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È già passato quasi un anno da quando, per la prima volta, ho parlato dello sterminio di donne a Ciudad Juàrez in Messico. Bambine, ragazze, donne con un'età compresa tra i 10 e i 25 anni vengono rapite, stuprate, torturate e barbaramente uccise in questa città al confine con gli Stati Uniti in cui dominano il narcotraffico e la corruzione.
Si tratta in genere di donne povere che lavorano per guadagnarsi da vivere e mantenere la propria famiglia, si tratta di bambine o ragazze che escono di casa per andare a scuola e non vi fanno più ritorno. Finiscono nelle mani di bestie che fanno di loro ciò che vogliono, le tengono prigioniere e, quando sono stanche, le uccidono. I loro corpi vengono abbandonati nel deserto, molti non vengono mai più trovati, tanti sono irriconoscibili. L'unica cosa certa è che la giustizia non esiste e i colpevoli non sono ancora stati trovati, tant'è che gli omicidi continuano ancora oggi: nel 2008 sono state uccise almeno 24 donne, tra cui la comandante del reparto di polizia "Delitti sessuali" (leggi la notizia QUI).
Esiste però un'organizzazione che si chiama Nuestras Hijas De Regreso A Casa (Le nostre figlie di ritorno a casa) fondata dai famigliari delle vittime che chiedono giustizia per le figlie, le mogli, le sorelle, le madri, che hanno perso per sempre. Molto spesso i membri dell'associazione vengono minacciati di morte. Cliccando QUI potete entrare nel sito dell'organizzazione (tradotto in diverse lingue, anche in italiano) e informarvi voi stessi sulla tragedia quotidiana che le donne vivono ormai da anni.
Chi volesse leggere l'intero reportage pubblicato su questo blog l'anno scorso clicchi QUI: ricordo che si tratta di quattro post molto crudi che possono urtare la sensibilità dei lettori. Ho trattato diversi casi di violenze sulle donne in diverse aree del mondo, ma posso garantire che la carneficina di Ciudad Juàrez è una tra le peggiori di cui io mi sia mai occupata.
L'anno scorso avevo riportato stralci di un libro (L'inferno di Ciudad Juàrez di Victor Ronquillo) in cui si raccontano storie di bambine, ragazze e donne uccise; ho anche riportato alcuni tremendi dati, diversi numeri, che, nella loro freddezza, rappresentano il martirio di migliaia di donne (si stima che i corpi ritrovati siano più di 200, ma le scomparse sono più di 400: ci sono fonti che riportano numeri differenti; la verità è che nessuno sa quante siano le donne uccise o scomparse) che, fino ad oggi, non hanno ottenuto giustizia.
Non voglio che queste donne restino numeri, dietro ad ogni numero c'è una vita spezzata, una violenza inaudita, una ferocia bestiale. Per questo motivo traggo dal sito dell'associazione l'elenco delle vittime di Ciudad Juàrez: nome e cognome delle donne i cui corpi martoriati sono stati ritrovati e degnamente sepolti. Di tutte le altre, ahimé, nulla si sa, nulla si dice.
TODAS SON NUESTRAS HIJAS - TODAS SON NUESTRAS MUERTAS
1993 - 2004

L'elenco si ferma al 2004, ma altri nomi possono essere aggiunti a questa terribile lista di morte.
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Gloria Rivas Martinez
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Juana Sandoval Reyna e Esmeralda Juarez Alarcon
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(partendo dall'alto a sinistra) Claudia Gonzalez, Guadalupe Luna, Mayra Reyes Solis e Laura Ramos Monnarez
Queste giovani donne, e molte altre, hanno patito le pene dell'inferno prima di essere trucidate.
Amnesty International ha redatto un appello che è possibile firmare QUI e sul sito di Nuestras Hijas potrete informarvi su tutti i modi per attivarsi e non restare indifferenti. Ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa, basta volerlo.
Grazie dell'attenzione a tutti.
Fonti:
Lista delle vittime da Nuestras Hijas de Regreso a Casa
Foto da TruTv
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Argomenti trattati nel post: appelli, tortura, libertĂ , indifferenza, denuncia, stupro, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , aggressione, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, sequestro di persona, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juĂ rez, iniziative femministe
È stato difficile trovare le parole per scrivere questo post, difficile riuscire a esprimere in qualche riga dei sentimenti che vanno al di là di ciò che può restare impresso sulla pagina di un blog, sentimenti che ti pervadono l’anima e che sono impossibili da tradurre in una lingua comprensibile ai più.
Nonostante questo io ci provo e non è detto che ci riesca in fondo. Se così non sarà, vogliate perdonarmi, ma non posso fare a meno di dire quello che penso, non posso restare impassibile, non posso dimenticare, come invece farebbe la maggior parte delle persone intorno a me.
Tra poco sarà Natale, si respira l’atmosfera natalizia in ogni dove, un’atmosfera di gioia e di serenità, o almeno così dovrebbe essere. Non è così per me. Sono triste, sono arrabbiata e sono delusa da quello che vedo e che mi circonda, dal menefreghismo generale, dal fatto che si può permettere a una ragazzina vittima di stupro di morire suicida, mentre i suoi stupratori non vengono nemmeno processati perché sono stati “bravi” a confessare.
E la cosa che più mi lascia indignata e schifata è che a prendere questa decisione è stata una donna. Mi è capitato di sentire persone dire che le donne vittime di violenza non hanno giustizia, perché i giudici e gli avvocati sono tutti uomini. Ma quando mai? La verità è che le donne ci sono ma non fanno NIENTE e le poche che si danno da fare non vengono minimamente considerate. Sono molto delusa dalle donne in generale, delusissima, perché noi donne rappresentiamo metà della popolazione italiana, ma in realtà quelle che si danno da fare, quelle che sono veramente per la parità, quelle che lottano, quelle che non si arrendono, quelle che si svegliano, quelle che non si fanno mettere i piedi in testa, sono la netta minoranza.
E questo non può che farmi rabbia.
Carmela, 13 anni, drogata e violentata ripetutamente da più persone. Sceglie di denunciare, il suo diario parla per lei, racconta le violenze subite, ogni attimo di quell’incubo che giorno dopo giorno le strappa un pezzo di vita. Carmela viene poi ritenuta un soggetto disturbato, internata in una clinica psichiatrica e “curata” con psicofarmaci. Nel fine settimana ai genitori viene concesso di portare la figlia a casa, ma il 15 aprile 2007, Carmela decide di farla finita e si getta dal settimo piano del condominio in cui abita. Forse questo era il suo volo verso la libertà, per porre fine a una vita che in realtà non esisteva più, per sfuggire alla prigione di psicofarmaci che le corrodevano il cervello. Forse questo era il suo modo per gridare “mi hanno violentata davvero, non sono pazza”, perché la sua voce non veniva ascoltata da nessuno.
Perché ci riesce molto difficile ascoltare una persona in queste condizioni, quando l’unica cosa di cui ha bisogno è parlare, sfogarsi, sentirsi capita e non colpevolizzata. E invece no, meglio gli psicofarmaci, meglio intontirla e sedarla, perché così non dà fastidio, così non dobbiamo sopportare una vittima che chiede aiuto. Così è più comodo per tutti quanti, ma non per Carmela, non per i suoi genitori. Di sicuro è più comodo per le istituzioni, è più comodo per la “giustizia”, che non deve avere a che fare con l’ennesima donna violentata che ha pure il coraggio di pretendere che i suoi stupratori finiscano in galera.
Nessuno ha tempo né voglia per ascoltare le urla disperate di chi si è vista strappare l’anima e non l’ha riavuta più. E così Carmela è morta, ha detto addio alla sua giovane vita, per sempre.
I suoi stupratori invece sono liberi, non avranno un processo, ma saranno solo tenuti a seguire un programma di rieducazione e a prestare assistenza agli anziani, mentre il loro avvocato si diletta nel definire la vittima una prostituta. Di Carmela si sono già dimenticati tutti, lei è la “prostituta”. Non l’hanno ascoltata in vita, ancora meno da morta. Il suo calvario è finito con un volo dal settimo piano di un palazzo.
È finita per Carmela. È finita così. Nel nostro paese civile una ragazza vittima di stupro è stata uccisa in questo modo. Non sto parlando dell’Afghanistan, non sto parlando del Pakistan e neanche dello Yemen o di qualsiasi altro paese in cui le donne sono considerate meno di zero: lì le donne stuprate vengono lapidate, squartate, decapitate, impiccate. In Italia invece le imbottiscono di psicofarmaci e le fanno suicidare o semplicemente le chiamano puttane e le abbandonano a se stesse. Ma dov’è la differenza? In un modo o nell’altro muoiono comunque, mentre i criminali se la ridono alle loro spalle.
Mi spiace per aver annientato l’atmosfera natalizia di cui parlavo all’inizio, ma oggi come oggi non c’è proprio niente di cui rallegrarsi. Mi risparmio dal dire Buon Natale, Buon anno e Buon pippirimerlo, perché ogni giorno è sempre lo stesso schifo. A Natale siamo tutti più buoni? Sì, a nulla, come lo siamo per tutto l’anno, del resto.
IoSòCarmela
associazione in ricordo di Carmela, per i diritti dei minori
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Argomenti trattati nel post: suicidio, leggi, libertĂ , indifferenza, denuncia, stupro, notizie nazionali, persecuzione, violenza sessuale, inciviltĂ , la mia opinione, violenza psicologica, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, sentenze shock, inerzia femminile
Questa settimana propongo due petizioni. Leggerete di seguito di cosa si tratta.
Chiunque firmi le petizioni si impegni anche a diffonderle!!!!!!!
PRIMA PETIZIONE
(dal blog di maxfrassi)

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Argomenti trattati nel post: appelli, tortura, libertĂ , denuncia, stupro, notizie nazionali, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , incesto, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di guerra, violenza su figlia
Dedico questo post a un'amica, una donna speciale che tutti conosciamo in splinder con il nick CHECCO1995. Questa donna si chiama Rosaria, è una persona splendida e disponibile. Le dedico questo post per ringraziarla della vicinanza e del supporto che mi ha mostrato nell'ultimo periodo.
La testimonianza che segue è una lettera scritta da Rosaria a un altro amico di splinder, conosciuto sulla piattaforma con il nick maxfrassi, che si batte contro la pedofilia e anche la violenza sulle donne. La testimonianza è stata pubblicata sia sul blog di Frassi che sul sito dell'Associazione Prometeo.
Devo confessare che ho letto questa lettera prima di conoscere l'autrice e mi ha commossa; arrivata in fondo ho pianto. Credo sia impossibile non sentirsi in qualche modo partecipi del dolore e della sofferenza che hanno toccato Rosaria in prima persona.
Su sua esplicita richiesta, comunico che l'Associazione Prometeo diventerà operativa anche nella lotta contro la violenza alle donne, oltre che ai bambini. E ora lascio che sia lei a parlare...
Rosaria è la prova vivente che nemmeno la violenza più subdola e vigliacca può uccidere la forza interiore di una donna e di una madre. Rosaria l'ha tirata fuori tutta questa forza, per il bene di suo figlio e anche per il suo.
Rosaria è una donna che merita rispetto e ammirazione, affinché diventi un esempio per tante altre. Uscire dalla violenza è possibile. Lei ce l'ha fatta ed ha anche trovato il coraggio e la forza per raccontare.
Rinnovo il mio GRAZIE speciale a Rosaria.
Grazie a nome di tutte le donne, ma soprattutto a nome MIO.

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Argomenti trattati nel post: testimonianze, uomini, libertĂ , maltrattamenti, indifferenza, violenza domestica, notizie nazionali, persecuzione, inciviltĂ , la mia opinione, stalking, donne incinte, violenza di genere, amica rosaria
Franca Rame è un’attrice teatrale, drammaturga e politica italiana. Negli anni 70 ha preso parte al movimento femminista. Per la sua attività politica, il 9 marzo del 1973 è stata rapita, violentata e seviziata da un branco di estremisti di destra. La sua terribile esperienza è stata ricordata da lei stessa nel lavoro Lo Stupro. La Rame è una delle tante donne che non hanno ottenuto giustizia, in quanto la sentenza per il suo stupro è arrivata esattamente 25 anni dopo il fatto: questo ha permesso la prescrizione del reato. Per chi non lo sapesse, la prescrizione è l’estinzione del reato stesso.
Pochi mesi fa lo stupro della donna è stato ricordato a Roma con la frase oscena “A Franca Rame le è piaciuto”, scritta su un muro da "uomini" codardi, che si sono intimoriti nel vedere di nuovo le donne in piazza a difendere i loro diritti (per leggere l'intero post cliccate QUI). Scritte simili sono apparse anche poco tempo fa a Bologna: questa foto è del 30 maggio 2008...
Dopo questa breve introduzione, vi propongo un video.
In questo video vedrete e sentirete Franca Rame raccontare lo stupro subito; sotto il video pubblico anche il testo Lo Stupro, redatto dalla donna. Vi consiglio di soffermarvi sia sul video che sul testo. Non ci sono parole per descrivere ciò che si prova ascoltando o leggendo: è AGGHIACCIANTE. È la testimonianza VERA di una donna coraggiosa, che non si è mai tirata indietro.
Se non mi fossi informata di persona, nessuno mi avrebbe raccontato la storia di Franca Rame. Questo mi sconvolge: che una vergogna del genere possa cadere nel dimenticatoio. Si è trattato di uno stupro di stato, ordinato dai vertici della Divisione Pastrengo dei Carabinieri (leggi QUI). Chi può diffonda il video e il testo, chi può non si nasconda, perché il maschilismo e il disprezzo delle donne sono ancora vivi nella nostra società, anche se tutti vogliono farci credere il contrario, anche se tutti additano gli "stranieri" come incivili e stupratori.
AVVISO: Sia il video che il testo possono urtare le persone più sensibili.
testimonianza da "il quotidiano donna" 1973
Fonte: Il Blog di Franca Rame
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Argomenti trattati nel post: testimonianze, antifascismo, indifferenza, stupro, notizie nazionali, persecuzione, violenza sessuale, inciviltĂ , la mia opinione, aggressione, donne in politica, stereotipi, femminicidio, franca rame, discriminazione sessuale, sequestro di persona, violenza di genere, stupro punitivo
Il Pakistan è uno stato dove le donne sono terribilmente sottomesse agli uomini. Vengono sepolte vive, uccise e addirittura usate per punire i membri della famiglia tramite stupri di gruppo, a cui assistono centinaia di persone.
Le due notizie che riporto ne sono le prove lampanti.
Pakistan: 5 donne sepolte vive
L’Asian Human Rights Commission (AHRC) ha denunciato che nella provincia del Balochistan, 5 donne sarebbero state sepolte vive, presumibilmente per non aver rispettato la volontà degli anziani della tribù degli Umrani, che si erano espressi contro la loro scelta di sposarsi con uomini scelti autonomamente.
Le cinque donne, due ragazze di 18 anni, una di sedici, la madre di una di loro e la zia di un’altra erano in procinto di partire alla volta di un tribunale civile di Usta Mohammad, dove le tre ragazze avrebbero dovuto sposarsi comunque. Sono invece state raggiunte da sei uomini che le hanno costrette a salire su un’auto e, giunti in una zona remota, le hanno prima picchiate e poi hanno aperto il fuoco contro di loro seppellendole, insieme alle due donne più anziane, ancora vive.
Anche se testimoni hanno riportato alle autorità la targa degli assassini le autorità non avrebbero dato seguito alla denuncia perché la loro auto è registrata a nome del governo del Balochistan e il loro capo sarebbe il fratello minore del Ministro Provinciale e leader di spicco del Pakistan People’s Partito, il partito attualmente al governo.
Ogni anno in Pakistan son centinaia le donne di tutte le età uccise in nome dell’onore. Molti altri casi non sono dichiarati e quasi tutti rimangono impuniti. La vita di milioni di donne è prigioniera delle tradizioni, in posizione di estremo isolamento e sottomissione agli uomini, molti dei quali impongono con la violenza il controllo totale delle donne.
Fonte: Il paese delle donne online
Lo stupro punitivo di Mukhtar Mai
Mukhtar Mai è una donna pakistana condannata nel 2002 a subire uno stupro di gruppo da parte di sei uomini. Il corpo di Mukhtar è stato usato per punire il fratello della donna, accusato di aver molestato una ragazza della tribù vicina. Lo stupro di gruppo è stato deciso dalla Jirga, il consiglio tribale, ed è avvenuto in piazza, a Meerwala, davanti a 300 spettatori.
Tutti pensavano che non avrebbero mai più sentito parlare di Mukhtar, in quanto le donne vittime di stupri punitivi scappano o si suicidano (nel 2004 ben 151 donne hanno subito la stessa sorte di Mukhtar).
Ma, grazie a un imam (la legge tribale non ha corrispondenze con la legge islamica), la donna è riuscita a portare il suo caso davanti alla Corte Suprema Islamica del Pakistan. Sei uomini accusati di aver compiuto lo stupro sono stati condannati alla pena capitale e la donna ha ricevuto un risarcimento di 8 mila dollari e una casa per trasferirsi a Islamabad.
Un'ulteriore violenza, però, ha colpito Mukhtar: in appello cinque dei suoi stupratori sono stati assolti e per il sesto la pena capitale è stata commutata in ergastolo.
Mukhtar ha rifiutato di cambiare città e con il denaro ricevuto ha fondato una scuola, dove tuttora insegna. In questa scuola ha invitato anche i figli dei suoi stupratori, perché, lei dice, "l'istruzione può compiere miracoli".
La storia di Mukhtar è diventata un libro, pubblicato in Italia da Cairo Editore, il cui titolo è Disonorata dalla legge degli uomini (Milano 2006). Scrive Mukhtar Mai : “Per gli uomini come loro una donna è soltanto un oggetto, uno strumento per affermare possesso, onore, o vendetta. La sposano o la stuprano, secondo la loro concezione dell’orgoglio tribale. E sanno bene che una donna umiliata può ricorrere solo al suicidio per riabilitarsi. Per uccidere non hanno neppure bisogno di usare le armi, lo stupro è sufficiente. È l’arma più efficace. Serve a umiliare definitivamente il clan nemico.” (pag. 22).
Fonti consultate per scrivere l'articolo: [x] [x] [x] [x] [x]
Centinaia di donne vengono sottoposte a stupri punitivi ogni anno.
Centinaia di donne vengono uccise per motivi d'onore ogni anno.
E tutto questo avviene in Pakistan ancora oggi.
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Argomenti trattati nel post: testimonianze, istruzione, suicidio, libri consigliati, islam, delitto d onore, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltĂ , femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro punitivo
Pubblico qui un articolo, tratto dal blog di un'amica, una mamma, una donna straordinaria, Herta. Grazie a lei, ho potuto rendermi conto di molte verità nascoste sulla pedofilia, e oggi, facendo il mio ennesimo giro sul suo coraggioso blog, ho letto un articolo straziante riguardo le bambine e la selezione sessuale in molti paesi del mondo.
L'articolo risale al 2001, è lungo e vi occuperà del tempo. Devo anche dire, prima di pubblicare, che è molto crudo. Spero che, oltre al tempo, abbiate il coraggio di leggerlo. Quello che voi provate leggendo, non è niente in confronto a quello che bambine innocenti provano sulla propria pelle.
Mi piacerebbe veramente che, per una volta, le persone si degnassero di spegnere la tivù, di mettere giù i giornaletti di gossip, per dedicare dieci minuti del loro tempo ad informarsi davvero su quello che accade nel mondo.
L'eccidio silenzioso - Storie di infanzia violata
La stanza è come quella della tortura in un lager. Il tettuccio arrugginito è schiacciato contro il muro schizzato di sangue. Una donna legata da cinghie nere urla. Sta per avere un bambino. Ma quando la testa del neonato appare, il medico affonda una siringa nella fronte e il piccolo scompare. Dopo un attimo il boia lo tira fuori. È morto. Era una bambina.
Così racconta il video che un infiltrato di una famosa organizzazione non governativa francese travestito da infermiere ha girato in una città del Sud della Cina. Così i cinesi ammazzano le loro figlie. Lasciandole sospese e impietrite tra la vita e la morte. Solo perché sono femmine. Figlie di un dio minore. In Cina ogni anno spariscono, condannate dalla loro femminilità, almeno 2 milioni di bambine. Una di loro è stata fotografata da poco da un reporter di The Mirror (per vedere le foto cliccare QUI e QUI). Fotografia della vergogna: la piccola era per terra, buttata su un marciapiede come un gatto morto. Una bambola col naso pieno di sangue e la pelle ancora calda. La gente le camminava accanto, forse sopra, come se niente fosse. Colpa, si dice, di una legge del 1979 intitolata "Legge eugenetica e protezione salute" che proibisce ai cinesi di avere più di un figlio in famiglia e che dà la preferenza al maschio.
Ma anche della tradizione e della convinzione che una figlia femmina sia una vera maledizione, un peso. Nello scorso novembre una reporter americana, Norma Mayer, trova nell'orfanotrofio di Harbin 170 bambini. Ma 120 sono femmine. Le descrive come scheletri foderati di pelle bianca che dondolano sui letti putridi. Gambe e braccia storte come radici impazzite. Viene espulsa immediatamente dal paese.
Ma la Cina non è sola. Nascere femmina è una condanna in troppe parti del mondo. Dall'Asia meridionale al Nord Africa, dal Medio Oriente alla Cina, sono 100 milioni le bambine che mancano all'appello. «Secondo l'andamento demografico, le donne dovrebbero essere molte di più» ricorda Emma Bonino «invece troppe volte le bimbe non nascono, spariscono, muoiono. La verità è che le figlie femmine non sono volute, amate. Anzi sono trascurate perfino nel cibo e nelle cure mediche. Nella metà del mondo nascere bambine vuol dire rischiare la vita». Ma anche non vivere. L'aborto selettivo è il primo passo. Il primo killer. L'Unicef ha stimato che su 8 mila aborti dopo un'amniocentesi a Bombay almeno 7.999 riguardavano feti di sesso femminile.
Taranam aveva 15 anni quando aspettava la sua prima figlia. «Mio marito non la voleva. È una vergogna e un peso, mi diceva. Così una vecchia donna mi entrò dentro con un ferro e la uccise. Ho perso sangue per due mesi. Quando per la seconda volta l'esame disse che era femmina scappai nel mio villaggio. Ma anche la mia famiglia mi ha ripudiato. Così ho partorito nella casa di una vecchia zia zoppa. Anche lei 15 anni prima era scappata per salvare la sua bimba. Per questo le avevano devastato a bastonate un ginocchio».
Taranam oggi è leader a New Delhi di una piccola organizzazione che guarda dalla parte delle bambine, Save the girl. Il suo sari turchese le copre appena cicatrici e ferite. La sua bocca, ancora bellissima, racconta che le figlie femmine anche in Pakistan e in Bangladesh sono torturate soprattutto dalla famiglia. Ai figli maschi va il cibo migliore, alle femmine le briciole. Anche da neonate. «Avevo una cugina con due gemelli. Un giorno la trovo a casa con i due bambini in braccio: il maschio tondo, bello. La femmina un fagottino di ossa che moriva di fame. Perché?, le ho chiesto. "Perché ho poco latte e devo darlo solo a lui se no mi ammazzano" mi ha risposto». Anche se sopravvivono le bambine mangeranno dopo i bambini. Come le mogli dopo i mariti. In India la crescita è ritardata del 79 per cento nelle femmine e del 43 per cento nei maschi. I bambini studiano, le bambine faticano. E quando sono sfinite, ammalate, nessuno pensa a loro. Anzi. Alle piccole femmine non è permesso di cedere. Se lo fanno, la malattia diventa la conferma della debolezza, il marchio dell'inferiorità. La prova che possono morire.
Un pensiero consacrato dal nuovo libro The burden of Girlhood (Il fardello dell'adolescenza femminile), un'indagine spietata che rivela storie e numeri da brivido. A cominciare dal modo in cui le più piccole non vengono curate. Nel West Bengal, in India, sono ricoverati 23 ragazzini contro 8 ragazzine. Peccato che nelle visite a casa siano 48 le femmine ammalate e sfinite contro 15 maschi. «Orribile dirlo, ma per le bambine viene usata la selezione naturale come per gli animali» sintetizza Harold Huxely, medico nella città di Chunchura. «Ho visto piccole di 10 anni con il corpo invaso da piaghe e da vermi mentre la mia prima figlia adottiva aveva tutti i denti mangiati dalla denutrizione. Certo le piccole che resistono diventano buone macchine da figli. Maschi naturalmente».
Qualche volta anche queste piccole macchine si inceppano. Sharaa Pakhonen stringe la mano dei suoi due figli e mostra una fotografia ingiallita. Una piccola bambina con un ventre enorme.
Sharaa aveva sette anni quando suo padre l'ha sposata al marito ventiduenne. «Ero terrorizzata di avere rapporti con lui. Faceva tanto male. Poi a dieci anni sono rimasta incinta. Ma ero troppo piccola: il parto è durato tre giorni di agonia. La mia sorella minore non ce l'ha fatta». Come tante bambine madri. Il matrimonio forzato è infatti un altro dei crimini che le figlie femmine del mondo devono subire. In Africa centrale almeno nella metà dei casi, poi in Iraq, in Cina, nell'Honduras dell'America centrale. Il matrimonio precoce è visto come un regalo economico per la famiglia. Una figlia bella, giovanissima e vergine è la più alta merce di scambio. Ma alle bambine spose si ruba l'infanzia, l'innocenza, il gioco.
In Burkina Faso intorno alla capitale Ouagadougou organizzazioni religiose raccolgono le piccole spose che fuggono. I missionari raccontano che di notte camminano centinaia di chilometri. Durante il giorno stanno nascoste sugli alberi: «Le ho viste arrivare curve dalla fatica. Non avevano più la pianta dei piedi» racconta suor Felicia delle religiose di San Francesco, e aggiunge anche che è tale il terrore di fuggire un marito obbligato che nessuno le ferma.
«Nascita, matrimonio e morte sono i tre eventi principali della vita. Solo il matrimonio è una scelta. Ma per loro diventa un obbligo. Qualche volta mortale»: le parole tristi di Carol Bellamy, direttore generale dell'Unicef, si sposano bene alla nuova campagna contro i matrimoni precoci lanciata in questi giorni, Cancellare l'infanzia. Una condanna a vita condita con violenze atroci: maltrattamenti e stupri, malattie sessuali come l'aids che sterminano giovani mamme e figli. Il buio dell'istruzione. Chi si ribella all'amore forzato può morire o diventare un mostro. La faccia piagata di Nadina parla. Al posto degli occhi due bolle bianche, al posto del naso due fori informi.
«Voleva sposarmi a 12 anni. Ma amavo un altro e poi volevo studiare. Per me la scuola era tutto. Si sono appostati proprio fuori dalla classe. Erano in due. Mi hanno rivoltato addosso un barattolo di acido per le batterie delle macchine. Un liquido che può sciogliere anche una pietra. Sono stata moribonda per due mesi. Oggi sono cieca ma vivo per aiutare le bambine che come me non possono dire no». Per le piccole spose in India l'acido non è il solo pericolo. C'è anche il fuoco. Almeno 700 tra bambine e ragazze bruciano a New Delhi ogni anno. Ragazze e ragazzine che non obbediscono abbastanza, ma soprattutto che non riescono a mantenere le promesse di dote. «La polizia? Apre e chiude le inchieste rapidamente. Ogni poliziotto ha "una bruciata" in famiglia».
Dai fumi e dai deliri degli acidi indiani alle bambine ombra dell'Afghanistan. «Essere bambine a Kabul vuol dire non nascere» ha detto W. S. Naipaul Grande scrittore indiano.
Una bambina afghana non può studiare. Non può uscire da sola, non può guardare la vita perché è obbligata a portare una grata viola davanti agli occhi. Per questo Shaiba e altre madri, ribelli ai talebani, sono andate sottoterra dentro scantinati e grotte per insegnare a leggere alle loro figlie. Quando tre mesi fa i guerriglieri che dicono di ispirarsi ad Allah sono arrivati, tutte insieme leggevano i piccoli quaderni a lume di candela. Allora hanno bruciato tutto e le hanno portate in una prigione nel deserto «per rieducarle». A Mirna, 12 anni, non è stata data nemmeno la possibilità di essere rieducata. Era entrata a Kabul in un negozio per comprare verdura. Fra le pieghe del suo burka hanno scoperto che c'era dello smalto rosa sulle sue unghie. Le urla e la disperazione della madre non sono bastate a salvarle la mano destra. Gliel'hanno tagliata con un coltellaccio a venti passi da un gruppo di giornalisti guidati da Emma Bonino che non potranno mai dimenticare.
Del resto imparare e studiare è impedito a milioni di piccole donne nel mondo. Fino a toccare il 30 per cento nei paesi dell'Asia meridionale. Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, ha scoperto dopo lunghi studi che l'alfabetizzazione al femminile è il più potente antidoto contro la morte dei bambini. Maschi e femmine. «In India il passaggio dell'alfabetizzazione primaria delle donne dal 22 al 75 per cento ha ridotto il tasso previsto di mortalità infantile dal 156 al 110 per mille». Dunque soffocare la creatività e la vita delle donne colpisce la vita di tutti. Un pensiero che è il cuore del più nuovo e amato film iraniano, The day I became a woman (Il giorno in cui sono diventata una donna).
È la storia di una bambina che sta per compiere 9 anni quella che racconta il regista Marziyeh Meshkini. «Allo scadere di quella ora Hava finirà di essere libera e innocente e diventerà una schiava del chador. "Una donna monca", che, come tutte le bambine iraniane, oggi non può scappare al suo fato e alla sua religione». Schiave del chador e schiave dei padri. In Nepal nei molti villaggi intorno a Katmandu gli stessi genitori vendono a mercanti di schiave figlie e figliolette. «Partono a gruppi di 15 o di 20 disperate. Ma sono troppo povere per salvarsi. Promettono lavori puliti ma invece le portano direttamente nei bordelli di Bombay. Lì sono contagiate dall'aids. Lì diventano pazze di solitudine. Poi quando sono stracci consumati non le vogliono più nemmeno i loro villaggi»: Barbara Calamai, militante dell'Aidos, che come nessuna associazione pensa alle donne del mondo, racconta commossa.
«Erano un grande gruppo. Le hanno lasciate giorni e giorni alla frontiera tra l'India e il Nepal. Nessuno le voleva. Non erano più bambine, non erano più niente». Ma una sorte più atroce aspetta le schiave bambine dell'Amazzonia. Tutti parlano delle prostitute minorenni di Rio de Janeiro, di San Paolo, di Belem. Nessuno sa di loro. Sono piccolissime: 9, massimo 12 anni. Vengono reclutate nelle zone più misere del paese e poi finiscono nel putridume dei "garimpos", le miniere d'oro della foresta amazzonica. Non possono più scappare né vivere. Per un garimpeiro una prostituta di 12 anni vale 20 grammi d'oro.
Se è vergine, il prezzo triplica. Ma si è vergini una volta sola. E una volta sola si scappa. Come Miriam Dos Santos Lima: «Ce l'ho fatta praticamente solo io. Le altre le riprendono tutte. Le torturano. Le riempiono di botte. I cercatori d'oro sono feroci come le fiere. A Laranjal do Jari ho sentito una bambina di 10 anni chiedere pietà a uno di loro. L'ha finita a calci».
E che dire ancora delle migliaia, dei milioni di bambine maltrattate, sfruttate, violentate? Di quelle che muoiono sole (a Salvador de Bahia muore di fatica e di fame un bambino ogni nove ore), delle figlie violentate e stuprate (in Thailandia i bordelli ospitano più di 1 milione di minorenni)? Delle bambine talpe della Valle della Clarita in Colombia che per vivere devono attraversare gallerie di fango nelle miniere di carbone, delle piccole e innocenti vittime di pedofili e criminali del sesso? Delle bambine della guerra e di quelle della miseria?
Una lettera sola risponde a tutte loro. L'ha scritta Tichiin, bambina salvata dall'orrore di un bordello thailandese. La pubblicherà Gallimard in un libro intitolato Lettere da una bambina invecchiata.
«Non avete visto il cielo perché un uomo cattivo ce lo ha strappato tutte le notti e tutti i giorni insieme alla nostra pelle. Non abbiamo incontrato più il sorriso perché potevamo vedere solo le nostre lacrime. Sentire le nostre urla di paura. Non abbiamo giocato perché per noi il gioco era l'inferno. Ma oggi so che siete al caldo. Che ridete forte! Perché appena arrivate in Paradiso siete potute tornare bambine».
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Le molestie ci salveranno
In Russia un giudice assolve un manager molestatore sostenendo che "provarci" sul luogo di lavoro è utile «a garantire la sopravvivenza della razza umana: se non esistessero le avances sessuali non ci sarebbero bambini»
Non poteva succedere che in Russia, il Paese il cui presidente Vladimir Putin, di fronte alle accuse rivolte all'omologo israeliano Moshe Katzav di aver violentato dieci donne del suo staff, si era detto ammirato, complimentandosi con lui perché era un «vero uomo». Eppure la notizia che arriva dall'ex Unione sovietica resta incredibile, visto che riferisce dell'assoluzione di un manager 47enne dall'accusa di molestie sessuali perché queste «sono utili a garantire la sopravvivenza della razza umana».
La 22enne professionista di San Pietroburgo che aveva presentato denuncia contro il suo capo, reo di averla chiusa fuori dal suo ufficio perché si riufiutava di fare sesso con lui, non è così riuscita ad avere giustizia a causa di un presunto superiore bene nazionale. Sebbene infatti la pubblicitaria abbia raccontato che il capo «esigeva che le impiegate esprimessero con gli occhi il desiderio di essere sbattute sulla scrivania, se solo lui avesse fatto un cenno - e all'inizio non capii che non parlava metaforicamente...», il giudice ha concluso che la cosa non era poi tanto grave. In fondo, ha argomentato «se non esistessero le avances sessuali non ci sarebbero bambini».
«Non riuscivo a credere a quelle parole - ha detto la donna - sono rimasta basita mentre ascoltavo come il giudice cercava di far sembrava una cosa utile qualcosa che invece per una donna è davvero umiliante e difficile da accettare». Secondo il giudice, invece, l'imputato «non aveva tenuto un comportamento criminale, ma era stato gentile, chiedendo in maniera esplicita, ma garbata, di voler avere un rapporto sessuale completo con la collega».
In Russia l'argomento molestie è davvero tabù, visto che solo due donne hanno vinto una causa per il reato negli ultimi 15 anni, mentre un sondaggio ha rilevato che il 100% delle lavoratrici è stata molestata sul luogo di lavoro, il 7% addirittura violentata e l'80% si è rassegnata all'idea che senza sollevare la gonna con il capo non si può fare carriera.
Ma la cosa più sconvolgente è che per mascherare la totale mancanza di rispetto per le donne le autorità si nascondono dietro il problema del calo delle nascite nel Paese. Siccome con gli attuali tassi di procreazione entro la metà del prossimo secolo la popolazione russa calerà del 30%, oltre a istituire eventi come la "giornata della generazione" (tutti a casa in libertà per fare sesso), le autorità tollerano clamorosi casi di abusi e violenze.
Fonte: Libero News Donna
A quando la legalizzazione dello stupro? Chiedo, così, per curiosità...
Non so cos'altro dire. Non riesco neanche a crederci. Tante volte vorrei che alla fine di certe notizie ci sia scritto "Scherzi a parte"...invece è tutto vero. Tutto schifosamente vero.
Commentate voi, se avete le parole per farlo.
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Prostituta torturata, preso il presunto responsabile
MONTESILVANO. Un dramma della clandestinità, una storia di vessazioni e prepotenza quella subita dalla giovane prostituta romena di 20 anni torturata nei giorni scorsi. Lei non voleva lavorare in strada e così sono partite le violenze.
Solo nel tardo pomeriggio di ieri è stato arrestato il presunto responsabile: si tratta di Daniel Raducan, romeno 29enne senza fissa dimora, accusato di induzione e sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e lesioni personali.
La ragazza è stata salvata casualmente dai carabinieri, nella notte tra domenica e lunedì in una delle retate predisposte dal comando provinciale lungo la riviera tra Pescara e Montesilvano per arginare il fenomeno della prostituzione.
Proprio quella operazione ha consentito di liberare la giovane vittima che, nonostante le ferite, le contusioni e il trauma psicologico, continuava a battere.
Nel corso della maxi retata i militari hanno portato in caserma alcune straniere: solo una volta giunti negli uffici, nel momento di verbalizzare i dati delle donne, i militari hanno fatto l’incredibile scoperta.
Tra le prostitute ve ne era una, romena, giovanissima, appena 20 anni, con ferite e lesioni in varie parti del corpo.
I carabinieri l’hanno portata immediatamente all’ospedale di Pescara dove è stata medicata.
I medici le hanno riscontrato diverse fratture alle costole, una frattura al dito della mano destra, escoriazioni multiple, trauma cranico, evidenti ferite all’occhio destro e sinistro: una situazione clinica complessa, giudicata guaribile in 40 giorni.
Subito è iniziato l’interrogatorio alla giovane vittima.
I carabinieri hanno faticato molto per guadagnarsi la sua fiducia. La ragazza, infatti, in chiaro stato di shock aveva qualche reticenza a parlare.
IL RACCONTO DELLA VITTIMA
Ma con delicatezza è stata spronata dai militari che le hanno fatto capire l’importanza della sua testimonianza. Così, superati i dubbi, ha cominciato a raccontare tutto.
E’ stata un fiume in piena e forse in quegli attimi ha capito che era diventata una donna libera.
La ragazza ha raccontato di abitare a Montesilvano e che contro la sua volontà era costretta a prostituirsi.
L’imposizione arrivava da alcuni connazionali ai quali consegnava tutti i guadagni percepiti.
A lei non restava nemmeno un euro.
I suoi sfruttatori avevano cominciato a picchiarla e maltrattarla perché lei non voleva fare la vita.
Probabilmente era arrivata in Italia con altre aspettative e quando ha capito il suo vero mestiere ha tentato di ribellarsi. Ma la ribellione le è costata cara.
Calci e pugni arrivavano ad ogni suo no: ha raccontato di essere stata calpestata, picchiata, torturata e maltrattata per diversi giorni.
Le hanno strappato i capelli, le hanno bruciato la schiena, tutto perché non stava agli ordini.
La sua testa è stata sbattuta contro il muro e con un paio di tronchesi le hanno tagliato i lobi delle orecchie.
Per non far sentire le urla ai vicini di casa le hanno tappato la bocca con il nastro adesivo.
Non veniva usata pietà: doveva obbedire e basta.
Grazie ai racconti della giovane i militari sono riusciti a risalire esattamente all’appartamento di Montesilvano, in via Adda 4, dove avvenivano le torture: è stata sempre lei a consegnargli le chiavi di casa.
Lì dentro sono entrati ieri pomeriggio i militari: dopo una attenta perquisizione sono stati ritrovati anche i tronchesi, con tracce di sangue, usati probabilmente per seviziarla.
Hanno aspettato l’aguzzino che come previsto è finito in trappola, incredulo davanti ai militari riusciti ad entrare in casa.
Per lui le manette ed accuse pesantissime da cui sarà molto difficile difendersi.
Ma le indagini dei carabinieri in queste ore stanno andando avanti. Bisogna capire se la ventenne fosse l’unica a vivere in quelle condizioni e se il protettore facesse parte di una ben più ampia organizzazione criminale.
I militari cercheranno inoltre di risalire alla data esatta dell’arrivo della giovane e scoprire come sia arrivata in Italia.
UNA FINTA PROMESSA DI MATRIMONIO PER PORTARLA IN ITALIA
Quando è arrivata in caserma la donna era affamata: non mangiava da due giorni, hanno raccontato i carabinieri, ed ha divorato le merendine che le sono state offerte dai militari.
Le sue colleghe sono state solidali con lei: alcune di loro le hanno perfino offerto il guadagno della serata e si sono augurate fino all'ultimo che l'aguzzino cadesse nella trappola.
La "lucciola" romena, che appartiene ad una famiglia di contadini, è arrivata piena di speranze e i suoi genitori, poverissimi, l'hanno lasciata andare credendo alle promesse di matrimonio di Raducan. Ora è affidata ad una associazione.
Raducan, che è un rom, ha precedenti per estorsione, lesioni e minacce. Senza avere pietà per la ragazza, le aveva chiesto anche di avere rapporti non protetti e dopo il controllo dei carabinieri era pronto a rimandarla in strada.
Fonte PrimaDaNoi
Per saperne di più:
Prostituta torturata a Montesilvano, si cercano gli aguzzini
Prostituta seviziata, arrestati i vertici del sodalizio criminale

C'è chi le considera solo delle sudice battone, chi addirittura propone di espellerle dall'Italia perché sono un pericolo per la moralità, ma per fortuna c'è anche chi sa ragionare e aiutare davvero queste ragazze, donne, COSTRETTE a prostituirsi, torturate con ogni mezzo, violentate e sbattute sulle strade per soddisfare i bisogni sessuali dei "puttanieri" italiani. Se non guadagnano abbastanza, se non hanno troppi clienti rischiano addirittura di essere ammazzate, come se la loro vita non valesse niente. Sono considerate oggetti, non persone.
Purtroppo questa storia non ha avuto l'eco che si meritava, forse perché si tratta di una prostituta romena e quindi non conta farlo sapere. Essere seviziata, violentata e picchiata non fa notizia se a subire tutto questo è una povera ragazza romena. Neanche un mese fa a Genova è morta, ammazzata a calci e pugni dal suo sfruttatore, una giovane prostituta romena di 20 anni, perché guadagnava troppo poco. Proprio ieri una prostituta romena è stata violentata e derubata da un poliziotto italiano. Potrei andare avanti all'infinito a raccontare storie del genere, storie di sofferenza, violenza, umiliazione, disperazione. Storie di donne negate, senza diritti: comprate e vendute, come fossero merce. Donne senza voce, le cui grida disperate di aiuto restano soffocate in una spirale di violenza senza fine, inascoltate per l'indifferenza, l'incuria, il menefreghismo di molti. Cerchiamo di dare voce a chi non ce l'ha, non diventiamo complici del silenzio.
Consiglio a tutti la lettura del post sulla prostituzione, che ho pubblicato giusto un mese fa.
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