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È già passato quasi un anno da quando, per la prima volta, ho parlato dello sterminio di donne a Ciudad Juàrez in Messico. Bambine, ragazze, donne con un'età compresa tra i 10 e i 25 anni vengono rapite, stuprate, torturate e barbaramente uccise in questa città al confine con gli Stati Uniti in cui dominano il narcotraffico e la corruzione.

Si tratta in genere di donne povere che lavorano per guadagnarsi da vivere e mantenere la propria famiglia, si tratta di bambine o ragazze che escono di casa per andare a scuola e non vi fanno più ritorno. Finiscono nelle mani di bestie che fanno di loro ciò che vogliono, le tengono prigioniere e, quando sono stanche, le uccidono. I loro corpi vengono abbandonati nel deserto, molti non vengono mai più trovati, tanti sono irriconoscibili. L'unica cosa certa è che la giustizia non esiste e i colpevoli non sono ancora stati trovati, tant'è che gli omicidi continuano ancora oggi: nel 2008 sono state uccise almeno 24 donne, tra cui la comandante del reparto di polizia "Delitti sessuali" (leggi la notizia QUI).

Esiste però un'organizzazione che si chiama Nuestras Hijas De Regreso A Casa (Le nostre figlie di ritorno a casa) fondata dai famigliari delle vittime che chiedono giustizia per le figlie, le mogli, le sorelle, le madri, che hanno perso per sempre. Molto spesso i membri dell'associazione vengono minacciati di morte. Cliccando QUI potete entrare nel sito dell'organizzazione (tradotto in diverse lingue, anche in italiano) e informarvi voi stessi sulla tragedia quotidiana che le donne vivono ormai da anni.

Chi volesse leggere l'intero reportage pubblicato su questo blog l'anno scorso clicchi QUI: ricordo che si tratta di quattro post molto crudi che possono urtare la sensibilità dei lettori. Ho trattato diversi casi di violenze sulle donne in diverse aree del mondo, ma posso garantire che la carneficina di Ciudad Juàrez è una tra le peggiori di cui io mi sia mai occupata.

L'anno scorso avevo riportato stralci di un libro (L'inferno di Ciudad Juàrez di Victor Ronquillo) in cui si raccontano storie di bambine, ragazze e donne uccise; ho anche riportato alcuni tremendi dati, diversi numeri, che, nella loro freddezza, rappresentano il martirio di migliaia di donne (si stima che i corpi ritrovati siano più di 200, ma le scomparse sono più di 400: ci sono fonti che riportano numeri differenti; la verità è che nessuno sa quante siano le donne uccise o scomparse) che, fino ad oggi, non hanno ottenuto giustizia.

Non voglio che queste donne restino numeri, dietro ad ogni numero c'è una vita spezzata, una violenza inaudita, una ferocia bestiale. Per questo motivo traggo dal sito dell'associazione l'elenco delle vittime di Ciudad Juàrez: nome e cognome delle donne i cui corpi martoriati sono stati ritrovati e degnamente sepolti. Di tutte le altre, ahimé, nulla si sa, nulla si dice.



TODAS SON NUESTRAS HIJAS - TODAS SON NUESTRAS MUERTAS

1993 - 2004



  1. Adriana Martínez Martínez
  2. Adriana Saucedo Juárez
  3. Adriana Torres Márquez
  4. Aída Carrillo
  5. Alejandra Viescas Castro
  6. Alicia Herrera
  7. Alma García
  8. Alma Mireya Chavira (o Chavarría) Fávila
  9. Alma P. o Leticia Palafox Z.
  10. Amalia Saucedo Díaz de León
  11. Amelia Lucio Borja
  12. Amparo Guzmán Caixba
  13. Ana Gil Bravo
  14. Ana Hipólito Campos
  15. Ana Ma. Gardea Villalobos
  16. Apolonia Fierro P.
  17. Araceli Gómez Martínez
  18. Araceli Lozano Bolaños
  19. Araceli R. Martínez Montañés
  20. Aracely Esmeralda Martínez
  21. Aracely Gallardo Rodríguez
  22. Aracely Manríquez Gómez
  23. Aracely Núñez Santos
  24. Argelia Irene Salazar Crispín
  25. Bárbara Araceli Martínez Ramos
  26. Bertha Luz Briones
  27. Blanca Estela Velázquez Valenzuela
  28. Blanca Yadira Nuñez
  29. Brenda Alfaro Luna
  30. Brenda Berenice Delgado Rodríguez
  31. Brenda Herrera
  32. Brenda Lizeth Nájera Flores (leggi post QUI)
  33. Brenda Patricia Méndez Vásquez
  34. Brisa Narváez Santos
  35. Carolina Carrera
  36. Cecilia Covarrubias Aguilar
  37. Cecilia Sáenz Parra
  38. Celia Guadalupe Gómez de la Cruz
  39. Cynthia Rocío Acosta Alvarado (leggi post QUI)
  40. Clara Hernández Martínez
  41. Clara Zapata Zepeda Álvarez
  42. Claudia Ivette González
  43. Claudia Ramos López
  44. Cristina Quezada Mauricio
  45. Cynthia Portillo de González
  46. Dalia Maribel Prieto
  47. Deisy Salcido Rueda
  48. Domitila Trujillo Posadas
  49. Donna Maurine Striplin Boggs
  50. Dora Alicia Martínez Mendoza
  51. Elba Reséndiz Rodríguez
  52. Elba Verónica Olivas
  53. Elena García Alvarado
  54. Elena Salcido Meraz
  55. Elsa Rivera Rodríguez
  56. Elizabeth Castro García
  57. Elizabeth Flores Sánchez
  58. Elizabeth Gómez
  59. Elizabeth Martínez Rodríguez
  60. Elizabeth Ramos
  61. Elizabeth Robles Gómez
  62. Elizabeth Soto Flores
  63. Elodia Payán Núñez
  64. Elsa América Arrequín Mendoza
  65. Elva Hernández Martínez
  66. Elvira Carrillo de la Fuente
  67. Emilia García Hernández
  68. Eréndira Buendía Muñoz
  69. Eréndira Ivonne Ponce Hernández
  70. Erica García Moreno
  71. Erika Ivonne Ruiz Zavala
  72. Erika Pérez
  73. Esmeralda Juárez Alarcón
  74. Esmeralda Leyva Rodríguez (leggi post QUI)
  75. Esmeralda Urías Sáenz
  76. Estefanía Corral González
  77. Eugenia Martínez Poo
  78. Fabiola Zamudio
  79. Fátima Vanessa Flores Díaz
  80. Flor Idalia Márquez
  81. Francisca Epigmenia Hernández
  82. Francisca Lucero Gallardo
  83. Francisca Sánchez Gutiérrez
  84. Gabriela “La China” (2004)
  85. Gabriela Bueno Hernández
  86. Gabriela Domínguez Aguilar
  87. Gabriela Edith Márquez Calvillo
  88. Gladys Janeth Fierro Vargas (leggi post QUI)
  89. Gladys Lizeth Ramos Esc
  90. Gloria Betances Rodríguez
  91. Gloria Elena Escobedo Piña
  92. Gloria Escalante Rodríguez
  93. Gloria Olivas Morales
  94. Gloria Rivas Martínez
  95. Graciela García Primero
  96. Guadalupe Ivonne Estrada Salas
  97. Guadalupe Luna de la Rosa
  98. Guadalupe Verónica Castro Pando
  99. Guillermina Hernández Chávez
  100. Hester Van Nierop
  101. Hilda Fierro Olivas
  102. Hilda Rodríguez Núñez
  103. Ignacia Morales Soto
  104. Inés Silvia Merchant
  105. Irene Castillo
  106. Irma Angélica Rosales Lozano
  107. Irma Arellano Castillo
  108. Irma Márquez
  109. Irma Rebeca Fuentes
  110. Irma Valdez Sánchez
  111. Jacqueline Cristina Sánchez Hernández
  112. Jessica Lizalde León
  113. Jessica Martínez Morales
  114. Juana González Piñón
  115. Juana Iñiguez Mares
  116. Juana Sandoval Reyna
  117. Julia Luna Vera
  118. Julieta Enríquez González
  119. Karina Ávila Ochoa
  120. Karina Daniela Gutiérrez
  121. Karina Candelaria Ramos González
  122. Karina Soto Cruz
  123. Laura Alondra Márquez
  124. Laura Ana Inere
  125. Laura Berenice Ramos Monárrez
  126. Laura Georgina Vargas
  127. Laura Lourdes Cordero García
  128. Leticia Armendáriz Chavira
  129. Leticia Caldera Arvídez
  130. Leticia de la Cruz Bañuelos
  131. Leticia García Rosales
  132. Leticia Quintero Moreno
  133. Leticia Reyes Benítez
  134. Leticia Vargas Flores
  135. Lilia Alejandra García Andrade
  136. Lilia Juliana Reyes Espinoza
  137. Liliana Frayre Bustillos
  138. Liliana Hodging de Santiago
  139. Linda Ramos Sandoval
  140. Lorenza Isela González Alamillo
  141. Lourdes Gutiérrez Rosales
  142. Lourdes Ivette Lucero Campos
  143. Lucila Silva Dávalos
  144. Luz Adriana Martínez Reyes
  145. Luz Ivonne De la O García
  146. Manuela Hermosillo Quintero
  147. Marcela Hernández Macías  Marcela Macías Hernández
  148. Marcela Santos Garza
  149. Marcela Viviana Rayas Arellanes
  150. Margarita Briseño Rendón
  151. María Agustina Hernández
  152. María Ascensión Aparicio Salazar
  153. María Cristina Quezada Amador
  154. María de Jesús Fong Valenzuela
  155. María de Jesús González
  156. María de la Luz Murgado G.
  157. María de los Ángeles Acosta Ramírez
  158. María de los Ángeles  Alvarado Soto
  159. María del Refugio Núñez L.
  160. María del Rosario Cordero Esquivel (leggi post QUI)
  161. María E. Luna Alfaro
  162. María Elba Chávez
  163. María Elena Chávez Caldera
  164. María Elena Saucedo Meraz
  165. María Estela Martínez
  166. María Estela Martínez Valdez
  167. María Eugenia Mendoza Arias (leggi post QUI)
  168. María Inés Ozuna Aguirre
  169. María Irma Blancarte Lugo
  170. María Irma Plancarte
  171. María Isabel Chávez G.
  172. María Isabel Haro Prado
  173. María Isabel Martínez González
  174. María Isabel Nava Vázquez
  175. María Isela Núñez Herrera
  176. María López Torres
  177. María Luisa Luna Vera
  178. María Luisa y sus tres niños
  179. María Maura Carmona Zamora
  180. María Rocío Cordero Esquivel
  181. María Rosa León Ramos
  182. María Rosario Ríos y esposo
  183. María Sagrario González Flores
  184. María Santos Ramírez Vega
  185. María Santos Rangel Flores
  186. María Saturnina de León
  187. María Teresa Rentería Salazar
  188. María Victoria Arellano Z.
  189. Maribel Palomino Arvizo
  190. Maritza Toribio Flores
  191. Martha Alicia Esquivel
  192. Martha Arguijo Castañeda
  193. Martha Cecilia Navarrete Reyes
  194. Martha Claudia Pizarro Velásquez
  195. Martha Esmeralda Veloz Valdez
  196. Martha Francisca Hernández
  197. Martha Gutiérrez García
  198. Martha Yolanda Gutiérrez García
  199. Mayra Gema Alamillo González
  200. Mayra Juliana Reyes Solís 
  201. Merced Ramírez Morales 
  202. Mireya Hernández Méndez
  203. Miriam García Solorio
  204. Miriam Adriana Vázquez
  205. Miriam Aguilar Rodríguez
  206. Miriam Arlem Vázquez Mendoza
  207. Miriam de los Ángeles Deras
  208. Nancy Guillermina Quintero G. Nelly América Gómez H.
  209. Nora Elizabeth Flores Flores
  210. Norma Julissa Ramos Muñoz
  211. Norma Leticia Luna Holguín
  212. Norma Leticia Quintero M.
  213. Norma Mayela Palacios López
  214. Olga Alicia Carrillo Pérez
  215. Olga González López
  216. Otilia Santos Trujillo
  217. Paloma Angélica Escobar Ledezma
  218. Paloma Rodríguez Ruges
  219. Patricia Alba Ríos
  220. Patricia Cortés Campos
  221. Patricia Monroy Torres
  222. Paula Zepeda Soto
  223. Paulina León
  224. Perla Chávez Rodríguez
  225. Perla del Castillo
  226. Perla Parker Hopking
  227. Perla Patricia Sáenz Díaz
  228. Petra de la Rosa Masa
  229. Raquel Lechuga Macías
  230. Rebeca Contreras (2004)
  231. Reina Sarriá o Sarahí Lara Lucero
  232. Roberta Georgina Coronel Molina (2003)
  233. Rocío Agüero Miranda
  234. Rocío Barraza Gallegos
  235. Rocío Miranda Agüero
  236. Rocío Rincón
  237. Rosa Isela Carmona
  238. Rosa Isela de la Cruz Madrigal
  239. Rosa Isela Tena Quintanilla
  240. Rosa Ivonne Páez Márquez
  241. Rosa Margarita Arellanes García
  242. Rosa María Hernández
  243. Rosa María Lerma Hernández
  244. Rosa María Rivera
  245. Rosa Virginia Hernández Cano
  246. Rosalba López Espinoza
  247. Rosario Aguayo M.
  248. Rosario Fátima Martínez Ángel
  249. Rosario Rocío García Leal
  250. Sandra Corina Gutiérrez Estrada
  251. Sandra Henry Monreal
  252. Sandra Juárez V.
  253. Sandra Maribel Frías García
  254. Silvia Elena Rivera Morales
  255. Silvia Gabriela Laguna o Luna Cruz
  256. Silvia Guadalupe Díaz
  257. Silvia Marchant
  258. Silvia Ocón López
  259. Silvia Rivera Salas
  260. Sofía González Vivar
  261. Soledad Beltrán
  262. Soledad Sáenz Acosta
  263. Sonia Ivette Ramírez
  264. Sonia Yareli Torres Torres
  265. Susana Enríquez Enríquez
  266. Susana Flores Flores (leggi post QUI)
  267. Teodora de la Rosa Martínez
  268. Teresa de Jesús González Mendoza
  269. Teresa Mélida Herrera Rey
  270. Teresita López
  271. Tomasa Salas Calderón
  272. Vanessa Horcasitas
  273. Verónica Beltrán Manjarrez Máynez
  274. Verónica Guadalupe Castro Pando
  275. Verónica Huitrón Quezada
  276. Verónica Martínez Hernández
  277. Verónica Santillanes Madera
  278. Victoria E. Parker Hopking
  279. Violeta Mabel  Alvídrez Barrios
  280. Virginia Rodríguez Beltrán
  281. Viridiana Torres Moreno
  282. Yésica Martínez Morales (leggi post QUI)
  283. Yolanda Álvarez Esquihua
  284. Yolanda Tapia Vega
  285. Zenaida Bermúdez Campa
  286. Zulema Olivia Alvarado Torres


L'elenco si ferma al 2004, ma altri nomi possono essere aggiunti a questa terribile lista di morte.

Gloria Rivas Martinez

Juana Sandoval Reyna e Esmeralda Juarez Alarcon

(partendo dall'alto a sinistra) Claudia Gonzalez, Guadalupe Luna, Mayra Reyes Solis e Laura Ramos Monnarez

Queste giovani donne, e molte altre, hanno patito le pene dell'inferno prima di essere trucidate.

Amnesty International ha redatto un appello che è possibile firmare QUI e sul sito di Nuestras Hijas potrete informarvi su tutti i modi per attivarsi e non restare indifferenti. Ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa, basta volerlo.

Grazie dell'attenzione a tutti.

Fonti:

Lista delle vittime da Nuestras Hijas de Regreso a Casa

Foto da TruTv

Messo in luce da wonderely alle 13:05 di mercoledì, 07 gennaio 2009


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Argomenti trattati nel post: appelli, tortura, libertĂ , indifferenza, denuncia, stupro, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , aggressione, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, sequestro di persona, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juĂ rez, iniziative femministe

Siamo giunti alla fine di questo “inventario della morte”, come è stato definito il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte (cliccando QUI potete leggere la seconda parte e QUI la terza). In questo post finale è giusto sottolineare la lotta delle donne a Ciudad Juàrez, che sono stanche dei continui omicidi e vogliono giustizia: i famigliari delle vittime si sentono presi in giro dalle autorità, che, invece di cercare e punire gli assassini, li coprono. Per questo l’8 marzo 1999 è stata organizzata una manifestazione nella città, per dire basta alle atrocità contro le donne.

Ni una màs (nessuna più):

L’8 marzo 1999 le donne hanno occupato le strade di Ciudad Juàrez. Una grande folla ha dato vita a un’importante marcia cui hanno partecipato madri e orfani delle vittime, convocata dalle varie organizzazioni non governative che nel corso degli anni hanno levato la voce contro l’impunità, che s’impegnano a tenere aggiornato il doloroso elenco dei crimini e hanno intrapreso varie iniziative per favorire la prevenzione e la coesione del fronte eterogeneo dei parenti delle donne uccise.
“Oggi è toccato a delle sconosciute, domani potrebbe capitare a una donna della tua famiglia”, “La vita comincia là dove tutti e tutte siamo uguali”…dicevano alcuni cartelli, sui quali comparivano anche le foto delle figlie scomparse o assassinate.
Esteban, un bambino di appena quattro anni, inalberava un cartello con una domanda dipinta in grande lettere rosse: “Dov’è la mia mamma?”
Guillermina Gonzàlez, una ragazza snella di carnagione scura, come molte delle vittime, ha chiuso la manifestazione dell’8 marzo a Ciudad Juàrez ricordando la sorella Sagrario, il cui cadavere è stato ritrovato il 30 aprile 1998. Alle sue spalle, il padre e la sorella non riuscivano a trattenere le lacrime, le stesse lacrime di Irma Gonzàlez e delle altre madri che hanno perso le figlie.
“Le donne non meritano una morte del genere”, ha detto Guillermina Gonzàlez con la voce spezzata dai singhiozzi. “Nessuno ha il diritto di strapparci la vita. Chiedo a tutti gli abitanti di Ciudad Juàrez di unirsi perché queste cose non succedano mai più.”
L’ira e il dolore hanno fatto tremare la Plaza de Armas. La folla scandiva lo slogan: “Ni una màs, ni una màs, ni una màs…”

 

Questi tipi spaventerebbero anche Dio:

Altre vittime, ancora. Il prezzo dell’impunità. I casi di donne scomparse si moltiplicano, vengono alla luce altri cadaveri. Sembra evidente che non possono essere tutti opera dello stesso assassino, come sembra evidente che a Ciudad Juàrez potrebbero aver agito perlomeno quattro diversi omicidi che seguivano schemi di comportamento diversi. Uno di loro sceglie ragazze more, con i capelli lunghi, cui amputa il seno destro e strappa il capezzolo sinistro a morsi. E poi le strangola. Un altro è l’assassino di ragazzine adolescenti i cui cadaveri vengono scoperti pochi giorni dopo il sequestro. Un altro è l’uomo che, per quanto se ne sa, nel giro di pochi mesi ha strangolato due donne con tatuaggi e capsule d’argento sui denti, prostitute con cui si era appartato per bere. Un altro avrebbe strangolato le donne ritrovate nude sotto i letti delle camere di qualche motel.
(…) “Il Male”: si confonde con la corruzione, l’inettitudine, le indagini impestate di inesattezze, omissioni, irregolarità. Assassini che sembrano gli assassini, prove che sembrano prove, latitanza delle autorità politiche, una giustizia inesistente, che aspetta acquattata il prossimo assassinio per deliziarsi nella sua crudeltà, nell’orrore delle vittime di Juàrez. Nessuno sa quante siano. È un incubo da cui non potranno mai più risvegliarsi.

 

Per finire:

DAL 1993 AD OGGI A CIUDAD JUAREZ, PIÙ DI 400 DONNE SONO STATE STUPRATE, TORTURATE E BARBARAMENTE UCCISE, ALTRE 500 SONO SCOMPARSE. QUESTI SONO I DATI UFFICIALI: CIÒ SIGNIFICA CHE LA REALTÀ È BEN PIÙ MACABRA. LE VITTIME HANNO PER LA MAGGIOR PARTE UN'ETÀ COMPRESA TRA GLI 11 E I 25 ANNI: BAMBINE, RAGAZZE, STUDENTESSE, LAVORATRICI, MADRI...DI LORO RESTA SOLO IL RICORDO.
NON RESTIAMO INDIFFERENTI!



Questo è davvero il finale (almeno sul mio blog) delle macabre vicende di Ciudad Juàrez, ma tutto questo continua in Messico: donne giovani, anche bambine, subiscono torture e stupri, prima di essere barbaramente uccise. La loro vita viene stroncata, tutti i loro sogni e le loro aspettative: essere donne e vivere a Juàrez è una condanna a morte. Ci tenevo molto a pubblicare questi post, ci tengo perché so che purtroppo di questi omicidi poco si parla e poco si conosce: spero che dalla crudezza dei testi che ho proposto sia nata la consapevolezza delle ingiustizie che queste donne sono state costrette a subire.

Ringrazio chi mi ha seguita fino a quest’ultimo post, ringrazio chi nonostante gli orrori è riuscito a leggere tutto, anche se è crudo, anche se fa male: queste donne l’hanno subito sulla propria pelle. Consiglio a tutti la lettura del libro: al suo interno ci sono molte altre storie tragiche, che io non ho pubblicato, le interviste ai parenti delle vittime e dei principali sospettati, che negano il loro coinvolgimento, sostenendo che il governo protegga i veri colpevoli. Uno di loro pronuncia queste parole: “Nessuno dice la verità, perché la verità è brutta…” La verità, quale sarà? L’unica cosa vera e certa è la morte ingiusta e abominevole di centinaia di donne, che ancora oggi chiedono giustizia per le loro giovani vite spezzate.

Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.

Grazie di cuore a tutti.

Messo in luce da wonderely alle 10:44 di giovedì, 14 febbraio 2008


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Argomenti trattati nel post: libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juĂ rez

Siamo giunti al terzo post su Ciudad Juàrez; in questa parte ho deciso di pubblicare il racconto dello stupro-omicidio di una donna da parte di uno degli uomini arrestati: la mia fonte è sempre il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte. Mi scuso in precedenza, perché questo passo è molto crudo, così come gli altri, ma penso che nelle donne in particolare solleverà grande disgusto. Mentre lo leggevo mi si è chiuso lo stomaco, lo giuro, però pubblicare è importante, il silenzio non dà giustizia alle vittime. Nel testo leggerete dei nomi particolari: sono i soprannomi degli uomini coinvolti. Grazie a chi ha deciso di seguirmi ancora e ha il coraggio di leggere anche questo post (cliccando QUI potrete leggere la seconda parte). Anche in questo caso il testo sarà privo di colore.

L'orrore continua:

La stampa ha avuto accesso a un frammento della dichiarazione resa davanti al pubblico ministero da José Gaspar Cevallos Chàvez, il Gaspy, conducente di autobus sulla statale 7, chiamata “Il Mirador” (la Panoramica) di Ciudad Juàrez.
«Doveva essere all’inizio di ottobre dell’anno scorso, non mi ricordo di preciso il giorno, sarà stato mezzogiorno, o l’una, sono venuti a casa mia degli autisti, colleghi di lavoro, che conosco, come il Tolteca, il Kiani e il Samber. Sono arrivati con una Nova vecchio modello, sarà stata del ’69, a due portiere. Mi ricordo che non aveva i vetri scuri e che la carrozzeria era scrostata, un po’ arrugginita. Mi hanno invitato a salire sull’auto per farci un giretto e spassarcela un po’; sono salito e siamo andati a fare un giro in avenida Los Aztecas e di lì a casa del Tolteca. Non so l’indirizzo, ma è un edificio di mattoni dove ci siamo scolati delle birre e abbiamo sniffato della coca.
Siamo rimasti a casa del Tolteca fin verso le due e mezza del pomeriggio, poi siamo andati sull’avenida Los Aztecas finché siamo arrivati a un negozio di alimentari dove abbiamo comprato altre birre. Siamo andati in giro per Juàrez facendo baldoria tutta la notte. Quando era già spuntato il sole verso le sei di mattina, ci siamo diretti sulla Ponciano Arriaga y Aztecas, lì il Tolteca si è fermato e senza spegnere il motore ha parcheggiato l’auto. Ha detto di aver visto una donna che gli piaceva, e voleva scendere per farsela.
Mentre eravamo a quell’incrocio, ho visto la donna ferma in piedi, me la ricordo alta, con i capelli lunghi fin sulle spalle, un fisico sottile, poteva avere dai ventuno ai venitré anni, indossava una camicetta nera e aveva i seni un po’ grossi; siccome a me non piaceva, non le ho fatto molto caso.
…Quando il Tolteca è sceso dall’auto, il Samber è passato alla guida e poi il Tolteca si è messo a parlare con la ragazza. Le ha chiesto se voleva fare un raid. Lei gli ha detto di no, di andarsene, e gli ha urlato: vattene via, porco. A quel punto il Tolteca ha afferrato la ragazza, l’ha costretta a salire sull’auto e l’ha ficcata sul sedile dietro, il Samber è rimasto alla guida e il Tolteca è salito di fianco a lui. Io e il Kiani eravamo sul sedile dietro.
Il Tolteca ha detto al Samber di prendere per la discarica, verso le montagne. Una volta arrivati lì, ci ha detto: “Toglietevi dai coglioni, il primo sono io”, così siamo scesi tutti. Il Tolteca ha cominciato a palpare la ragazza, e quando ha visto che non ci stava ha cominciato a darle dei cazzotti in faccia e a dirle: stai buonina, stronza, sta ferma. Poi ha cominciato a spogliarla, tutto questo succedeva dentro l’auto. A un certo punto il Tolteca ha cominciato a baciarla dappertutto, si è sbottonato i pantaloni e se li è abbassati insieme alle mutande per violentarla. La ragazza gridava: “Aiuto, lasciatemi stare”.
Quando ha finito, il Tolteca ha urlato: “Sotto a chi tocca, stronzi”. Allora il Samber si è gettato sulla ragazza, anche lui si è tolto i pantaloni, le mutande, e l’ha violentata. Il Samber è molto pesante, e così la ragazza non riusciva più a muoversi e ha smesso di gridare. Muoveva appena la testa e le uscivano le lacrime.
Una volta finito di violentarla, il Samber ha urlato: “Sotto a chi tocca”, e così si è fatto avanti il Kiani, anche lui si è abbassato i pantaloni e le mutande per violentarla e quando ha finito mi ha gridato: “Adesso manchi solo tu”.
Quando le sono andato vicino era quasi svenuta per le botte del Tolteca e si muoveva appena. Mi sono abbassato i calzoni e le mutande e l’ho violentata, ma quando ho finito il Tolteca si è messo a strattonarla per farla scendere dall’auto. Le urlava: “Vieni giù, stronza” e ha cominciato a darle altri cazzotti in faccia. Siccome era svenuta, l’ha gettata per terra, a cinque metri dall’auto.
Dopo che il Tolteca l’ha tirata giù, io e il Kiani siamo saliti sull’auto, sul sedile posteriore, mentre il Samber metteva in moto. Mi sono girato e ho visto che il Tolteca colpiva la ragazza sulla faccia con una grossa pietra, e perdeva sangue. Siccome era rimasta a faccia in giù ed era nuda, dopo che l’ha colpita con la pietra, il Tolteca ha preso un tubo, glielo ha infilato nell’ano e l’ha lasciato lì.
Io allora mi sono disteso sul sedile, e dato che mi ero portato un berretto nero, me lo sono sistemato per addormentarmi, perché mi aveva preso un po’ di sonnolenza, ma in quel momento ho visto che dalla discarica più in alto arrivava una Montecarlo o una Oldsmobile, non ricordo di che colore perché mi ero fatto molta droga. Il Samber ha accelerato, ha fatto una curva a U ed è partito a tutto gas per lasciare quel posto.
In quel lavoretto, a gettarsi sulla ragazza è stato il Tolteca, vale a dire Jesus Manuel Guardado, perché noi lo abbiamo soltanto accompagnato e abbiamo violentato la tipa, ma non c’entriamo niente con la sua morte. Non l’avevo mai vista prima in vita mia.»
Il cadavere di Marìa Eugenia Mendoza Arias è stato ritrovato il 4 ottobre 1998 nell’ex discarica municipale.

Chiunque tu sia che sei arrivato fino in fondo a leggere questo orrore, ti ringrazio: non ci sono parole per commentare un fatto simile. Sembra che la donna morta sia solo un oggetto, come se la sua vita non avesse alcun valore: credo che questo post mostri chiaramente la differenza tra esseri umani e mostri. Nel prossimo post, quello conclusivo del 14 Febbraio, si parlerà della manifestazione a Ciudad Juàrez contro questi stupri-omicidi efferati, anche se, nonostante gli sforzi di molti, continuano ancora.

Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598
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Messo in luce da wonderely alle 11:17 di giovedì, 07 febbraio 2008


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Argomenti trattati nel post: libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juĂ rez

In questo secondo post dedicato alle vittime di Ciudad Juàrez, voglio dare importanza allo stupro-omicidio di bambine e adolescenti: anche in questo caso chiedo scusa a chiunque possa sentirsi scosso nel leggere. Gli estratti provengono dal libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte. Anche questa volta, per la drammaticità dello scritto, mi riserbo dall’usare colori nel testo. Di nuovo buona lettura.
La stessa sorte spetta alle bambine…

Altri crimini: l’elenco interminabile di 321 omicidi, fino alla fine del 2003, e per ciascuno le sofferenze della vittima, la sua vita spezzata. Questo assassino preferisce le minorenni. Le sequestra, le tiene prigioniere e poi le sacrifica. I cadaveri vengono ritrovati in luoghi desertici. Queste cinque ragazzine sono state sequestrate, stuprate e poi strangolate: qualcuno ha approfittato di una specie di fossa in uno spiazzo remoto per gettarvi un cadavere che in seguito sarebbe stato identificato come quello di Esmeralda Leyva Rodriguez. Aveva undici anni ed è stata picchiata e stuprata, con conseguente emorragia vaginale e anale. In entrambi gli orifizi è stata riscontrata la presenza di un liquido vischioso e bianchiccio.
Esmeralda è uscita di casa ma non è mai arrivata a scuola: l’hanno trovata sui terreni della Scuola di agricoltura, vicino al bulevar Teòfilo Borunda. Aveva undici anni, occhi castani, naso corto e largo, la bocca grande con labbra sottili. Una corporatura normale. Presentava ematomi ed escoriazioni su tutto il corpo: la ragazzina era stata legata. Il cadavere era seminudo.
Il corpo di Marìa del Rocìo Cordero Esquivel è stato gettato dentro una tubatura per lo scolo delle acque. Era riverso a faccia in giù, con le braccia piegate. Le era uscito sangue dal naso, le labbra erano tumefatte e presentava escoriazioni ed ematomi. Rocìo aveva undici anni; l’hanno violentata e strangolata. Era mora, di corporatura normale e indossava una maglietta e un paio di pantaloni che le sono stati strappati insieme agli indumenti intimi.
Era uscita di casa mercoledì 9 marzo, di mattina. Viveva nella colonia México 68. La scuola non era distante e, come altre bambine, tutti i giorni ci andava e tornava da sola. Come le altre ragazzine, Laura Arriaga e Grisel Madrigal, o come Esmeralda Leyva, sequestrata e strangolata quattro mesi prima, anche Rocìo frequentava la stessa scuola elementare.
Quella mattina Laura e Grisel hanno visto la loro amica Rocìo parlare con un uomo: era moro, con i capelli ricci e i baffi. Vestiva di nero. La ragazzina non è entrata a scuola e qualche giorno dopo è stato ritrovato il suo cadavere.
Rocìo viveva con Guillermina Esquivel, che ricorda così la nipote: “Era piuttosto paurosa. Non la lasciavamo uscire. Conoscevamo poca gente. Faceva il tragitto da scuola a casa, tutto lì. La bambina non aveva tante amiche, giocava appena fuori di casa con le vicine della sua età.”
Gladys Janet Fierro Vargas frequentava il secondo anno delle medie. L’ultima volta che è stata vista viva, il 6 maggio 1994, si trovava vicino al monumento a Benito Juàrez, nelle calles di Constituciòn e Vincente Guerrero.
Due giorni dopo il corpo della ragazzina veniva ritrovato in un crepaccio nelle vicinanze della strada che collega Ciudad Juàrez a Porvenir Canon. Capelli neri, fronte regolare, naso e bocca piccoli, labbra sottili. La camicetta sollevata, il piccolo reggiseno che lasciava scoperti i seni appena sbocciati. La ragazzina era stata picchiata, aveva ematomi su tutto il corpo, oltre a escoriazioni sul collo, effetto dello strangolamento che ha provocato la morte.
I genitori di Cynthia Rocìo Acosta hanno identificato un cadavere ritrovato vicino alla discarica municipale: apparteneva alla figlia, di cui avevano denunciato la scomparsa l’8 febbraio 1997. La bambina, di dieci anni, era uscita di casa nella colonia Rubén Garcìa alle due del pomeriggio. Passava parecchio tempo in casa dell’amica Erika, giocando con il suo neonato. Anche quel pomeriggio era stata lì, come sempre aveva giocato per un po’ con il bambino e poi se n’era andata.
Tre settimane dopo, l’11 marzo 1997, il bracciante di una fattoria nelle vicinanze ha scoperto il cadavere, semisepolto a circa 300 metri a nord della strada che conduce alla discarica municipale, all’altezza del 25° chilometro della strada fra Ciudad Juàrez e Casas Grandes.
Secondo i risultati dell’autopsia, Cynthia Rocìo è morta tredici giorni prima che venisse ritrovato il suo cadavere, dopo essere rimasta diversi giorni in balìa dei suoi assassini. Presentava contusioni craniche, ematomi sulla mano, sulla coscia e sul gluteo destro. È probabile che la bambina sia stata strangolata.
Yésica Martìnez, di tredici anni, è stata rapita il pomeriggio del 23 dicembre 1997, e il suo corpo è stato scoperto il 2 gennaio 1998 in un terreno nelle vicinanze dell’autostrada Panamericana. In base allo stato in cui si trovava il cadavere, è stato possibile stabilire che era rimasta circa otto giorni in balìa del suo assassino.
Probabilmente il suo corpo è stato trascinato fino al letto del torrente in secca dove poi è stato trovato. L’autopsia ha rivelato che la ragazzina aveva subito violenza carnale: presentava lacerazioni vaginali e anali. La causa della morte: asfissia per strangolamento.
…e alle adolescenti:

Ci sono molte altre storie. Storie di donne accoltellate, picchiate senza pietà. Brenda Lizeth Nàjera e Susana Flores, due adolescenti di quindici e tredici anni, sono state uccise da un uomo identificato come Edgar Omar Sànchez.(…) Edgar potrebbe avere tra i diciotto e i ventidue anni, è di corporatura snella, alto 1 metro e 78, con la pelle chiara, gli occhi castani scuri, e come segno particolare l’acne sul viso. Non si sa bene chi sia e da dove venga, non si sa nemmeno se Edgar Omar Sànchez sia il suo vero nome. Secondo alcuni fonti giornalistiche, sarebbe originario di Parral, dove gli viene attribuito l’omicidio di una donna in strane circostanze, durante l’incendio della casa di lei, provocato da un ragazzo con l’acne che si diceva fosse il suo amante.
Delle sofferenze inflitte a Brenda Lizeth restano crudeli prove: le ferite da lei riportate. Brenda ha sofferto lacerazioni – inferte per torturarla e provocate da un oggetto appuntito e tagliente – sul collo, sulla schiena e la mano sinistra. Le terribili esperienze vissute durante la prigionia devono aver talmente terrorizzato la ragazza, secondo il rapporto del medico legale, da causarle quattro infarti prima che sopravvenisse la morte, provocata da un proiettile d’arma da fuoco che ha lasciato due fori: uno sull’osso parietale sinistro e l’altro dietro l’orecchio destro. Le hanno sparato a bruciapelo.
Il corpo di Susana non presentava tracce visibili di torture. Anche lei è stata giustiziata con due pallottole in testa, una conficcata nell’osso parietale sinistro e l’altra nel temporale destro. Le adolescenti erano rimaste in balìa del loro assassino almeno quindici giorni: dal 26 novembre 1996, data della loro scomparsa, fino al momento in cui sono state uccise, probabilmente due giorni prima del ritrovamento fortuito dei loro cadaveri in casa di Edgar Omar Sànchez.
A giudicare dalle dozzine di libri che teneva in casa, Edgar coltivava due passioni: le arti marziali e l’occultismo. I suoi libri erano di quelli che – a prezzi stracciati – svelano tutti i segreti del karatè e impartiscono lezioni di magia nera. A Edgar Omar Sànchez, inoltre, piaceva dipingere; secondo la polizia, in casa sua è stato trovato un quaderno sul quale il ragazzo aveva disegnato “diversi demoni”.
Del presunto omicida non si sa altro, e nessuno lo ha mai più visto a Juàrez.

Termina qui questo secondo post sulle vicende orrende di Ciudad Juàrez: come potete capire, nemmeno le bambine sfuggono a questi animali. Non ci sono parole per commentare simili oscenità; ringrazio chi è riuscito a leggere tutto fino in fondo: so che è dura, ma è la cruda verità. Il prossimo post (del 7 Febbraio) purtroppo sarà nauseante: pubblicherò le dichiarazioni di un uomo che ammette di aver violentato una donna insieme ad altri tre uomini e ne descrive la morte. Sono dettagli indecenti, io stessa ho avuto una sensazione di vomito, ma sono convinta che facciano capire molto bene cosa stanno patendo le donne in quella città: le loro uniche colpe sono di essere nate donne e vivere a Juàrez, se di colpe si può parlare.

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Messo in luce da wonderely alle 10:29 di giovedì, 31 gennaio 2008


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Argomenti trattati nel post: libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juĂ rez

Questo post e i successivi saranno interamente dedicati all’esempio più lampante di violenza sulle donne: gli omicidi di donne a Ciudad Juàrez in Messico. Dopo il film Bordertown (anno 2006) e dopo la lettura del libro L’Inferno di Ciudad Juàrez del giornalista Victor Ronquillo, posso finalmente rendere partecipi anche voi di questi efferati delitti, di cui nel nostro Paese pochissime persone sono a conoscenza. Ho letto molti libri che trattano il tema della violenza sulle donne: tutti quanti lasciano un peso sul cuore, ma questo è riuscito a superarli. Gli estratti che pubblicherò qui sono estremamente crudi e violenti; chiedo scusa a chiunque possa sentirsi scosso nel leggerli, ma è inevitabile doverli pubblicare: rappresentano la realtà dei fatti (anche se è più simile a un film dell’orrore) che come tale deve essere affrontata e combattuta. Tutto quello che leggerete da adesso in poi sono estratti del libro, di cui trovate la bibliografia in fondo; non oso commentare nulla perché sono crudeltà che si commentano da sole. Data la drammaticità estrema dello scritto, ho preferito evitare l’utilizzo di colori. Grazie dell’attenzione e buona lettura.
Nessuno sa con precisione quante donne siano state uccise a Ciudad Juàrez dalla primavera del 1993 a oggi. Le donne uccise a Juàrez sono state aggredite, violentate, oltraggiate. A volte l’evidente inefficienza nella conduzione delle indagini, a volte il probabile insabbiamento e ricorrenti episodi di corruzione sollevano molti dubbi circa il modo in cui sono stati risolti alcuni casi di omicidio. Le vittime, perlopiù di modestissime condizioni economiche, in maggioranza giovani, rappresentano la triste allegoria di una società contrassegnata dalla violenza e da una mentalità sessista. Fin dalla comparsa della prima vittima, non solo sono risultati evidenti i limiti di quanti hanno indagato sui crimini, ma anche la negligenza e il disprezzo per le vittime. In parecchi casi è lecito sospettare che sia stato insabbiato tutto. I funzionari, procuratori, viceprocuratori e persino i pubblici ministeri speciali nominati per risolvere il caso, si sono prodigati fin dall’inizio per negarne le dimensioni. I famigliari delle vittime ricordano che veniva loro raccomandato di tornare a casa e di aspettare: la ragazza sarebbe ricomparsa qualche mese dopo con il fidanzato e un figlio, perciò non avevano motivo di preoccuparsi. Vi sono stati anche tentativi di screditare le vittime, accusate di condurre una doppia vita e di aver provocato esse stesse la loro fine.
Ricerca e ritrovamento di resti:

La maglietta era rosa, un rosa slavato, e spuntava dal terriccio che la copriva quasi interamente. L’indumento era la traccia di un delitto. Infatti, a una ventina di metri di distanza dal punto del ritrovamento sono comparsi i resti di una colonna vertebrale, un rosario di ossa disarticolate. Il cranio affiorava dal terreno, dietro alcuni alberi di huisache. Una dose ulteriore di orrore: il dettaglio di un dente di platino con incisa una lettera R.
L’inventario della tragedia è proseguito con il ritrovamento di una scarpetta da tennis nera con dentro i resti delle ossa di un piede. A venticinque metri di distanza sono venuti alla luce il bacino e le ossa degli arti inferiori, infilati nelle mutandine celesti e in un paio di jeans. Erano animali rapaci quelli che hanno spogliato quel cadavere dell’ultima dignità di riposare integro.
Nelle vicinanze, di fianco a un crepaccio che sembrava smarrirsi in mezzo al deserto di Lomas de Poelo, sono state scoperte altre ossa e un reggiseno bianco in un sacchetto di plastica. C’era anche un altro cranio, e in un raggio di meno cinquanta metri sono affiorati i resti di una mandibola, un certo numero di vertebre, il coccige e il bacino di un secondo cadavere. Non lontano c’erano un paio di stivali da lavoro femminili numero 37 e un grembiule blu con il logo della ditta, Pedsa, stampato in lettere gialle.

Come muore una donna a Ciudad Juàrez:

La famiglia va a fare compere su una vecchia jeep. Di fianco alla strada sterrata, vicino alla vecchia discarica municipale, c’è un corpo disteso per terra: è il cadavere di una donna. Età approssimativa trentadue anni, di corporatura normale, con i capelli e le unghie delle mani e dei piedi di un rosso vivo. Gli assassini si erano prodigati nell’infliggere dolore alla loro vittima per sottometterla: la sofferenza, le urla disperate, l’inutile tentativo di difesa. Un gusto contorto e perverso.
Enrique Silva, medico legale attivo presso la Procura di giustizia dello Stato di Chihuahua, ha informato la stampa circa le cause della morte di questa donna, che non è ancora stata identificata.
“Ha subito un forte trauma cranio-encefalico. Oltre al passaggio di pneumatici sul corpo, si è potuto accertare che presentava lacerazioni tipiche provocate da stupro vaginale e anale. Sembra, inoltre, che la donna sia stata picchiata con un pezzo di tubo ritrovato sul posto. È stato possibile accertare anche la frattura dell’osso ioide, ma si ignora ancora se la donna sia stata strangolata, dal momento che il suo volto è sfigurato a causa delle molteplici fratture.” (…) “L’hanno stuprata per via vaginale utilizzando un tubo di plastica”, ha precisato il medico legale. “Poi le hanno maciullato il volto e la testa con una pesante pietra e per finire sono passati sul cadavere con i pneumatici di un veicolo.”
La donna aveva tentato di difendersi: sotto le unghie aveva brandelli di pelle, e sulle braccia e le mani tracce di un’inutile lotta.
(…)”La meccanica degli omicidi negli anni 1995-1996”, dice l’odontologa legale “faceva registrare un’elevata percentuale di decessi per strangolamento. In seguito, nel 1997, è cresciuta l’utilizzazione di armi bianche. Attualmente c’è un panorama variegato per quanto riguarda le cause di morte quando le vittime sono donne. Si va dallo strangolamento al pestaggio, vale a dire al decesso in seguito a un severo trauma cranio-facciale, come è successo in uno dei casi più recenti. Si tratta di una vittima di trentadue anni circa, morta per trauma cranico: una grave lesione incompatibile con la vita. In questo caso mi ha colpito soprattutto il grado di sadismo con cui è stato perpetrato l’omicidio: a morte avvenuta, sono passati sul cadavere con un veicolo.
Parole di Ester Chàvez Cano, basate sulla lettura di giornali e periodici:
“La nostra è un’indagine esclusivamente emerografica, forse ci sarà qualche errore, ma le cifre sono impressionanti, soprattutto se si osserva il modo in cui sono morte queste donne, uccise in maniera brutale. È abbastanza risaputo che a molte di loro è stato mozzato il seno destro, mentre il capezzolo sinistro è stato strappato a morsi. Ultimamente sono cambiate le modalità dell’uccisione, adesso le donne vengono accoltellate con ferocia. Abbiamo registrato episodi di donne che hanno ricevuto 41 coltellate, altre 21; in ogni caso è un modo terribile di morire, oltre tutto dopo aver subito uno stupro, che di per sé è già un atto di sadismo estremo.”
Dati di morte:

Non si sa quante donne siano state uccise a Ciudad Juàrez: secondo Amnesty International, 370; stando ai dati forniti dal governo messicano, fino all’ottobre del 2003 sarebbero stati registrati 326 casi. Nel resoconto giornalistico patrocinato dall’Istituto di Chihuahua della donna figurano 321 omicidi. La Commissione nazionale per i diritti umani (CNDH), nel rapporto Gli omicidi e la scomparsa di donne nel comune di Ciudad Juàrez, Stato di Chihuahua,segnala di essere riuscita a ottenere informazioni su 263 casi di omicidio,mentre la Commissione intramericana per i diritti umani denuncia 285 vittime.
Il documento Omicidi di donne: indagine giornalistica (gennaio 1993 – luglio 2003) fornisce alcuni dati circa il profilo delle vittime: nel 73 per cento dei casi la loro età varia dagli undici ai venticinque anni, e il 35 per cento è costituito da lavoratrici, molte delle quali sicuramente operaie di fabbrica. Quanto al luogo di provenienza delle vittime, il 19 per cento erano originarie di Ciudad Juàrez, ma si ignora da dove venisse più della metà, intorno al 52 per cento. Sempre secondo lo stesso documento, che è stato presentato come indagine giornalistica ma riporta informazioni desunte da varie fonti – per esempio la Procura di giustizia dello Stato di Chihuahua – il 23 per cento (che corrisponde a “diciotto cadaveri e ventiquattro resti ossei”) delle vittime dei delitti ritenuti a “sfondo sessuale” non sono state identificate.
Concludo qui questo macabro post: non mi sento in grado di commentarlo, credo che nessuno ci riuscirebbe. L’unica cosa che posso fare è rendermi conto di quel che accade e non farlo passare sotto silenzio. Nel prossimo post, che verrà pubblicato il 31 Gennaio, ci saranno nuovi estratti del libro e nuove agghiaccianti storie di morte che riguardano purtroppo anche bambine di 10-11 anni. Vi lascio con la bibliografia del testo:
Autore: Victor Ronquillo
Titolo: L’Inferno di Ciudad Juàrez – La strage di centinaia di donne al confine Messico-USA
Titolo Originale: Las muertas de Juàrez - Crònica de una larga pesadilla
Editore: Edizione Mondolibri S.p.A, Milano
Anno: 2004

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Messo in luce da wonderely alle 09:50 di giovedì, 24 gennaio 2008


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Il testo che segue è tratto da un opuscolo, elaborato da Barbara Spinelli (per la bibliografia completa vedere in basso), diviso in 6 capitoli. Ho deciso di pubblicare il capitolo 3.2 dal titolo FEMMINICIDIO, GUERRA CIVILE, OCCUPAZIONE BELLICA.

CHIUNQUE E' INTERESSATO A LEGGERE L'INTERO OPUSCOLO PUO' CONTATTARMI E GLIELO FORNIRO' VOLENTIERI!

Ringrazio Federico Bastiani di Donne Senza Confini per avermi fornito il materiale.


Vi invito davvero a leggerlo perché è molto interessante e veritiero.



BUONA LETTURA!



Da sempre nella storia le donne durante le guerre hanno visto calpestati i diritti più elementari e sono state vittime silenziose di stupri e feroci violenze fisiche e psicologiche.



Spesso, soprattutto in contesti di occupazione o guerra civile, la violenza sulle donne è stata considerata uno strumento psicologicamente efficace contro il nemico.


Il corpo della donna diventa oggetto sul quale si manifestano relazioni di potere: attraverso lo stupro il rivale viene umiliato, la donna ripudiata o privata della sua funzione riproduttiva, se poi dallo stupro deriva una gravidanza, viene affermata la superiorità biologica del gruppo rivale (c.d. stupri etnici), destinando la donna e il feto alla morte o, nel migliore dei casi all’abbandono.


In tal modo la violazione del corpo della donna diventa un’arma tattica, una strategia pianificata per conquistare la vittoria morale sul nemico.


Lo stupro sistematico viene così utilizzato in larga scala per colpire l’identità di intere popolazioni, per infamare, disonorare e terrorizzare l’etnia nemica.



E’ questo il caso del Ruanda, dove l’ICCR in una sentenza ha dichiarato lo stupro sistematico una forma di genocidio, perché è efficace nella sua azione sterminatrice “allo stesso modo di ogni altro atto commesso con l’intento di distruggere in tutto o in parte un particolare gruppo”, nello specifico “ La violenza sessuale costituisce parte integrante del processo di distruzione rivolto specificamente alle donne di etnia tutsi e che mira alla distruzione dell’intero gruppo di etnia tutsi”.



Ma lo stupro sistematico è un fenomeno che riguarda anche il Darfur, dove i janjawid (vedi nota 51) stuprano sistematicamente donne e bambine per umiliare, punire, terrorizzare e controllare i gruppi rivali di appartenenza delle stesse, nonché per disperderle, poiché ripudiate dalla comunità, e per eliminare insieme ad esse la possibilità della comunità rivale di sopravvivere nel tempo.



Anche l’assenza di uomini in casa certo favorisce aggressioni sessuali da parte dei soldati nei confronti delle donne, come documentato da Human Right Watch in Cecenia, dove molte donne hanno denunciato abusi sessuali da parte di soldati russi che, nonostante l’identificazione, le denuncie e le sollecitazioni internazionali, non sono stati giudizialmente perseguiti.



Il Tribunale dell’Aja sta anche vagliando i riscontri degli stupri commessi durante l’ultima guerra in Kosovo da militari e paramilitari serbi, per i quali, “violentare le donne, possederle e sfruttare totalmente il loro corpo equivale a una violenza nei confronti di tutti quegli uomini kosovari che erano irraggiungibili e nascosti sulle montagne” .



Inutile nascondere che stupri sono stati perpetrati anche da coloro che semmai avrebbero dovuto impedirli, i c.d. “peacekeepers”.


Già nel 1993 il Centro per i crimini di guerra di Zenica documentò in Bosnia almeno 40 mila casi di stupro, e per parte delle aggressioni vennero segnalati come responsabili alcuni soldati ONU.


Più recentemente basti ricordare le inchieste aperte sugli stupri perpetrati dal contingente italiano in Somalia, o dal contingente americano in Iraq.


Proprio qui, gli incaricati di esportare la democrazia, secondo Eman Jamas, direttrice del centro dell’Osservatorio sull’Occupazione (anglo – italo – statunitense ecc.) che ha raccolto le testimonianze delle donne irachene, gli statunitensi utilizzerebbero la detenzione delle donne in ostaggio come strumento per pressare gli uomini. Inoltre molte donne ad Abu Ghraib hanno dato alla luce in carcere i propri bambini in situazioni inenarrabili e prive di assistenza.



Essendo per queste donne il valore dell’onore più sacro della stessa vita, esse non denunceranno mai pubblicamente quanto subito nelle prigioni americane, così anche questi crimini resteranno impuniti.



E’ necessario anche ricordare in questa sede che l’80% dei rifugiati e sfollati presenti nel mondo è rappresentato da donne sole o con i propri figli, che sono soggette ad ogni genere di molestia dai combattenti sia durante il percorso verso il campo profughi, sia nel campo stesso. In Angola, Mozambico e Sierra Leone, molte donne in fuga sono state rapite e tenute in schiavitù.



Un rapporto dell’UNFPA denuncia che è alto il rischio corso dalle donne di subire rapporti forzati non protetti, con i quali viene trasmesso il virus dell’HIV, e dai quali possono conseguire gravidanze indesiderate: il 25% delle donne rifugiate in età riproduttiva ha subito una gravidanza indesiderata. A ciò si aggiungano i rischi che tale gravidanza comporta soprattutto nel caso di adolescenti, mancando adeguata assistenza sanitaria. Nei campi profughi sudanesi ad esempio si è riscontrato che per le adolescenti era più probabile la morte per complicazioni della gravidanza o del parto, piuttosto che la fine del ciclo di scuola primaria.



Il rischio di violenza è alto anche per le bambine che girano intorno al campo in cerca di legna o acqua: molte di esse sono state adulate e costrette a rapporti in cambio del dono di un po’ di pesce, alimento base dell’alimentazione molto difficile da reperire, altre vengono “reclutate” dai gruppi armati come schiave sessuali, cuoche o lavandaie.



L’elenco delle violenze proseguirebbe lungamente comprendendo altri teatri di guerra dagli anni ’80 del secolo scorso ad oggi, tra i quali si ricordano: Guinea, El Salvador, Haiti, Argentina, Sierra Leone, Liberia, Congo, Vietnam.



Dal punto di vista giuridico, indubbiamente contribuisce al tentativo di non lasciare impunite le atrocità commesse in guerra contro le donne la creazione di Tribunali Internazionali ad hoc nelle zone di conflitto e il fatto che lo Statuto stesso della CPI consideri lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata e qualsiasi altra forma di violenza di tale gravità un crimine contro l’umanità, se commessi come attacco sistematico su vasta scala contro qualsiasi popolazione civile.



Tuttavia ancora manca una adeguata protezione alle donne vittime di violenza in contesti di guerra, e ciò dipende soprattutto dalla refrattarietà di molti Stati ad aprire le frontiere e concedere asilo alle vittime di stupri in contesti bellici, aggrappandosi al fatto che, nella convenzione di Ginevra del 1951 la definizione di rifugiato non comprende la persecuzione per ragioni “sessuali”.



La Camera dei Lord nel 1999 a Londra riconobbe il diritto di asilo a chiunque nel paese di origine avesse subito discriminazioni o abusi a causa del proprio sesso, ma in ragione delle successive emergenze terroristiche le concessioni sono state rarissime. Anche l’Unione Europea più volte si è pronunciata perché venga concesso diritto di asilo a donne che hanno subito violenze in contesti di guerra.



Non sono solo le guerre di occupazione o i conflitti armati a mettere in pericolo la vita delle donne, ancora più insidiose risultano essere infatti le guerre civili, che per molti Paesi asiatici, africani e latinoamericani rappresentano una condizione di esistenza pressoché costante.



Così la proliferazione di armi di piccolo calibro, la militarizzazione e il grado di tensione sociale che caratterizza queste realtà fanno sì che gli atti di violenza sulle donne aumentino esponenzialmente alla ferocità del conflitto.



In tali contesti, dove quasi sempre il machismo e i valori patriarcali sono sentimenti ancora molti radicati, ed il tasso di criminalità e di violenza è altissimo, i crimini contro le donne raggiungono un’efferatezza inaudita e per via del dissesto istituzionale gli autori di tali brutalità restano sempre impuniti.


Le donne sono costrette a vivere in un clima di continuo terrore, si sentono in trappola perché temono il loro corpo diventi oggetto di vendette trasversali, di umiliazione, o semplicemente oggetto. La brutalità con cui il più delle volte vengono stuprate, massacrate, squartate, tagliate a pezzi e mutilate nelle zone erogene, esprime un messaggio chiaro: afferma il disprezzo per l’essere donna, e la capacità di dominio fino alle forme più estreme che su di essa l’uomo può esercitare, tanto più se si ribella al ruolo che le viene assegnato.



Ci riferiamo in particolare al caso del Guatemala, dove, a seguito di 36 anni di guerra civile, le violenze sulle donne più che diminuire sono aumentate in maniera esponenziale, superando di gran lunga le ben più note cifre di Ciudad Juarez.


Il contesto nel quale vengono poste in essere è già di per sé “estremo” e merita un’analisi particolare per capire come il sommarsi dei fattori della povertà estrema, della militarizzazione del territorio, della debolezza delle istituzioni, del contesto sociale fortemente machista, della presenza massiccia di bande paramilitari di crimine organizzato (le maras) diano origine ad un mix esplosivo per l’incolumità delle donne.
In questo Paese è fortemente radicata la convinzione che la donna “appartenga” in ogni caso a qualcuno: al padre o al marito, fondamentalmente. Per questo ognuno si sente libero di utilizzarla come crede, per questo spesso la violenza viene spinta fino ai limiti più estremi verso quelle donne che, cercandosi magari un lavoro, si conquistano i propri spazi di autonomia. La repressione di queste forme di “spossessamento” della donna è feroce, qui l’ideologia patriarcale è spinta fino alle conseguenze estreme, ed in questo sicuramente è complice lo Stato, che non riesce ad avere un controllo efficace sul territorio e a colmare le disuguaglianze sociali.


Finito il conflitto interno, molte azioni intimidatorie sono state compiute infatti proprio nei confronti di donne e associazioni politicamente impegnate per l’approvazione di una legge sulla violenza domestica, ciò a dimostrazione del fatto che la violenza contro le donne fa parte di una cultura, era una pratica antecedente al conflitto sociale, dove è stata sfruttata come mezzo di guerra dall’esercito, che compiva stupri sistematici e torture sulle donne indigene, prima di assassinarle, su ordini diretti dei comandanti. Il tasso di violenza a seguito del conflitto interno è rimasto alto, perché lo Stato ha adottato politiche neoliberali che hanno acuito ulteriormente gli scontri sociali. In Guatemala infatti il 57% della popolazione vive in uno stato di indigenza, e di questo 57% il 21% vive in uno stato di povertà estrema; al contrario, il 2% della popolazione è proprietaria della metà delle terre coltivabili.


Per i più poveri, l’unica prospettiva di sviluppo è legarsi alle organizzazioni criminali organizzate, così che c’è stata una forte espansione del possesso clandestino di armi, del narcotraffico, e al contempo si sono moltiplicate pseudo-agenzie di sicurezza pubbliche e private paramilitari: il ricorso alla violenza è essenzialmente uno strumento politico per reprimere l’opposizione e generare un ambiente di terrore e ingovernabilità che immobilizzi la società, cosa alla quale sono interessati molti settori di potere.



Massacrare le donne, farne ritrovare i pezzi dispersi, è certo il modo migliore per disseminare terrore e mantenere il controllo delle relazioni di potere, per il forte impatto sociale che tale tipo di violenza genera.


Inoltre, rappresenta un messaggio intimidatorio esplicito nei confronti delle donne, affinché abbandonino lo spazio pubblico del quale si stanno politicamente appropriando e si rinchiudano nuovamente nella dimensione privata.



Come affermato dalla deputata Alba Estela Maldonado Guevara (vedi nota 56):


“ se le norme poste in essere dallo Stato non corrispondono alla realtà delle cose e alle esigenze concrete della popolazione, gli strumenti giuridici dello Stato non fanno che aumentare l’esclusione, la discriminazione, gli abusi di potere, la violenza” per cui, continua “c’è una responsabilità dello Stato per omissione e per commissione, nel momento in cui non riconosce la realtà e non mostra volontà politica di iniziare un processo per lo sradicamento delle cause e degli effetti di questo fenomeno”.



Lo stato guatemalteco ha ratificato le principali dichiarazioni internazionali in materia di diritti umani e delle donne, esiste anche una legge interna per prevenire, sanzionare e sradicare la violenza sulle donne, ma consente solo misure di tipo cautelare. Il valore reificato della donna è chiaro dall’inquadramento riservato alla violenza sessuale, che è ancora un delitto contro las buenas costumbres, non è punita all’interno del matrimonio, e dal fatto che il sistema giudiziale incita le donne a chiedere un indennizzo economico, piuttosto che procedere penalmente. A ciò si aggiunga che detenere armi è un diritto costituzionalmente garantito, ed esercitato quasi esclusivamente dagli uomini. Le contraddizioni emergenti a livello legislativo sono molte, gli organi di giustizia tollerano o partecipano direttamente alle violenze, legittimati dalla scusante della sicurezza nazionale, dando copertura alle violazioni più elementari del diritto umanitario.



Si può ben capire come le condizioni della donna in questo Paese si avvicinino molto alla schiavitù, e l’art. 4 della Costituzione Guatemalteca, che riconosce il diritto all’uguaglianza e alla dignità, non vale certo per quelle migliaia di donne morte ogni anno, le cui sorti restano sconosciute all’occidente, perché la morte delle donne, tanto più se povere e del sud del mondo, non fa rumore (vedi nota 57).



In Salvador la situazione è analoga al Guatemala, in Cambogia il rischio di subire violenze è tale che molte donne non mandano le figlie a scuola per paura.



NOTE:



51. sono terroristi arabi filo-governativi assoldati dal regime di Kartum per reprimere la rivolta delle tribù subsahariane darfurensi, insorti per protestare per la situazione di povertà in cui erano costretti a vivere. Si calcola che la repressione della rivolta sia già costata la vita a più di 50mila persone.

56. Alba Estela Maldonado Guevara è una femminista militante, attualmente deputata nel partito della URNG. E’ spesso in Europa, dove ha illustrato anche alle Parlamentari Europee la situazione delle donne nel Suo Paese. I dati sul Guatemala sono tratti da conversazioni avute in un incontro con alcune femministe guatemalteche a Cuba e dal libro-inchiesta Feminicidio en Guatemala. Crimenes contra la humanidad. Investigaciòn preliminar. La traduzione in italiano è nostra.

57. Dal 2000 al 2005 il numero di donne assassinate è aumentato del 300 %. Dal 2005 al 20/03/2006 sono morte 2355 donne, solo 3 casi sono stati risolti. Le donne sono di età compresa tra i 13 e i 36 anni, di basso livello socioeconomico,soprattutto mulatte o indigene, per la maggior parte nella zona della capitale.

BIBLIOGRAFIA:

Questo opuscolo, elaborato da Barbara Spinelli, rappresenta il frutto di un lavoro di approfondimento e ricerca portato avanti da:
D.ssa Barbara Spinelli
Avv. Monica Miserocchi
Avv. Marina Prosperi
Avv. Susanna Cattini
Avv. Carmela Lavorato
Avv. Maria Luisa D'Addabbo


Titolo: VIOLENZA SULLE DONNE: PARLIAMO DI FEMMINICIDIO

Sito Web: www.giuristidemocratici.it 

Messo in luce da wonderely alle 11:18 di mercoledì, 05 settembre 2007


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Argomenti trattati nel post: stupro, violenza sessuale, femminicidio, violenza di genere, stupro di guerra, omicidi seriali di donne