propri figli, che sono soggette ad ogni genere di molestia dai combattenti sia durante il percorso verso il campo profughi, sia nel campo stesso. In Angola, Mozambico e Sierra Leone, molte donne in fuga sono state rapite e tenute in schiavitù.
Un rapporto dell’UNFPA denuncia che è alto il rischio corso dalle donne di subire rapporti forzati non protetti, con i quali viene trasmesso il virus dell’HIV, e dai quali possono conseguire gravidanze indesiderate: il 25% delle donne rifugiate in età riproduttiva ha subito una gravidanza indesiderata. A ciò si aggiungano i rischi che tale gravidanza comporta soprattutto nel caso di adolescenti, mancando adeguata assistenza sanitaria. Nei campi profughi sudanesi ad esempio si è riscontrato che per le adolescenti era più probabile la morte per complicazioni della gravidanza o del parto, piuttosto che la fine del ciclo di scuola primaria.
Il rischio di violenza è alto anche per le bambine che girano intorno al campo in cerca di legna o acqua: molte di esse sono state adulate e costrette a rapporti in cambio del dono di un po’ di pesce, alimento base dell’alimentazione molto difficile da reperire, altre vengono “reclutate” dai gruppi armati come schiave sessuali, cuoche o lavandaie.
L’elenco delle violenze proseguirebbe lungamente comprendendo altri teatri di guerra dagli anni ’80 del secolo scorso ad oggi, tra i quali si ricordano: Guinea, El Salvador, Haiti, Argentina, Sierra Leone, Liberia, Congo, Vietnam.
Dal punto di vista giuridico, indubbiamente contribuisce al tentativo di non lasciare impunite le atrocità commesse in guerra contro le donne la creazione di Tribunali Internazionali ad hoc nelle zone di conflitto e il fatto che lo Statuto stesso della CPI consideri lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata e qualsiasi altra forma di violenza di tale gravità un crimine contro l’umanità, se commessi come attacco sistematico su vasta scala contro qualsiasi popolazione civile.
Tuttavia ancora manca una adeguata protezione alle donne vittime di violenza in contesti di guerra, e ciò dipende soprattutto dalla refrattarietà di molti Stati ad aprire le frontiere e concedere asilo alle vittime di stupri in contesti bellici, aggrappandosi al fatto che, nella convenzione di Ginevra del 1951 la definizione di rifugiato non comprende la persecuzione per ragioni “sessuali”.
La Camera dei Lord nel
Non sono solo le guerre di occupazione o i conflitti armati a mettere in pericolo la vita delle donne, ancora più insidiose risultano essere infatti le guerre civili, che per molti Paesi asiatici, africani e latinoamericani rappresentano una condizione di esistenza pressoché costante.
Così la proliferazione di armi di piccolo calibro, la militarizzazione e il grado di tensione sociale che caratterizza queste realtà fanno sì che gli atti di violenza sulle donne aumentino esponenzialmente alla ferocità del conflitto.
In tali contesti, dove quasi sempre il machismo e i valori patriarcali sono sentimenti ancora molti radicati, ed il tasso di criminalità e di violenza è altissimo, i crimini contro le donne raggiungono un’efferatezza inaudita e per via del dissesto istituzionale gli autori di tali brutalità restano sempre impuniti.
Le donne sono costrette a vivere in un clima di continuo terrore, si sentono in trappola perché temono il loro corpo diventi oggetto di vendette trasversali, di umiliazione, o semplicemente oggetto. La brutalità con cui il più delle volte vengono stuprate, massacrate, squartate, tagliate a pezzi e mutilate nelle zone erogene, esprime un messaggio chiaro: afferma il disprezzo per l’essere donna, e la capacità di dominio fino alle forme più estreme che su di essa l’uomo può esercitare, tanto più se si ribella al ruolo che le viene assegnato.
Ci riferiamo in particolare al caso del Guatemala, dove, a seguito di 36 anni di guerra civile, le violenze sulle donne più che diminuire sono aumentate in maniera esponenziale, superando di gran lunga le ben più note cifre di Ciudad Juarez.
Il contesto nel quale vengono poste in essere è già di per sé “estremo” e merita un’analisi particolare per capire come il sommarsi dei fattori della povertà estrema, della militarizzazione del territorio, della debolezza delle istituzioni, del contesto sociale fortemente machista, della presenza massiccia di bande paramilitari di crimine organizzato (le maras) diano origine ad un mix esplosivo per l’incolumità delle donne. In questo Paese è fortemente radicata la convinzione che la donna “appartenga” in ogni caso a qualcuno: al padre o al marito, fondamentalmente. Per questo ognuno si sente libero di utilizzarla come crede, per questo spesso la violenza viene spinta fino ai limiti più estremi verso quelle donne che, cercandosi magari un lavoro, si conquistano i propri spazi di autonomia. La repressione di queste forme di “spossessamento” della donna è feroce, qui l’ideologia patriarcale è spinta fino alle conseguenze estreme, ed in questo sicuramente è complice lo Stato, che non riesce ad avere un controllo efficace sul territorio e a colmare le disuguaglianze sociali.
Finito il conflitto interno, molte azioni intimidatorie sono state compiute infatti proprio nei confronti di donne e associazioni politicamente impegnate per l’approvazione di una legge sulla violenza domestica, ciò a dimostrazione del fatto che la violenza contro le donne fa parte di una cultura, era una pratica antecedente al conflitto sociale, dove è stata sfruttata come mezzo di guerra dall’esercito, che compiva stupri sistematici e torture sulle donne indigene, prima di assassinarle, su ordini diretti dei comandanti. Il tasso di violenza a seguito del conflitto interno è rimasto alto, perché lo Stato ha adottato politiche neoliberali che hanno acuito ulteriormente gli scontri sociali. In Guatemala infatti il 57% della popolazione vive in uno stato di indigenza, e di questo 57% il 21% vive in uno stato di povertà estrema; al contrario, il 2% della popolazione è proprietaria della metà delle terre coltivabili.
Per i più poveri, l’unica prospettiva di sviluppo è legarsi alle organizzazioni criminali organizzate, così che c’è stata una forte espansione del possesso clandestino di armi, del narcotraffico, e al contempo si sono moltiplicate pseudo-agenzie di sicurezza pubbliche e private paramilitari: il ricorso alla violenza è essenzialmente uno strumento politico per reprimere l’opposizione e generare un ambiente di terrore e ingovernabilità che immobilizzi la società, cosa alla quale sono interessati molti settori di potere.
Massacrare le donne, farne ritrovare i pezzi dispersi, è certo il modo migliore per disseminare terrore e mantenere il controllo delle relazioni di potere, per il forte impatto sociale che tale tipo di violenza genera.
Inoltre, rappresenta un messaggio intimidatorio esplicito nei confronti delle donne, affinché abbandonino lo spazio pubblico del quale si stanno politicamente appropriando e si rinchiudano nuovamente nella dimensione privata.
Come affermato dalla deputata Alba Estela Maldonado Guevara (vedi nota 56):
“ se le norme poste in essere dallo Stato non corrispondono alla realtà delle cose e alle esigenze concrete della popolazione, gli strumenti giuridici dello Stato non fanno che aumentare l’esclusione, la discriminazione, gli abusi di potere, la violenza” per cui, continua “c’è una responsabilità dello Stato per omissione e per commissione, nel momento in cui non riconosce la realtà e non mostra volontà politica di iniziare un processo per lo sradicamento delle cause e degli effetti di questo fenomeno”.
Lo stato guatemalteco ha ratificato le principali dichiarazioni internazionali in materia di diritti umani e delle donne, esiste anche una legge interna per prevenire, sanzionare e sradicare la violenza sulle donne, ma consente solo misure di tipo cautelare. Il valore reificato della donna è chiaro dall’inquadramento riservato alla violenza sessuale, che è ancora un delitto contro las buenas costumbres, non è punita all’interno del matrimonio, e dal fatto che il sistema giudiziale incita le donne a chiedere un indennizzo economico, piuttosto che procedere penalmente. A ciò si aggiunga che detenere armi è un diritto costituzionalmente garantito, ed esercitato quasi esclusivamente dagli uomini. Le contraddizioni emergenti a livello legislativo sono molte, gli organi di giustizia tollerano o partecipano direttamente alle violenze, legittimati dalla scusante della sicurezza nazionale, dando copertura alle violazioni più elementari del diritto umanitario.
Si può ben capire come le condizioni della donna in questo Paese si avvicinino molto alla schiavitù, e l’art. 4 della Costituzione Guatemalteca, che riconosce il diritto all’uguaglianza e alla dignità, non vale certo per quelle migliaia di donne morte ogni anno, le cui sorti restano sconosciute all’occidente, perché la morte delle donne, tanto più se povere e del sud del mondo, non fa rumore (vedi nota 57).
In Salvador la situazione è analoga al Guatemala, in Cambogia il rischio di subire violenze è tale che molte donne non mandano le figlie a scuola per paura.
NOTE:
51. sono terroristi arabi filo-governativi assoldati dal regime di Kartum per reprimere la rivolta delle tribù subsahariane darfurensi, insorti per protestare per la situazione di povertà in cui erano costretti a vivere. Si calcola che la repressione della rivolta sia già costata la vita a più di 50mila persone.
56. Alba Estela Maldonado Guevara è una femminista militante, attualmente deputata nel partito della URNG. E’ spesso in Europa, dove ha illustrato anche alle Parlamentari Europee la situazione delle donne nel Suo Paese. I dati sul Guatemala sono tratti da conversazioni avute in un incontro con alcune femministe guatemalteche a Cuba e dal libro-inchiesta Feminicidio en Guatemala. Crimenes contra la humanidad. Investigaciòn preliminar. La traduzione in italiano è nostra.
57. Dal 2000 al 2005 il numero di donne assassinate è aumentato del 300 %. Dal 2005 al 20/03/2006 sono morte 2355 donne, solo 3 casi sono stati risolti. Le donne sono di età compresa tra i 13 e i 36 anni, di basso livello socioeconomico,soprattutto mulatte o indigene, per la maggior parte nella zona della capitale.
BIBLIOGRAFIA:
Questo opuscolo, elaborato da Barbara Spinelli, rappresenta il frutto di un lavoro di approfondimento e ricerca portato avanti da:
D.ssa Barbara Spinelli
Avv. Monica Miserocchi
Avv. Marina Prosperi
Avv. Susanna Cattini
Avv. Carmela Lavorato
Avv. Maria Luisa D'Addabbo
Titolo: VIOLENZA SULLE DONNE: PARLIAMO DI FEMMINICIDIO
Sito Web: www.giuristidemocratici.it
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Argomenti trattati nel post: stupro, violenza sessuale, femminicidio, violenza di genere, stupro di guerra, omicidi seriali di donne